XIX. OGNISSANTI A DONNINA.
È giorno di vacanza.
Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla campagna, è rientrato più presto che non sia suo costume e si è accostato furbescamente a Donnina, colle mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul labbro. Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso tutto, e gli è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che egli le nasconde, e gliel'ha preso di mano — una lettera di Ognissanti!
La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto, immobile, solenne; non vi è pericolo che rivolga gli occhi dalla parte di Donnina e del marito, o faccia atto che accenni la sua intenzione di uscire dalle ostilità; oh! non vi è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina di traverso, una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a ridere sonoramente, e Donnina s'è fatta presso alla mamma e le ha gridato nell'orecchio: «è di lui!»
L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere ed a fregarsi le mani!
Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma ride, e quando Donnina le circonda il corpo colle braccia, le vien fuori senza volerlo uno sguardo di misericordia, e quando infine l'impaziente fanciulla ha rotto i suggelli e tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza dozzina di fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare:
— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non scrive già a me, immagino; e poi io non saprei leggere tanto tanto; ti dirà le solite cose che si dicono.
— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro, a Donnina, proprio a lei.
— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più nulla, come se ciò che è diretto a Donnina non sia diretto a me?
E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di volte e si è seduta al fianco della mamma, senza badare ai pericoli della collera di lei, la vecchia, crollando il capo, strascica con suprema degnazione una parola:
— Sentiamo!
E maestro Ciro fa eco:
— Sentiamo!
E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:
«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.»
Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al sospetto ingiurioso e tira innanzi.
«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore, il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera.... perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero! Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva.
«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra.
«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto, esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese ad amare appena mi vide, e mi chiamò fratello. Immagina tu quanto bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai figlio; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.
«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola volta che mi mostrasse affetto di padre.
«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza, vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere: «si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso! Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento profondo.
«La vita che facevamo non era certo larga; il povero vecchio, assiduo alla fatica del suo mestiere di falegname, guadagnava appena il tanto da vivere; la casicciuola gli apparteneva; un gramo campicello, e più il risparmio gli venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle sue condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena di aiutarlo. Mi mandava a scuola, e non mostrava mai di volermi apprendere la sua professione.
«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per entrare nel ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma che d'uomo; parlava ansimante: non visto dal padre, se ne stava lunghe ore immobile, a fissare un punto dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un giorno si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva come fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da basso, sedette sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche tempo aveva acquistato una forza d'animo insolita, la forza d'animo che proviene dall'imminenza d'una sciagura.
«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè palpebra; gli chiese con amore come si sentisse; gli fece dolce rampogna perchè non fosse rimasto in letto, e volle ci si rimettesse subito, e lo aiutò a risalire le scale ed a svestirsi, non cessando di ripetere che doveva essersi costipato la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che sarebbe stata cosa da nulla.
«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile, pietoso e vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico, il quale ordinò un calmante, ma non volle dir nulla. Il domani non avevo più chi mi chiamasse «fratello.»
«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione d'una sventura la faccia parere meno amara quando sopraggiunge.
«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al dolore, e come la stessa disperata rassegnazione altro non sia che un inganno della fibra. Il dolore, anche preveduto ed aspettato, giunge sempre improvviso, se pure il lungo affanno non fa più deboli e più sensibili, negando perfino quello sbigottimento che dà un repentino disastro.
«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio si fu posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò più un istante, ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola, e quando tutto era finito, se ne stette ancora lungamente immobile a contemplarlo a ciglio asciutto.
«Io piangevo in un canto.
« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente, coll'attonita immobilità e colla voce monotona di chi parla a sè stesso, lo vedi tu ora? così io lo vedo da quattro anni. Egli giocava, o mi sorrideva, od attendeva tranquillamente al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era assente, ed io lo vedeva sempre così come ora lo vedo.
«Bisognò separarlo quasi a forza dalla sua creatura; i vicini spendevano vane parole a confortarlo; egli non ascoltava, e rispondeva invariabilmente a tutti: «così lo vedo da quattro anni.» E anche quando fu allontanato da casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa direzione ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo da quattro anni.»
«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli amici che lo trattenevano e volle ritornare a vederlo.
« — Se si fosse svegliato! diceva.
«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e quasi dimentico di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno che diceva: «il povero uomo perde la testa; ne impazzirà.»
«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo figlio, parve acquistare una forza singolare, scese da basso, andò in bottega e si pose al lavoro.
