XVIII. PAOLUCCIO.

Mario, prima di partire, scende da basso e si fa aprire la porta ferrata che conduce al manicomio. Il mattino è freddo, ma limpido, ed il sole scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve.

Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi nel mezzo del cortile, declama le proprie glorie e fa pompa di bizzarre decorazioni che si è messo sul petto; un altro se ne sta seduto sopra una panca di granito e la guarda fisso, pensando forse che il granito è molto duro, mentre un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che gli venga in mente di assicurarsene col proprio cranio.

Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano gli occhi curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua a gridar più forte ed a sfoggiare la propria vanagloria.

Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato ad un altro che gli si fa accosto colle braccia legate a guardarlo con puerile curiosità, ed entra nella sala comune. Quivi si fa un chiasso assordante: i soliti atleti del biliardo si contendono gli onori della carambola e l'ammirazione della galleria; qualcuno legge i giornali della vigilia accanto al reverendo che medita il breviario; il professore Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il filarmonico della comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss. Quanto a Paoluccio, egli passeggia su e giù per l'ampia sala, col passo strascicato, come fanno i bambolucci dell'età sua quando non hanno forza di levar le gambe, guarda curiosamente di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla bocca piena di zuccherini.

Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso i passi vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di lui, perchè quando gli viene vicino si ferma un istante a guardarlo meravigliato, coll'indiscreta insistenza propria della prima età, poi tentenna il capo canuto e prosegue la singolare passeggiata.

E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il bisbiglio del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica dei suoni del pianoforte. Mario non ha occhi che per Paoluccio.

L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta che viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e se ne va tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa vicino e gli dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile; datti pace, non ci sono più figli; vedi, il mondo è pieno di padri che cercano le loro creature; l'infanzia è spenta, rimango io solo...»

Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe fra le sue.

«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la voce, tutti piangono, piangono, non sanno far altro. E lui ride, lui!

— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.

«Lui!» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo; se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed io solo rido per far la smorfia a lui

Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: scacco matto! Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e ride.

Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i battimani della galleria plaudente al vincitore della carambola.

Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e benevola.

— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di' un po' che te ne vai?

— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.

— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è così?

— Non è così; venivo diritto da voi.

— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un cuore...

E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto di Mario, il quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato.

— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando amichevolmente il braccio in quello del giovine.

— L'ho visto.

— E...?

Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il quale prosegue a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il ritroso, ma tanto tanto dovete amarvi e vi amerete. Scommetto che vi amerete... fra otto giorni, o fra quindici, o fra un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese vi amerete...?

La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno.

— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed il signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che anche i medici vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà la diagnosi d'un vecchio vizio cardiaco che a me pare di indovinare, solo guardando il suo panciotto a scacchi color caffè.

Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare, avrebbe ceduto al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare il soprabito, tanto per nascondere il panciotto a scacchi color caffè.

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Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare a vestire la bambola della padroncina. Veramente, ella dice, che non ci ha garbo di sorta, che non ci è nata, ma non bisogna crederle, è tanto modesta! Olimpia ride, a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire che non creda Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa riconosce volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi, e ride più forte.

Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di nulla, qualche volta si va fino a freddezze.

Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.

— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia e si separa dal dottore...

— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta probabilmente per conto della bambola.

— Non viene a vederlo partire?

— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di vederlo partire?

Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta il cappellino sulla testa pettinata della bambola.

— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.

Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora sotto voce: «è partito! è partito!»