XXII. IL LUOGOTENENTE DELLE GUIDE TORNA ALLA CARICA.
Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato più volte al punto di credermi meno fortunato; dentro di me qualche cosa scommetteva che non mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che vi ringrazi.
— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla parte del nuovo venuto, senza però staccare gli occhi da un punto fisso che non era nella sala.
— Di aver aderito alla mia preghiera.
— Quale preghiera?
Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione.
— Non avete ricevuta la mia lettera?
— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla.
E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento, ricercò e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa missiva del galante guerriero; l'aspetto del quale è intraducibile colla penna; quello stentato sorriso, quella violenta contrazione dei muscoli della faccia per non fare il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato, gli davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata.
— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come se non potesse resistere all'impeto del suo umore giocondo; mi direte voi stesso che cosa contiene questa lettera, caro cugino.
Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due spropositi uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di non far eco alla gaia risata della bella, il secondo di rispondere pregando la bella di leggere ora il suo biglietto.
Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto magra figura faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura della propria dichiarazione d'amore. Ma era proprio un innamorato, il luogotenente delle Guide? Questo non è certo, quanto è certo è che la sua lettera era una dichiarazione profumata, a bruciapelo.
Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la lettera, ne fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e lesse a voce alta, facendo scherzosamente tutte le fermate delle virgole e dei punti. Quell'omaggio all'ortografia del luogotenente fu ricevuto male, perchè, invece di esserne lusingato, il guerriero continuò a dimenarsi sulla seggiola non sapendo come tenersi.
Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva dove l'aveva presa e si rivolse al cugino:
— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro?
Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno sforzo coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed incominciò l'amplificazione così:
— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che possono venirvi in mente, so che il passato sta contro di me per quella volgare opinione che non si ama due volte la stessa persona; potrei dirvi che non ho mai cessato di amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto cessare d'amarvi; non so come, non so perchè; ed ora vi amo più della prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza che mi accese, e per giunta un fascino nuovo che m'incatena.
Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco sicuro e determinato.
Serena lo lasciò dire senza interromperlo.
— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io sono geloso. Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli voi a voi stessa, non a merito mio; ma se la schiettezza merita un premio, siate schietta anche voi con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate amarmi mai.
— Mi pare proprio, rispose Serena.
Il cugino insisteva collo sguardo.
— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso; voi stesso vi fate illusione sui vostri sentimenti; non volete ingannarmi perchè siete schietto e generoso, ma vi ingannate, perchè nessun uomo è padrone d'essere schietto e generoso con sè stesso. Credete di amarmi per le mie nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me non amate più la donna, ma la cortigiana in voga.
— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi.
— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il vostro amore è un'impertinenza.
Il disgraziato amatore ammutolì.
— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando la creatura indolente di prima.
— È dunque vero?
— Lo sapete?
— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo vi ho scritto e sono venuto.
— E si diceva dove mi recherò?
— A Parigi.
— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo so ancora. Non si diceva altro?
— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro...
— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io parta.
— Sola?
— No.
— E l'uomo che vi accompagna, lo amate?
Serena si strinse nelle spalle e non rispose.
— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve ed affannoso silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle mie labbra, ve lo giuro sul mio onore, è questa, ch'io vi amo. Non vogliate vendicarvi di me, oppure vendicatevi meglio, ridatemi avaramente una bricciola del passato, ridatemi...
— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente, mi vendo.
— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino.
— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari; non vi fu detto il suo nome al caffè?
— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi.
Serena non rispose.
— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa della sciabola.
— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno se ne trova un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari, immagino. Cugino Ferdinando, ridiventate uomo di spirito, come siete sempre stato fino a questo momento.
E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece un cenno di commiato al galante guerriero e sonò un campanello.
Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio. Di mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve inchino, uscì.
E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile, che non era nel suo salotto.
Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse per la città, i frequentatori del caffè e del circolo tennero adunanza e discussero a posteriori tutti i segni infallibili che avevano annunziato la catastrofe. E che fosse una catastrofe non fu posto menomamente in dubbio dagli adoratori, i quali spiegavano così la fortuna del banchiere a danno delle loro legittime speranze. Del resto tutti si consolavano e ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia sulle labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno per proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non avesse saputo resistere alle loro seduzioni; ma costoro non furono visti al circolo nè al caffè.
In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione), la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera fortuna. Gli echi del caffè e del circolo non udirono mai tanti motteggi, e gli specchi dovettero credersi disoccupati, non avendo più a riflettere alcuno sbadiglio.
Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino. Nella notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad occhi aperti. Per la prima volta, dacchè il cuore aveva preso la mano alla fantasia ambiziosa, il senso prese la mano al cuore. «Quella donna, quel miracolo di forme, poteva esser sua!»
Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli bisognava ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla o seguirla, stringersela al cuore, e dimenticare in quello spasimo dolce ogni altro spasimo.