XXIX. UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI.
Sono trascorsi otto giorni da quello che negli annali del bel mondo segna la fuga di Serena e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore. Salvo gli occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare nel loro guscio, ed i capelli rimasti fedeli all'intonaco odoroso che li appiccica sulle tempie, tutto il resto pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è come ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico; gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e di sbieco, come al domani di un trionfo; le gambe, sempre bonariamente frettolose, si muovono con una certa indolenza piena di mistero; tutta la persona dice cose sì nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria d'un punto d'interrogazione nel mezzo d'una superficie carnosa.
È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la bella Proserpina non avrebbe neanche posto mente, dove l'accento e le maniere non ne l'avessero fatta accorta. Non era più in fede mia quell'ossequioso e riverente imbecille, che aveva quasi l'aria di offrire i suoi milioni come si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro di sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto era stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua dama; ma da un piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine, da un tono di voce più alto o più basso, la sua dama era avvertita che l'usar quei modi era degnazione o galanteria di abitudine.
Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta, continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in cuore all'avversario.
La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana, voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere.
Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue valige e «quelle della signora.»
La signora seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che il signore uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora.
— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.
— La signora non ha voluto, rispose costei.
Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta, a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze.
Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era mossa.
Questa volta la signora fu avvertita in bel modo della necessità della partenza.
— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione tutto il fascino della sua galanteria.
— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera.
Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen.
Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva gli occhi fingendo di dormire e pensava. A che pensava? Evidentemente la partita era perduta od almeno non rimaneva speranza di vittoria; quella donna non sarebbe mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però tal cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si mostrava. A che altro pensava egli dunque?
Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella città manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo prezioso buon umore.
Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico sole, che anticipava alla natura ancora arsiccia i gai colori della primavera.
Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto pareva il banchiere in quel giorno; era come uscito dal contegnoso torpore che gli irrigidiva le membra, e camminava ancora coi passi frettolosi e brevi con cui fino a pochi giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della propria fortuna. Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava invano a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo di Paro che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di Serena faceva un singolare contrasto con quella specie di frenesia gioconda; deposte le armi della lotta, la bella rientrava nel castello merlato della propria indolenza, sdegnosa perfino della vittoria. Conveniamone: non si può avere una innamorata più noiosa.
Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido desinare in una sala appartata, una specie di festino a due, e se ne andò a spasso per «mettersi in appetito.» La qual cosa gli riuscì benissimo.
A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno riusciva inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato dalle libazioni, parendole di notare un po' di stento in quell'allegria balzana, e nella pompa di quel banchetto un proposito che non le veniva fatto d'indovinare. Il banchiere assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto il bicchiere alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi, e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto. Due o tre volte parve raccogliersi in pensiero ed uscì da quella breve meditazione con un diluvio di parole. Serena parlava poco ed il più sovente a monosillabi; ma i suoi sospetti erano divenuti certezza, ed alla frutte non esitò ad interrompere il verboso commensale per dirgli a bruciapelo:
— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi; dite.
Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette un pezzo in forse prima di prendere il suo partito, vuotò d'un fiato le poche goccie di vino che rimanevano in fondo al bicchiere, per darsi un contegno, spinse la sedia più presso al desco e fissando gli occhioni spiritati in volto alla sua donna, tentò un risolino ribelle.
— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una cosa bizzarra.
La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel sangue o nei nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere proseguì:
— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di stringere il negozio che doveva farmi il più felice degli uomini... quanti milioni possedesse il vostro banchiere? No?... Ebbene, in questo momento a Milano non si pensa che ai miei milioni: solo invece di domandare quanti ne ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano.
Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo atto accennando che ella prendeva interesse alle parole di lui.
— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca Redi ha annunziato la sospensione dei pagamenti, o in altri termini, ha fallito per tre milioni. Una bagattella, direte, mi avreste creduto più ricco; ma non ho saputo far di meglio.
Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura e vide un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena, riavutasi dallo stupore, non trovava parole.
— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo accento.
— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che non ho mai avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella donna dell'universo ed il poter dire che quella donna e il mondo mi hanno appartenuto...
Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso tono di voce:
— Voi siete dunque rovinato?
— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire.
— Che non sono vostre...
— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero.
Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di raccogliere le idee.
— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie, sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe. In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole. La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta, e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere denaro a prestito da un amico per non morir di fame.
«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa, non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa, dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi, e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti: guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce, dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era qualche cosa di buono.
Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto sbadatamente.
— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura; ed io sono abbastanza maturo per oziare...
A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua mensa.
— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia; ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi, accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un beneficio solo.
Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il bisogno di essere interrotto.
— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno) ai creditori del fallimento?
Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad una ad una le parole:
— Il vostro è un fallimento doloso?
L'interrogato esitò alquanto a rispondere.
— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità. Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.
Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le passava in cuore.
Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva una risposta.
Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata:
— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa.
Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse di repente al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere Redi si scolorì in volto a quelle parole, e rispose con voce che aveva insieme del supplice e dello sfiduciato:
— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi...
— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al banchetto dei vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto giorni della mia vita che vi ho dato, domani, lontana da voi, sarò la stessa di prima, nè più stimabile, nè meno.
— Volete lasciarmi?
— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me stessa, e le vostre cinquecentomila lire non possono quasi bastare a voi solo.
Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì le labbra, protese le mani, nascose in esse il volto e chinò il capo sulla mensa.
La beffa contraeva le labbra di Serena.
Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro di sè, infine sollevò la testa lento lento, senza staccare le mani dal volto, appuntò i gomiti sulla tavola e disse penosamente:
— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato la mia rovina; non mi lasciate; non vi domando amore, nè stima, rimanete mia; voi non sapete quanto mi costi ora il parlarvi così, e quanto mi costasse il mascherare la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario per non farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire che vi amo.
Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo guardava con disdegno e non rispondeva.
— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione nella voce, e che ne importa a me?
— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato, rialzando il capo e fissando gli occhi desiderosi nel volto della bella.
— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non voglio farmi complice della vostra.
La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla mensa; Serena si levò e si ritrasse nella sua camera.
Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi con un contegno insolitamente rude.
— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè dobbiamo separarci, sarò io a lasciarvi libera!
— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi... rispose freddamente Serena.
— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa vostra; a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli voi lo avete guadagnato quel denaro.
— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente da un'altra parte.
Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò in silenzio.
La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra, fin che il superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima di vergogna.
Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra notte.