«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che cosa volesse fare. Io stesso compresi inorridito.
« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio di mastro Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è!
«E continuava a pigliare le misure, ed a segare le tavole con sinistra energia. Ma quando ebbe preparato i pezzi e le commessure e volle inchiodarli, il primo colpo di martello parve cadergli sul petto, gli vennero meno le forze, e si gettò bocconi sul pancaccio, piangendo.»
A questo punto il tremito della voce di Donnina è cresciuto tanto che le bisogna troncare la lettura. Nessuno dice parola. Mamma Teresa non sa come tenersi per starsene in contegno, il signor maestro fa i suoi comodi ed asciuga una lagrima colla pezzuola. A poco a poco una mano della vecchia incontra, sull'omero di Donnina, una mano di babbo Ciro e non si ritrae... E Donnina prosegue:
«Luigi fu sepolto la notte, accanto ai suoi fratelli, e il povero padre parve ritornare a poco a poco in sè.
«Per tutto il tempo corso dalla morte alla sepoltura io mi era tenuto in disparte timoroso, comprendendo per istinto che la mia vista doveva fargli più male; mi sentivo una gran voglia di venirgli incontro e di dirgli: «vedi, tu hai ancora un figlio; io ti amerò qual padre.» Ma qual merito in me? Avevo forse io altri da amare? Temei d'essere accolto male, non dissi nulla a lui, ma sentii il bisogno di prometterlo a qualcuno, ed andai in cimitero e lo dissi piangendo a Luigi, sulla sua fossa.
«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si inginocchiò accanto a me senza mostrare di avermi visto, poi se ne andò fuggendo, come per sottrarsi ad un sinistro pensiero.
«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni; volevo fuggire, andare a Milano, chiedere al mondo ciò che solo può dare: del lavoro ed un padrone, e non mendicare l'affetto dai padri di altri figli.
«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile a nulla, mi scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel che credevo, mastro Paolo quel giorno fu meco amorevole più del solito, e, venuta la sera, mi prese fra le sue ginocchia ed appoggiò la testa tremante sulla mia.
Tu solo mi rimani!»
«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava le lagrime: io solo! gli altri erano tutti morti! Gli altri... i suoi figli veri!
«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho preso meco apposta; io prevedevo questo giorno; era il solo libro in cui sapessi leggere spedito, la mia sciagura! Sapevo che sarei rimasto solo, che mi avrebbero ritolto ad una ad una le mie creature dopo avermele date per vederle agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo!
«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse:
« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati; quando i tuoi fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e queste pareti risonavano di allegrie; e finchè la morte non ebbe imparato la strada che conduceva alla mia felicità, ridevo anche io perchè ero felice; provati a ridere; basto io solo a piangere.
«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi disse:
« — Hai da essere tu il mio figlio; sono essi che lo vogliono; tu sei solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai il mio nome; andremo dal sindaco, gli chiederemo che cosa bisogna fare per essere proprio padre e figlio.
« — Volerci bene, gli risposi baciandolo sulla guancia.
«Egli mi guardò come sbigottito, e mi chiese: «e potrai tu volermi bene?»
« — Sì, tanto.
«Il pensiero di adottarmi in faccia al mondo e di darmi il suo nome gli ritornò più volte ad intervalli lunghi, ma pareva non sapesse determinarsi a porlo in atto.
« — Sai, ci sono tante seccature... una carta che dica quando sei nato, un'altra che dica quando son nato io, un'altra in cui si provi che tu sei orfano, e poi andare innanzi ai giudici, e dirlo là e far scritture lunghe... v'è da perdere la testa; e mi hanno anche detto che bisogna spendere del danaro, oppure farsi fare un'altra carta a provare che sono miserabile... Lo sanno tutti che io sono miserabile, lo domandino al becchino dove è il mio tesoro... nossignori, vogliono una carta scritta!...
«Quand'egli così parlava, cedendo ad una lieve collera, io lo guardava in volto non potendo allontanare un sospetto pauroso; e mi venivano in mente quelle parole udite per via: «il poveruomo ne impazzirà.»
«Erano passati parecchi mesi, ed il vecchio continuava a parlare di Luigi come se fosse morto il giorno innanzi: attendeva tutto il dì al lavoro facendosi aiutare da un apprendista, e voleva che io andassi alla scuola.
