XXI. IL SECONDO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.
Mezz'ora dopo Maurizio attendeva nel leggiadro salotto di Serena, col cuore agitato da una febbre più gagliarda di tutte le precedenti, colle mani contratte come per forzare la propria impazienza a contenersi.
Era uscito da casa ed aveva fatto la strada senza pensieri, o piuttosto con un solo pensiero, che era insieme un delirio: «ella mi ama!»
Tutte le idee si confondevano in quest'una: dubbii, ansie, paure, affannose notti, più nulla, nebbia ogni cosa; egli aveva l'occhio ad un raggio di sole: «ella mi ama!»
Pensava egli a quanto stava per fare, a ciò che stava per dire? Che importava? Si sentiva più grande degli avvenimenti, gigante quanto era il fascino di queste parole: «ella mi ama!»
Serena si fe' molto aspettare.
Quando apparve nel vano della porta, come una cara visione lungamente evocata, Maurizio mandò un piccolo grido e fece un passo incontro ad essa; ma la bella volse il capo a sbarazzare lo strascico della serica veste, che si era molto opportunamente impigliata nello stretto passo, e Maurizio si sentì inchiodato al suolo.
Nel sorriso, nella fredda e cerimoniosa disinvoltura di Serena, non era proprio nulla della donna innamorata; invano, su quel pallido volto incantevolmente bello, Maurizio si adoperava a leggere una sillaba di ciò che aveva creduto di leggere nella preziosa lettera... proprio nulla!
Serena fe' cenno al visitatore di sedere, e sedette ella stessa. Maurizio si lasciò cadere sopra uno dei seggioloni azzurri a frange d'oro, senza poter profferire parola e non distaccando gli occhi dalla bella indolente.
— Vi ho scritto, fu la prima a dire Serena.
— E per questo io sono qui, rispose Maurizio con voce commossa. Se quanto siete bella, voi siete generosa, dovete abbreviare la tortura che provo, promettermi d'esser schietta come sono io.
— Non vi comprendo, rispose freddamente Serena.
— Mi comprendete; lo leggo nel vostro cuore che mi comprendete; promettetemi di essere sincera.
— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non abuserete, immagino, della fiducia che ho riposto in voi e della volontaria parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio. Volete essere mio giudice? Ve ne ho concesso il diritto, aspettate però che io sia lontana.
— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio con un accento pacato e grave che dava solennità alle sue parole, e socchiudendo gli occhi profondi, come per nasconderne il lampo: voglio essere il mio giudice; mi sta dinanzi agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un sogno audace; se vero è quel sogno, voi mi amate.
Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente: «Svegliatevi.»
— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano l'impeto della passione; non ancora. Non prima d'avervi detto che il vostro amore mi è necessario, che è il mio delirio, tutta la mia vita. Non prima d'avervi detto che le cento ambizioni meschine per cui è passato il mio cuore hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi; che l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno potrete mai rendere tanto felice con una parola quanto me. Ora dite, ho io sognato scioccamente, od è vero che mi amate?
«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo stesso atto, collo stesso sorriso.
E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando di cogliere nelle sembianze di lei una mentita alle parole, soggiunse:
— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e sono cose che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero affetto, e sarebbe capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna. Uscite dal vostro inganno. Risalendo il mio passato non trovo per gran tratto di via una parola schietta come la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore più nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi creduta più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi ho scritto. Mi sentivo disprezzata e volevo essere rammentata senza maggior disprezzo domani... Non credevo di rivedervi...
— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia lontanissima dalla impertinenza la mano della bella, io ho gli anni in cui le passioni sono fatali, e nondimeno mi rimarrebbe tanta forza da soffocarle se le credessi ignobili: sentite, io non chieggo del vostro passato, io non voglio guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque sia la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so già che è una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una colpa, e la nascondo anch'io invano a me stesso; accettate di divenire mia moglie, farete una generosa azione, e mi aiuterete ad espiare e riparare il passato. Devo dire di più?
