XX. CHI FOSSE IL SIGNOR MAURIZIO.
Chi legge si compiaccia di fare più intima conoscenza col signor Maurizio, personaggio molto chiuso, molto taciturno, ma che ha anch'esso il suo romanzo intimo a dire, sol che se ne porga occasione. Così almeno assicurano i curiosi, razza di affamati, la quale ha questo innocentissimo privilegio di vedere un palazzo incantato quando non vede nulla, e divide sapientemente il prossimo in due bocconi: quelli che hanno un segreto da nascondere e quelli che non l'hanno più.
Se è vero che il signor Maurizio lo abbia ancora, è un miracolo genuino, perchè fino a questo giorno furono poste in giro parecchie dozzine di segreti, e tutti sottratti, per quanto si diceva, allo scrigno del letterato.
Codesto signore appartiene solo da quindici anni al suo prossimo: prima nessuno si occupava dei fatti suoi, nemmeno la portinaia (perchè abitava una casa che non si poteva concedere questo lusso), nemmeno i vicini, creature occupatissime delle miserie della terra, sebbene paressero aver scelto di starsene vicino al cielo. Era allora un bel x, abbandonato intero alle proprie meditazioni; ma l'algebra della vita non gli pareva nè amara nè penosa, perciò solo che egli la condiva col rimario, con raggi economici di luna al davanzale della finestra, con civetterie di stelle, e, quando il cielo era a nugoli, con una buona e schietta imprecazione in versi sciolti, atta a sbarazzare il suo cielo di poeta ed a serenargli la coscienza. Certo più erano le volte che il vate convitava a lauto banchetto la musa, di quelle in cui l'uomo si trovasse ad un vero e proprio desinare; i suoi pranzi e le sue cene avevano quasi sempre l'aria di mutilati, i quali portassero melanconicamente il loro battesimo pomposo; ma se ad un disgraziato mancano due braccia e due gambe, al rimanente si dà tuttavia il nome di uomo; così era di quei pranzi o di quelle cene, le cui gambe e braccia Maurizio non aveva visto da tempo immemorabile.
Per queste prove d'astinenza s'impoveriscono le vene, tranne la poetica, la quale invece si fa torrente.
Tutto ciò per dire come la lirica occupasse onoratamente la prima parte della vita di Maurizio. Che sarebbe stato di lui, se avesse tirato innanzi a passo di rimario, nessuno può dire, ma a tutti è lecito immaginare. Volle fortuna che la musa, in un momento di buon umore, lo consigliasse a scrivere in prosa; fu un'apostasia, non dico di no, ma un'apostasia magnificamente riuscita, rispetto alla gloria ed al ventricolo, perchè mentre parecchie migliaia di versi editi ed inediti non gli avevano dato nè un bricciolo di gloria, nè una bricciola di pane, un paio di articoletti fatti coll'amarezza dell'apostata, il quale si vendica del proprio delitto, gli schiusero la porta del piano terreno d'uno dei più grandiosi e quotidiani edifizi di carta del suo tempo.
Fu una specie di trionfo, e fornì l'argomento a mille dicerie; Maurizio diveniva di moda, si sentiva accarezzato, lodato, adulato, gli piovevano nuove amicizie ogni giorno, gli fioccavano le strette di mano, e non udiva se non ripetere: «ho letto il tuo ultimo articolo!» Questa frase, accompagnata da un punto d'esclamazione, compendiava tutta la sua vita, compresa fra due articoli. Una metà della settimana era spesa a raccogliere il frutto dell'ultimo, l'altra metà a preparare il prossimo. Ad un'anima della tempra di Maurizio non poteva bastare.