«A me pungeva d'essergli di aggravio, e gli dissi più volte piacermi la professione di falegname, me la insegnasse.
« — Non è vero, mi rispose un giorno, non è vero, a te piace leggere e scrivere come a Luigi; a te piace divenire maestro di scuola, come a Luigi; tu devi imparare a leggere e scrivere e diverrai maestro di scuola; finchè mi rimane forza, basto io al lavoro; quando non ne avrò più, sarai maestro di scuola e soccorrerai tu il tuo vecchio. Luigi ti voleva bene... non puoi essere un ingrato.
«Non diceva più padre, non mi chiamava più figlio!
«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità che era fra noi; vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi di rimanere in casa, egli fosse collerico ed alcune volte ingiusto, mi venne in mente che mi mandasse alla scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi.
«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella che prima avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto. Accorgendomi che la mia vista faceva male a mastro Paolo, nella bella stagione me ne andavo coi libri in campagna a studiare, molte volte a piangere. Esaurii in breve tutte le mie lagrime.
«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento...
«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi stordiva ridendo.
«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato ai miei compagni, e mi conveniva deporla alla porta di casa.
«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva per darmene le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo di sciagure ch'io doveva sanare pesasse sul mio capo come una condanna, e che in me si dovesse leggere solo il dolore, e che tutti mi fuggissero.
«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima mia, nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò un raggio di sole — l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto; ritrovai fede, avvenire, ritrovai il mio cuore; ebbi perfino l'ardimento di venire innanzi a mastro Paolo e di amarlo in palese; parevami che la mia felicità mi desse un gran diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto dovesse accogliermi a braccia aperte.
«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui non si sa resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai allora qualche amico, e, migliore amico di tutti, il mio maestro, il tuo ottimo padre.
«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura; il cuore di colui che aveva promesso di essermi padre mi rimase chiuso.
«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il vecchio non si avvedesse.
«Un giorno mi minacciò col pugno udendomi canticchiare. Io canticchiava perchè mi passasse più presto l'ora che mi separava da te; fuggii, venni ad aspettarti, non ti dissi nulla.
«Maestro Paolo la sera mi mosse incontro, mi guardò fisso in volto, e mi passò leggermente una mano sul capo — era pentito.
«Ma non mai parola buona, non mai carezza: mi sfuggiva, gli ero divenuto odioso.
«Una mattina non lo vidi scendere al lavoro, l'aspettai trepidante prima di andare alla scuola, allora salii nella sua camera e vidi che passeggiava seminudo colla finestra aperta; ed eravamo nel cuore dell'inverno!
«Gli parlai, non mi rispose, e continuò a passeggiare ed a mormorare fra sè. Alla fine si arrestò, si vestì in silenzio, mi passò innanzi e scese da basso.
« — Domani partiremo, mi disse al ritorno dalla scuola; andremo a Milano; bisogna provare a fuggire, non sei tu del mio parere?
«Io lo guardai temendo che fosse impazzito; anch'egli mi guardava fisso, ma con fermezza insolita. Non dissi parola — ed il domani, tu lo sai, partimmo. Sul far dell'alba, a piedi, con pochi panni annodati entro una pezzuola, io, col cuore gonfio, cogli occhi rossi di lagrime. Mi voltai più volte a guardare la casicciola che mastro Paolo aveva venduto ad un suo creditore, a guardare il noto campanile, e, nella direzione di quello, la scuola comunale ove erano i miei soli amici, dove eri tu, Donnina! I gelsi, che io mi lasciava indietro coi rami nudi imbiancati dalla brina, non mi erano mai sembrati così belli nemmeno nell'estate, quando gettavano la loro ombra circolare, e quando da ognuno di essi partiva la canzone degli sfogliatori.
«In breve la casicciola sparì dietro la svolta della via, il campanile si perdette nella bruma, ed i nuovi gelsi nudi, muti, irrigiditi, continuarono a passarmi innanzi lentamente e mi parevano dirigersi ad S... che io lasciava a malincuore.
«Mastro Paolo camminava spedito, guardando innanzi a sè, come ad una meta prefissa, senza arrestarsi od allentare il passo, senza volgersi mai, tentennando ad ora ad ora il capo in sinistra maniera. Io faticava a tenergli dietro.
«Quel viaggio melanconico durò due ore; un immenso ed indefinito ronzìo si fece udire a poco a poco, — la voce della città — Milano! Mi ero preparato a resistere alle mie sensazioni, e seppi soffocare un singhiozzo.