— No, ve ne scongiuro.
Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole ad una folla d'idee e di sentimenti.
Maurizio approfittò di quell'istante di debolezza e soggiunse:
— Non sono ricco, lo sapete, pure mi rimane tanto da vivere in un'onesta oscurità; non mi dite che vi piace il lusso, che amate la pompa e gli agi d'una splendida esistenza; ho potuto crederlo un istante, ma oggi non la crederei.
— Avreste torto, osservò Serena ritrovando un'uscita al suo imbarazzo.
Maurizio non l'udì.
— Andremo lungi da Milano, andremo dove vorrete, il mondo è vasto ed offre mille nascondigli alla vera felicità; ne cercheremo uno insieme.
Dicendo queste parole, il volto severo di Maurizio brillava di una luce insolita, e la voce gli tremava come per affanno. Serena rimaneva impassibile; od almeno se ne dava l'aria.
— È inutile, diss'ella, questa bella cornice non si adatta a me; vi pare che, se anche potessi accettare di divenir vostra, l'ombra mi accontenterebbe? Mi crediate o no, io amo la luce, tutti mi dicono che sono bella, ed a forza di sentirlo dire mi piace crederlo; finchè ciò dura bisogna metterlo in mostra; è la mia parte.
— Cessate, interruppe Maurizio con dolcezza pietosa, cessate; io vi leggo in cuore che non sentite una parola di quanto dite per guarirmi. Non sono un ammalato che risani; finchè durerà la mia speranza sarò un audace sognatore, se risvegliandomi non sarò nelle vostre braccia, impazzirò.
Serena si rizzò in piedi e guardò intorno a sè come sgomentata, poi si fece presso a Maurizio col volto in fiamme.
— È vero, sì, è vero, io vi ho ingannato, io vi amo!
E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in un singhiozzo le ultime parole.
Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un istante trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra le braccia il bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della sua bocca ed i ricci dei suoi capelli, e sul cuore il martellare affrettato di quel cuore rimasto fino allora un mistero, diè un grido.
— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia!
— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse colla mano tremante la bocca di Maurizio.
In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi, Maurizio non si sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda dei ricci della bella, ne baciò le labbra, le guance, la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava Serena a quella muta frenesia?
A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno, e fu essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso.
— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando quanto poteva la sua felicità, se voi mi amate siate mia.
Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano che le cingeva il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone. Aveva ripreso tutto l'imperio di sè medesima, era ancora la bella indolente di prima. Quanto a Maurizio, nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un tesoro, la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere alla sua felicità di poc'anzi.
— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso: ho guardato nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba altra felicità se non l'amarvi; siate voi dunque tutto il mio avvenire, siate mia.
Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un po' della sua consueta fermezza; pregava, ma come un superbo.
— Sono vostra, rispose Serena con semplicità; la parola che mi è uscita dal labbro mi fa vostra. Le donne mie pari quando hanno detto di amare sono fortezze smantellate; l'amore è la parola d'ordine. Sono vostra...
Quelle parole trattennero Maurizio, il quale sulle prime aveva dato loro un altro significato. Ciò che ora comprendeva era tanto inverisimile, che stentava a darvi fede. Nulla rispose, ma l'atto quasi pauroso con cui si ritrasse, ed il fiero modo con cui sollevò la fronte, dissero chiaro il suo pensiero.
Serena lo guardava senza sbigottimento.
— Mi avete detto di stimarmi, prese poi a dire Maurizio con voce grave, mi avete ingannato. Io non sono venuto per farvi ingiuria; è un'altra maniera d'amore quella che vi chieggo.
— Non ne ho altra, rispose Serena.
Maurizio non udì.
— Non parlo alla donna che ha l'incenso di tutti, parlo a quella che ha il mio cuore. Il passato qualunque sia non è cosa mia; non voglio di voi altro che voi sola! A me basta sapermi amato e sapervi moglie virtuosa. Non potete voi divenirlo?