Veramente non si è detto ancora di che tempra fosse l'animo di Maurizio. Giudichi il lettore da questo, divenuto notorio, che quando il giornalista era crisalide, cioè poeta, viveva negli stenti di una misera pensione pagatagli da uno zio milionario, il quale si era posto in capo di far del suo unico nipote un console od un senatore. La fedeltà alla musa costava dunque a Maurizio gli agi della vita, ed anche ora che la crisalide era divenuta farfalla, cioè giornalista, l'apostolato della critica gli costava forse ancora gli agi della vita, ed indubitabilmente un consolato.
Quell'aureola di vittima aveva contribuito la sua buona parte al rumore che si era fatto intorno a Maurizio; ma, ripeto, l'anima di lui non se ne accontentava. Aver inseguito per tanti anni i fantasmi di una gloria poetico-letteraria, per starsene pago ad una fuggitiva nomea comprata a prezzo di un po' di spirito e di molta maldicenza, gli pareva cosa bassa. Comprendeva benissimo essere il pubblico così fatto che, mentre fa buon viso alle inezie che punzecchiano, lascia dimenticato in un canto tutto ciò che approfondisce e pensa: ma, sazio del plauso della folla, volle il plauso degli eletti, invece di una gloriuzza volle una superba gloria tanto fatta.
Affettò primo egli stesso di disprezzare le proprie chiacchiere settimanali, e non col falso disprezzo di chi vuol collocare i capitali ad interesse più alto, ma con un disprezzo vero e profondo. «Ho letto il tuo ultimo articolo.» «Sciocchezze! rispondeva, sto preparando un altro lavoro!» «Che lavoro?» «Uno studio sui filosofi della rivoluzione francese.» «Ah!»
Non ci volle altro. È possibile leggere ancora, e trovar belle, le scritture d'uno che premediti uno studio sui filosofi della rivoluzione francese? Le teste meglio pettinate del caffè... furono le prime ad accorgersi come da qualche tempo la stella di Maurizio andasse declinando, ed il suo spirito si esaurisse, e perdesse egli i denti della satira. Ciò in parte era vero; sbollite le prime collere contro la società, Maurizio cedette alla propria natura e ridivenne benigno; e poi la sua fierezza si ribellava a questo scendere in piazza collo staffile, ed occuparsi delle persone col dispetto, colle ire e colle ironie che non devono ispirare se non le cose e le istituzioni; era troppo superbo per mordere dalla sua cuccia alle gambe degli inermi; non lasciò la cuccia perchè vi trovava un po' di pane, ma lasciò di mordere, raddolcì l'amaro della critica; dimenticò sè stesso nello scrivere, per ricordarsi solo delle cose di cui doveva parlare; non forzò gli argomenti ad atteggiarsi come piedestalli, per mettervisi in mostra, come aveva fatto per lo innanzi; invece del getto continuo di spirito, di cui frodava i lettori, provò a dar loro idee vere e pensate. Fu come lo sfasciarsi d'un idolo.
Rientrò nell'ombra, per escirne periodicamente visto da pochi; l'oscurità non lo sbigottì, se ne compiacque, e si adoperò a farsi più oscuro, sostituendo al proprio nome, a' piedi dei suoi articoli, due iniziali. Parevagli che il disdegno interno dovesse così apparire al di fuori; fu invece accusato di debolezza, e divenne l'esempio di un critico col cilicio e coll'amor del prossimo. A poco a poco nessuno ricordò che sotto le iniziali di Maurizio era Maurizio. Egli poteva dire, a confortarsi, che fuor delle mura, lontano, questo incognito era un benefizio; che il nascondere la persona dà maggior autorità alla parola, che gli dèi della commedia parlano dietro le quinte; ma nemmeno di questa commedia si dava pensiero, solo gli premeva lo studio sui filosofi che prepararono la rivoluzione francese. Gli bisognarono parecchi anni di vita oscura per compiere questo lavoro; quando lo diede alle stampe non ne ricavò un centesimo, nè una lode.