«Guardando attraverso la nebbia quelle file d'alberi di forme così regolari, la punta estrema del Duomo, e tutto intorno quel viluppo immenso di tetti, di cupole, di terrazzine, di campanili, quel mondo ignoto in cui io avevo vissuto la prima età, mi sentivo invaso da una invincibile ripugnanza. Fissai coll'occhio un punto, e dissi a me stesso: «quello è l'ospizio in cui sono nato.» — Non vidi altro.
«Passammo la porta in silenzio; vedendo tanta gente affrettata, tante carrozze incrociantisi, pensai che tutti dovevano avere uno scopo per affaccendarsi così, e noi...
«Guardai mastro Paolo — egli continuava a camminar diritto, dello stesso passo.
« — Dove andiamo? gli chiesi.
« — Dove andiamo? ripetè a sè stesso, come se non comprendesse il significato della domanda. Poi soggiunse, parlandomi sotto voce ed in aria di volermi fare una confidenza: fra i vivi; qui di gente vivace n'ha, mi pare, laggiù erano tutti morti.
«Lo sguardo fisso, il ghigno delle labbra e quell'accento sinistramente singolare, mi tolsero le ultime forze; uscii in dirotto pianto. Temevo di comprendere una sciagura immensa.
«Il povero vecchio mi guardò meravigliato, mi prese per mano, mi condusse innanzi ad un sedile di pietra, e mi disse:
« — Siedi, tu sei stanco.
« Sedei, asciugando le lagrime, e facendomi forte per guardarlo in viso. Egli stette alcuni istanti sopra pensiero, e si assise accanto a me.
« — Padre, mormorai.
« — Padre, ripetè senza voltarsi; poi voltandosi d'un subito, mi disse con impeto: «non sono tuo padre, non sono più padre, non ci sono padri. Tutti costoro che passano sono gente orfana come tu ed io. Padre! Lo conosci tu tuo padre? Gli ho io i miei figli? Ti dico che non ci sono più padri.»
«Non mi rimase più dubbio, mi guardai intorno, cercando un soccorso, ma non piansi più; pensai che quel vecchio, fattosi mia guida, era in mie mani, che mi bisognava esser uomo.
«Mastro Paolo s'adirò del mio silenzio e proseguì a dire:
« — Padre! che ho io fatto per esser tuo padre? Ho forse pianto per te, ho preso la misura della tua bara? Muori anche tu, e sarò tuo padre. Vedi quel cielo azzurro; non pare, ma è un invidioso, un cattivo invidioso della terra; è colpa sua se noi siamo orfani. Ti sei riposato? Affrettiamo; tutta quella gente cerca i proprii figli; andiamo a dar loro la notizia, a dir loro che non ci siamo che noi due.
« — Mastro Paolo, gli dissi pigliando le sue mani e stringendole forte nelle mie, mastro Paolo, voi non vi sentite bene.... provate a ragionare, a ricordarvi; guardatemi in volto, ditemi se mi riconoscete... Chi sono io?
«Il vecchio, commosso un istante dalla veemenza delle mie parole, uscì a ridere, ma non rispose.
« — Chi sono io, per pietà, dite, dite, chi sono io?...
« — Chi sei tu? rispose il vecchio, balzando in piedi, vuoi proprio saperlo chi sei tu? Sei l'uomo che io odio, sei l'uomo per cui sono morti i miei figli, dei quali volevi occupare il posto nel mio cuore! Ecco chi sei tu! Ma hai fatto male i tuoi conti; guarda, qui dentro non ci è più cuore, l'ho seppellito con essi.
«Così dicendo, il disgraziato vecchio schiudeva colle mani tremanti le vesti e la camicia, e mi mostrava il povero petto ignudo.
« — Ed ora che ti sei fatto dire chi sei, vattene, soggiunse, vattene a ridere di me altrove; credi forse che non ti abbia visto ridere delle mie miserie? Ebbene, vattene, e ridi.»
«Piangi?»
Quest'ultima dimanda non è nella lettera, ed avrebbe potuto esser rivolta a Donnina, che pure è stata la prima a farla a mamma Teresa. È un'indiscrezione, ed il signor maestro si affretta a rimediare a quell'imprudenza dicendo:
— È il fumo; sono due giorni che il camino manda fumo; ti pare che Teresa possa piangere?