— Non posso, rispose Serena senza esitare, non posso. La colpa è la mia sorte, la porto meco, non mi abbandona, non può abbandonarmi mai... nè con voi, nè con altri...
— Mi basta, mormorò Maurizio, mi basta.
Ma non era vero; non gli poteva bastare; lottava dentro di sè tra la superbia e l'amore, e si guardava intorno con occhio smarrito.
Serena vide quello sguardo e n'ebbe paura, e fu di nuovo in piedi d'un balzo, ma invece di farsi presso a Maurizio, rimase immobile, severa, quasi minacciosa, cogli occhi fissi all'uscio della sua camera.
Maurizio si volse, e vide nella stessa cornice, dove poc'anzi gli era apparsa la soave figura di Serena, un uomo tozzo, una faccia spartita per metà dal sorriso d'una bocca enorme, due occhioni da coniglio sotto una piccola fronte, e tutto ciò in atto tra l'umile ed il beffardo.
Allo sguardo di Serena il banchiere Redi si ripiegò sopra sè stesso e scomparve; e Maurizio, a cui l'ingrata apparizione apriva gli occhi, non seppe resistere al primo istinto della propria superbia, s'inchinò lievemente e fece atto di uscire.
Non aveva mosso un passo, e già era pentito, e voleva rimanere; ma Serena non fe' cenno, non disse parola per trattenerlo, ed il disgraziato si trovò fuori dell'uscio senza avvedersi che gli sanguinava il cuore.
Questa volta Serena non pianse, non uscì in singhiozzi, ma rimase in piedi immobile gran tratto dopo che Maurizio fu lontano.
Quando si risovvenne del banchiere Redi, entrò nella propria camera che trovò deserta; il prudente milionario se n'era andato.
Ma aveva lasciato di sè il profumo, un irresistibile olezzo di bergamotto che doveva guidare la fantasia più ritrosa dietro i suoi passi. Forse per resistere più coraggiosamente alla tentazione, Serena ritornò nel salotto e sedette dove sedeva poc'anzi, e fissò l'occhio dove poc'anzi era Maurizio, e così rimase a lungo.
Fu tolta, o piuttosto non fu tolta, ai suoi pensieri, da un servitore che recava un bigliettino olezzante di mammola. Serena riconobbe l'essenza favorita del vago luogotenente delle guide, e si lasciò cadere di mano il pistolotto senza degnarlo d'uno sguardo.
Così passava il tempo; già la luce invernale incominciava ad affievolirsi; a poco a poco si abbrunarono successivamente le quattro virtù delle pareti, i ninnoli di bronzo ed i mobili di palissandro, poi l'azzurro delle stoffe e le dorature, e da ultimo non rimasero di quell'allegra comitiva di colori, altro che i bianchi amorini di stucco appesi alla vôlta a ghirlande della propria natura.
Serena fantasticava sempre, fissando la candida boccia d'una lampada; e solo quando l'ebbe perduta di vista, perchè l'ultimo tizzo si spense nel caminetto, solo allora si avvide dell'oscurità e del freddo.
Chiamò; due minuti dopo tutti i colori, che si erano sottratti ad uno ad uno e come di nascosto, riapparvero in frotta a far festa al lame giocondo della lampada ed alle fiammate allegre del focolare.
Ecco: le frange d'oro dei mobili e gli stipiti dorati si rimandano i riflessi, ogni spigolo sfoggia la sua pennellata di splendore, le quattro virtù sembrano sorridere agli amorini, e gli amorini ricominciano più allegramente che mai le loro tentazioni sul capo delle quattro virtù.
È il buon momento.
Il cugino Ferdinando, l'amabile luogotenente delle guide, domanda d'esser ricevuto.
La bella pensosa rialza il capo e fa un cenno sbadato che si può tradurre: «venga.»
E l'amabile luogotenente viene, colle gambe sparate, colla sciabola sotto il braccio, come un eroe che muove alla conquista. Deh! se la vittoria ha un minuzzolo di cervello non tardi a buttarglisi nelle braccia.