Per tutti questi contrasti inselvatichì, divenne intrattabile; passava come uno spettro; quando s'imbatteva in uno degli antichi ammiratori, scantonava ad una svolta di via o fissava ostinatamente un punto dello spazio. Allora meditò una magnifica vendetta degli uomini che non lo comprendevano, intinse la penna nel fiele che gli aveva dato i primi allori, lanciò una mezza dozzina di saette, infine rovesciò la faretra ed uscì ringhioso per sempre dalla sua appendice. Fu un momentaneo sgomento, poi una generale risata. I curiosi, di quanto si passava nel cervello e nel cuore del vecchio idolo non sapevano nulla di nulla. Erano stati d'accordo in dire che Maurizio aveva un segreto. Quale? ne bisbigliarono dieci; poi tacquero; ora finalmente vedevano chiaro; il segreto di Maurizio era che gli aveva dato volta il cervello!
E non averci pensato prima! quando si dice!...
Pochi mesi dopo questa catastrofe, lo zio milionario se n'andò ab intestato all'altro mondo, senza potersi tirar dietro i milioni che non aveva, e che toccarono, per eredità legittima, al nipote.
Il disgraziato Maurizio, a forza di prefiggere a scopo della sua vita l'ambizione letteraria, era venuto a disprezzare sinceramente il denaro, che vedeva così di rado; trovatosi di botto quasi ricco, sulle prime fu sbigottito; poi si ricordò di aver pensato e scritto che il denaro fa le gran cose del mondo e gli parve il portinaio del tempio della gloria non aspettasse se non la prima manciata di scudi per spalancargli l'uscio a due battenti. Tutti gli antichi sogni ambiziosi risorsero; pensò il cerchio dei vecchi e dei nuovi ammiratori fatto più compatto intorno a sè, ed il proprio disprezzo superbo circondato dalla invidia, ed il suo nome portato lontano sulle ali della fama. Gli si forniva un'occasione di far chiaro ai nulli carichi d'oro il disprezzo, mostrando come del suo proprio oro egli facesse poco conto. Comparve nelle brigate, nei caffè, al club, nei teatri, nelle sale da biliardo. In pochi giorni ebbe amici, ammiratori, scimmie dei suoi modi, delle sue vesti, gente che s'informava del suo sarto e della sua stiratrice. Di lettere nessuno gli fiatava. Il mondo pensava che il meglio di Maurizio fosse il suo borsello.
A poco a poco prese l'abito elegante. Il suo quartierino da scapolo fu il ritrovo dei più leggiadri bellimbusti; vi si dissero le più gaie maldicenze, vi si sturarono le migliori bottiglie di sciampagna, vi si fecero le cose più matte e più di buon gusto. Se la gloria gli rimaneva chiusa, la nomea gli ritornava incontro a tiro da quattro.
I milioni di Maurizio divennero proverbiali.
Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si hanno i milioni.
Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle però lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva più a sè stesso l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto essere il denaro, ma che il meglio è il piacere, e che a prolungarlo gli bisognava porre un argine alle spese. Lo fece senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire e con maggior fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la sua riputazione di milionario si trovò essere così solidamente fabbricata, che i cenci stessi non l'avrebbero demolita; i suoi nuovi modi parvero frutto di balzano umore; la sua parsimonia sazietà. Vero è che questa parsimonia era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi bagliori, e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta era la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero; si proponeva d'arrestarsi in tempo; dove? quando? non sapeva. Era avido di piaceri; pareva volersi stordire da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze ogni volta nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito sgomento di sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita, l'avvenire diverso tanto da quello che aveva sognato. In tutto il suo stato d'oggi, qual parte aveva la propria volontà, qual parte il proprio ingegno, a cui aveva tutto immolato? La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava sulla fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore che la fortuna aveva comprato co' suoi favori.
Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore era un posto vacante per un amor di donna. Qual donna amare? Non importa quale; gli bisognava una donna che non si potesse comprare, un affetto che non avesse origine dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad accarezzare il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le orgie, dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati dalle belle, ed alle belle esser sazio degli affetti imprestati dagli amici; — le belle e gli amici sentenziarono: «Maurizio è colpevole d'innamoramento.»
Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la sua apparizione in Milano. Fu un avvenimento. Non parlò più se non della sua bellezza sovrumana, del suo lusso, del suo passato, delle sue ricchezze; le si diedero in prestito altri milioni, come a Maurizio; le si compose un romanzo molto intricato.
Maurizio cercò ed ottenne la fortuna d'esserle presentato, e tanto s'accostò alla fiamma di quei due occhioni, che vi ritrovò — miracolo nuovo — le proprie alucce di poeta, ed uscì in un madrigale che fece il giro del mondo elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato Maurizio di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con quanta logica.
I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo molto pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno all'autore del madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia coll'insistenza simmetrica del suo culto e colle quotidiane intercessioni. Il segreto di Maurizio stette nell'ombra, immolato sull'altare del segreto di Serena.
Costei non rimase lungamente come era apparsa; era vedova, sola, senza amanti conosciuti, circondata da vecchi e nuovi tentatori; chi era penetrato nel suo tempio, vi aveva visto gli arredi del culto proprio d'una divinità ricca e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche sia molto; ma non è una posizione chiara e definita. Si discuteva, si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo, che il mistero avviluppava tutta la bella figura di Serena, come il fondo nero d'un quadro, da cui esce più fascinatrice la superba bellezza d'una venere fiamminga. Con questa sola differenza, che la bella incognita aveva tutto delle veneri e nulla di fiammingo.
Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera, ma si aggiunsero colla fantasia i casi più bizzarri al suo romanzo ipotetico; taluno più accorto ritirò nello scrigno i milioni concessi al primo apparire di lei. Si sa che nel mondo vi ha della brava gente, avara fino allo scrupolo dei proprii milioni.
A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio vivere ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare nel proprio segreto la nuova fiamma, scaldarsi a quel fuoco insolito, rinascere alla nuova vita. Ambizione, gloria, ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina, l'amore — ecco la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle labbra di Serena.
Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come una figura della rettorica innamorata di Maurizio; il vero è che Serena non fu con altri tanto severa quanto fu con Maurizio, il quale fra tutti era il solo devoto e sincero. Arti di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio se lo dicesse almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per lui non esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro, quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della sua vita fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico scrigno di donna — al cuore.
Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto, ch'egli aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi affetti, che quella suprema bellezza era da vendere al miglior offerente, che tutto quel lusso di forme apparteneva di diritto a chi lo avesse coperto con lusso maggiore di vesti e di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la nobiltà delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima il medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo disposto ad entrare coraggiosamente in convalescenza.
Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente contro chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente tutto quanto lo circonda, finirebbe, di necessità, col disprezzare sè stesso.
Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare Serena che non disprezzasse il mondo, nè tanto il mondo, da dimenticare come egli ne facesse parte.
Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue ultime febbri tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati e la miseria del raccolto. Amore, piaceri, ambizioni, ogni cosa fa fatta spregevole o vana, e disistimabile tutto e sè stesso nell'immensa disistima del mondo.
Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta un'alba povera di luce, ed all'alba un mezzodì che pareva un tramonto, quando Maurizio, rizzandosi sui gomiti nel tormentoso letto, gettò alle proprie sembianze, riflesse da uno specchio, queste parole che gli venivano in mente per la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi un milioncino?»
L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del dito alla porta.
Recava una lettera.
Quella lettera diceva così:
«Signore,
«Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse mai più, sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento e di addio. Non mi importa di ciò che dirà il mondo, ma di quanto potrete pensare voi sono gelosa. La proposta sincera che mi avete fatto vi dà il diritto di giudicarmi severamente. Fatelo; la mia colpa non trovi pietà nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate almeno che sotto la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il rossore della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la mano che mi avete offerto. Siate felice.
«Serena».