— E perchè no? interrompe l'intrattabile signora asciugandosi rapidamente gli occhi col rovescio della manica; e perchè no?
Maestro Ciro, che ha anch'egli gli occhi rossi dal fumo, non si prova a ribattere, ma urta del gomito nel gomito di Donnina ed esce a ridere senza paura al mondo, mentre la fanciulla ripiglia il filo.
«Alcuni passanti si erano arrestati e ci guardavano senza accostarsi; io non aveva lagrime, non udivo più nemmeno le parole del vecchio, il cuore mi batteva forte e mi sentivo un vigore insolito, ma non sapevo che fare.
« — Che ha quel vecchio? mi chiese una voce.
«Mi volsi e vidi un signore dalla faccia benevola.
« — Vaneggia, risposi, gli sono morti cinque figli, io solo gli rimango e non sono suo figlio; mi volle seco, ora mi respinge perchè vaneggia; ma il suo cuore è buono.
« — Qua entro non ci è più cuore, aggiunse mastro Paolo facendosi innanzi
« — È vero, gli rispose lo sconosciuto, fingendo di guardargli in petto, è vero; e che intendete di fare?
« — Di fare? di andar per il mondo a dare la cattiva notizia... La sapete voi la cattiva notizia?
« — No, rispose il signore, accompagnandosi col vecchio verso una carrozza che si accostava.
« — Non ci sono più figli; siamo tutti orfani; quell'azzurro di cielo è un inganno, ed il cielo è un cattivo invidioso della terra.
« — Possibile! allora bisogna far presto.
«In così dire, lo sconosciuto spingeva il disgraziato vecchio entro la carrozza, vi saliva egli stesso e mi faceva cenno di seguirlo; un istante dopo la carrozza partiva di galoppo, rompendo la folla che s'era radunata intorno a noi.
«Per via, mastro Paolo non disse più nulla, e continuò a guardare attraverso il vetro degli sportelli con una specie di stupore ingenuo; lo sconosciuto ne seguiva attento ogni gesto, ed io non distaccava gli occhi da quella sua faccia sbigottita, come timoroso di leggervi qualche nuova e più terribile sciagura.
«Ahi! Donnina mia, nissuna sciagura più terribile di quella per me: mastro Paolo era impazzito; il benevolo che ci aveva raccolti era un medico, ed il luogo ove ci condusse, un ospizio di pazzi. Me ne avvidi all'aspetto melanconico del cortile in cui eravamo scesi di carrozza, ai cancelli ed alle grate di ferro e di legno che tenevano luogo di porte e finestre. Lo sconosciuto invitò mastro Paolo a seguirlo; a me fe' cenno di rimanermi un istante. Rimasi col cuore gonfio, col pensiero smarrito in una profonda dimenticanza; mi si cancellarono dalla mente i fantasmi del passato e dell'avvenire, per non vedere più se non quel momento, quel luogo melanconico, quelle grate, quella solitudine e quel cancello che si era chiuso dietro di me.
«Ebbi un terribile pensiero: che io stesso fossi impazzito o fossi per impazzire, e mi premei il capo colle mani, e cercai di comporre dinanzi a me la tua soave immagine.
«Quella penosa solitudine durò poco; lo sconosciuto ritornò alcuni istanti dopo con un vecchio dall'aspetto severo, il quale si raddolcì meco singolarmente.
«Il più giovane mi prese per mano e mi condusse in una stanza tutta coperta di scaffali, ed il più vecchio mi passò innanzi, si pose a sedere ad una scrivania, aprì un gran registro ed incominciò ad interrogarmi.
«Vollero che dicessi tutto quanto io sapeva di mastro Paolo, quali fossero i miei rapporti con lui, quali i suoi mezzi d'esistenza, quali le sue sventure; ripetei ad essi ciò che ho scritto a te, ma senza piangere, senza batter palpebra, con una specie di attonitaggine nuova.
«Quand'ebbi finito di dire, ed essi d'interrogare, ed il vecchio di scrivere nel registro, il medico (ora lo chiamo così) si chinò e disse all'orecchio dell'altro una parola che io non compresi; ma tosto, seguendo il movimento della penna dello scrivente, lessi: lipemania.
«Che voleva dire? io non aveva mai udito quella parola ma ne intesi subito il significato.
« — Mastro Paolo è pazzo? ebbi la forza di chiedere.
«Non mi risposero.
« — Guarirà? insistei.
« — Senza dubbio, figliuolo mio, mi disse il medico; senza dubbio.
« — E lo guarirà lei, signore?
« — Io stesso, figliuolo, coll'aiuto dell'arte, della natura e del tempo....
« — E quanto tempo occorre perchè un pazzo guarisca?
« — Un paio di settimane, qualche volta più.... qualche volta meno.
«Il vecchio teneva il capo basso e non diceva parola.
« — Ed io? balbettai... potrò venire a vederlo?
« — Tu rimarrai qui finchè mastro Paolo sia guarito, disse il vecchio, che era il direttore del luogo... se ti piace.
«Pensa se accettassi! La gratitudine mi diede le lagrime che mi aveva negato il dolore.
«Mi fu dato uno stanzino in casa del vecchio; uno stanzino pulito, con bei mobili, con un bel lettuccio, in cui non potei chiuder occhio la prima notte, tanto si stava bene.
«Pensavo: babbo Paolo avrà uno stanzino come questo ed un lettuccio come questo?
«Al giorno successivo trovai panni nuovi e biancheria di bucato; non usciva già dalle mie valigie; non sapevo che dire; mi tornavano in mente i racconti delle fate, e Milano mi pareva una città di incantesimi.
«Il signor Fulgenzio, così si chiamava la mia buona fata, mi parlava rare volte, ma amorevole. Non osavo chiedere di rivedere il babbo, per paura stesse peggio, e perchè temevo di far dispiacere ai buoni che mi avevano colmato di tanti benefizi; ma il vecchio direttore fu il primo a dirmi che potevo andare da mastro Paolo quando volessi.
«Ci andai subito.
«Ah! Donnina mia, quale spettacolo orribile! vedere tanta gente, tutta fatta come noi, che pare sana e robusta, e dire che non ragiona, che non sa pensare nè amare! Quella prima impressione come di sgomento cedette ad un dolore più profondo, perchè, appena mastro Paolo mi vide, diede in ismanie, e mi venne incontro coi pugni stretti, dicendomi che io gli aveva strappato il cuore, che io gli aveva ucciso le sue creature. Appena fu acquetato mi volse le spalle e passeggiò per la sala senza più badare a me, finalmente sedette in un canto e prese a guardarmi curiosamente, come se mi vedesse per la prima volta.
« — Babbo, gli dissi colla voce tremante, babbo...
«Non mi rispose.
« — Mastro Paolo, mastro Paolo! e muovevo un passo incontro a lui.
«Ma egli si raggomitolò nel suo cantuccio e mostrò di aver paura di me, e mi scongiurò col gesto di non fargli male...
«Mi arrestai, e mormorai ancora una volta: «babbo!»
«Il disgraziato non mi conosceva più, e continuava a guardarmi con quel suo sguardo attonito e curioso.
«Passarono otto giorni senza che osassi più venire innanzi al vecchio. Quando l'osai fui accolto alla stessa maniera; solamente non si adirò meco, ma la ripugnanza e la paura mi facevano più male della sua collera.
«Un'altra volta, mentre io me ne stavo in un canto a guardarlo con tenerezza compassionevole, ed egli era là, immobile, fingendo di non vedermi, ma gettandomi ogni tanto uno sguardo fuggitivo, venne il dottore. Allora fui testimonio del singolare potere che aveva dato a quest'uomo la benevolenza schietta e quasi ruvida, perchè, appena egli fu entrato, mastro Paolo gli venne incontro trasfigurato in viso, e gli prese la mano colla gioia riconoscente d'un uomo scampato ad un pericolo.
«Mi allontanai coll'anima in tumulto.
«Il dottore mi raggiunse subito dopo, e mi pose confidenzialmente una mano sull'omero.
« — È inutile ch'io rimanga qui, balbettai, l'orrore che egli prova per me mi dice che non potrà amarmi mai; quando egli sarà guarito, io non avrò padre ugualmente — non ho più padre.
« — Non hai più padre perchè quella è pazzia di cui non si guarisce in quell'età se non colla morte. Fa conto che sia morto.
«La durezza di queste parole era temperata dall'accento — e me ne dolsi solo per l'uomo che fino allora avevo chiamato padre. A me non pensai.
« — Ebbene, dissi, bisogna che io lasci questo luogo, e pensi a guadagnarmi la vita.
« — Che sai fare tu?
« — So leggere, scrivere e far di conto; sono andato alla scuola ed ho voglia di studiare.
« — Non altro?
« — No, ma imparerò.
« — E intanto?...
«Il dottore mi lasciò in pensiero. Il giorno successivo fui chiamato nella camera del mio vecchio ospite.
« — Quanti anni hai? mi chiese.
« — Sedici.
« — Io ne ho cinquantaquattro; potrei quasi essere tuo nonno; vuoi esser mio figlio?»
— Suo figlio! esclama mamma Teresa sollevandosi quattro buoni pollici sulla sedia e girando intorno uno sguardo pieno di dubitosa meraviglia.
— Suo figlio! ripete più forte il signor maestro curvandosi a leggere egli stesso dietro le spalle della giovinetta, la quale non pare punto commossa, e risponde col sorriso sereno alla ingenua curiosità dei due vecchi.
Mamma Teresa, trasfigurata in volto, cogli occhi immobilmente fissi nelle labbra di Donnina, vi legge le parole prima che la fanciulla le proferisca.
«Non risposi; quell'improvvisa proposta era così straordinaria, e le porte dischiusemi per essa mi lasciavano vedere un mondo così diverso da quello immaginato dianzi, che mi parve tutt'uno come se mi si proponesse un'altra vita, in un altro mondo, sotto un cielo di altro colore.
« — Dice davvero! esclamai; suo figlio! e che ho da fare io per divenire suo figlio?
« — Nulla.
« — Ma allora lei mi vuol bene, se vuol essere mio padre! E che ho fatto io perchè lei mi voglia bene?
« — Nulla; tu hai sedici anni, ed io non ho un figlio; vuoi tu essere quello?
« — E mastro Paolo? mormorai, che dirà mastro Paolo?
« — Non saprà nulla.
«Mi passò in mente che io stessi per commettere una bassezza e che fosse dover mio rinunziare alle gioie finchè il vecchio babbo soffriva. Anche ora sono talvolta assalito da tali dubbi, ed oggi il tormento è più forte.
«Ma potevo io gettarmi nel mondo, senza consiglio, senza mezzi, senza professione?
«Pensai allo squallore che la sorte, oggi così lusinghiera, poteva minacciarmi domani, pensai che mi si offriva di scegliere tra la miseria e la pace, tra l'andar ramingo e l'avere una casa ed un nome, ricordai l'orrore intenso mostrato per me dal vecchio babbo, ed accettai l'offerta sciogliendo un inno puerile di grazie.
«Pochi giorni dopo, il signor Fulgenzio compieva ciò che mastro Paolo aveva voluto fare, senza indurvisi mai: mi dava il suo nome, mi faceva suo figlio di adozione.
«Ecco il mio segreto, Donnina: io ho un padre che non è mastro Paolo, ed il disgraziato non è morto, come ti ha detto, ma agonizza fra le care larve dei suoi veri figli.
«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna sia la mia colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono, l'oscurità, le lotte della vita, ma non tradire quell'uomo che mi aveva primo chiamato a far parte della sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura per far me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura, volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da colei che fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu essere più benigna di me stesso? E con quali occhi vedrai la mia arrendevolezza alle prime carezze della sorte? Ho un nome, ho una famiglia, sto per avere una posizione onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima di me medesimo.
«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato figlio, non ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine? Tanta è la miseria, Donnina mia, che questa stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la mia sola virtù. Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore è rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo, di cui porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai; volle pagare alla virtù a cui non crede, alla società che disprezza, alla famiglia che offende collo scetticismo nella donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di figlio: volle fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già prima, e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo. Perchè io l'ho amato come si può amare un vero padre, e forse lo amo ancora.
«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore!
«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata sei anni per aver mutato fortuna? E non crederai Mario (quest'è la mia livrea d'oggi), vergognoso dei cenci di Ognissanti?
«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non sono colpe che si cancellino col pentimento, solo si espiano, ed io le ho duramente espiate.
«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di correre a te, di venirti a dire: «Donnina, io ho trovato un padre che mi ama e che amo, un padre che sarà il tuo, quando tu sarai mia; io studierò, la larva dei miei sonni si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione e basterò col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non immagini quant'io soffrissi quel giorno.
«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni giorno mi si faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo padre, mi disse che io era indegno di te, che non dovevo più pensare a te, che coll'avere abbandonato la mia miseria io aveva perduto il diritto alla felicità che doveva andarle compagna. E poi con qual cuore rivederti per ingannarti, o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso altro fuor che io aveva, volontariamente, posto una barriera tra te e me, che più non mi appartenevo, che la nostra felicità, dove pure tu me ne credessi ancora degno, dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il quale si faceva chiamare mio padre?
«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto nel tuo cuore; volli venire a dirti: non ti amo più, amane un altro. — Un altro!... Non ne ebbi forza.
«Poi mi venne un amaro pensiero.
«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà davvero: tra l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir sposa più presto, sceglierà d'amare un altro.
«Frattanto il signor Fulgenzio mi dava maestri, dai quali appresi rapidamente, con una specie di febbre continua che mi rendeva meno amara la nuova condizione. Pensando di potere collo studio farmi un avvenire, e, padrone un giorno di me stesso, chiamar te a dividerlo, studiavo senza riposo; mi pareva come se ogni nuova cognizione mi avvicinasse a te, mi desse un nuovo diritto alla felicità pensata di nostro capo ad S... nel praticello dietro la chiesuola.
«Presto fui in grado di presentarmi ad alcuni esami, ed un anno dopo a nuovi esami, e finalmente, a 19 anni compiti, nell'università per istudiare medicina — fra quattro mesi sarò dottore!
«Ora che il mio lungo disegno sta per aver compimento e la mia ambizione è presso ad essere soddisfatta, ora che io so come il tuo cuore sia rimasto mio, forse la tua stima mi manca, la mia stima...
«Volli indugiare per poterti dire: «io sono padrone di me stesso, ho uno stato, posso darti una onorata miseria per ora, l'agiatezza poi; eccoti la mia mano, cancelliamo il passato.»
«Oggi non posso più tacere, sai tutto; ma sappi anche, qualunque sia la sentenza che uscirà dal tuo labbro, che io voglio rimanere per te sempre, come fui sempre
«Ognissanti.»
Donnina ha proferito le ultime parole della lettera lentamente, e si è arrestata a scandere le sillabe del nome del suo fidanzato come per separarsene più tardi... poi volge uno sguardo alla vecchia. In quello sguardo è la sicurezza di sè, d'Ognissanti, dell'avvenire, ed è una tacita domanda a cui mamma Teresa è sollecita a rispondere:
— È vero, dice ella accarezzando severamente, con un garbo tutto suo, la testa della fanciulla, è vero; comincio a credere anch'io che Ognissanti sia un bravo figliuolo, comincio a crederlo... e se non ti basta... lo credo... ne sono convinta... Non ti basta ancora? Vuoi che gli domandi scusa d'aver sospettato di lui? Te lo leggo in cuore il tuo trionfo; ma tu sbagli di grosso perchè il tuo trionfo è pure il mio; avrei dato un paio di dozzine di giorni, dei pochi che mi rimangono, per vedere smentiti i miei sospetti. Ma tu dirai che mamma Teresa sa solo brontolare e non ci vede chiaro. E se fosse anche?... Per chi non ci vede chiaro, il meno male è il non fidarsi mai alle apparenze. Dici di no tu?
E siccome Donnina le bacia il volto rugoso senza rispondere, tutta la stizza della vecchia si rivolge al signor maestro. Ma costui, dacchè la moglie ha preso a parlare, s'è dato a fregare le mani sulle ginocchia, infervorandosi vie più e facendo festa ai fantasmi del pensiero.
Poco stante la terribile mamma si abbandona anch'essa alle meditazioni, che le fanno fare, senza avvedersene, la smorfia d'un sorriso bonario...
Quando dopo brev'ora escono entrambi ad un tempo da quel muto fantasticare, rompono insieme il silenzio con una parola:
«E Donnina?»
Donnina non è più nella stanza, se n'è andata di soppiatto, ha salito le scale e si è raccolta nella sua cameretta... A che fare?
— Io lo so che cosa è andata a fare! dice maestro Ciro.
— E anch'io lo so! Bella cosa!
Sappia chi nol sapesse che Donnina si è ritirata per rileggere la lettera del suo Ognissanti, e che il signor maestro aveva indovinato davvero. Quanto a mamma Teresa, la presuntuosa si vantava, e maestro Ciro lo sapeva benissimo. Forse che la cara dolcezza di rileggere in segreto una lettera, può essere compresa da chi, come la terribile mamma, non aveva voluto addimesticarsi mai coll'alfabeto?...
Maestro Ciro è pronto a giurare di no.