XXVIII. SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA.

Non è luogo più acconcio alla meditazione di una carrozza chiusa. Vi si entra col cervello vuoto, se ne esce iniziati alle dolcezze del mestiere di filosofo.

Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a fianco dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa che si stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano. Vi hanno cose che si pensano e non si dicono, ve n'ha che si direbbero, ma non si gridano: ciò che passava in capo ai due compagni di viaggio era di questa seconda natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore, da rendere impossibile l'intendersi senza gridare.

Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno per proprio conto.

Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina una bazzecola, il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando, per condurre a buon fine l'impresa, una settimana, aveva domandato poco. Tutti gli ostacoli intravveduti appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di buona volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero vi si accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di difficoltà non prima sospettate.

Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le ventisette parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per un uomo della fatta del dottore, a patto però che Donnina fosse veramente nata in quel tratto di tempo indicato ed in Milano. Vero è che le probabilità gli parevano favorevoli a queste due condizioni, ma di certezza non ne aveva l'ombra. Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava più una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in modo che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi pensieri, avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente il dottore. Non tanto però che nello smontare dalla carrozza egli non avesse il suo magnifico sorriso per aiutare a discendere il vecchio amico. A costui si vedevano in volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di viaggio.

Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene; il signor Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto, il dottore continuò il suo sorriso per non darsi una mentita ed andò a visitare gli ammalati.

Ritornò poco dopo.

— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento tra melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano qualcuna.

— Che c'è di nuovo? domandò il direttore.

— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio del momento ch'io non ci sono per ammalarsi...

— Gravemente?

— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave.

Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che ogni novella non lieta gli pareva un aggravio di più al proprio fardello; crollò il capo e non disse nulla.

— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho ordinato del ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo...

Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran passi.

— Che pensi? gli chiese il dottore.

— Lo sai pure...

— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io; poveretti, bisognerà farli felici...

— Lo speri tu?

— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni quando si ha la loro età, ed amandosi col permesso dei superiori possono parer brevi.

— Dunque tu disperi di scoprire?

— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma dico per dire...

— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non essere nata a Milano?

— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata a Milano.

— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii mandati a maestro Ciro potrebbero venire da altri...

— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi... Ho pensato anche a questo; ma, grazie al modo con cui è ordinata la nostra polizia, grazie ai consolati, grazie alle navigazioni transoceaniche, alle vie ferrate, ai telegrafi ed alle poste, se pure quell'uomo, dopo aver messo al mondo una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è andato nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli pervenire una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco che quell'uomo non si sia mosso dall'Italia e da Milano, e vedrai che sarà in Italia ed in Milano per farmi piacere... senza contare...

Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato il signor Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si affrettò a incoraggiarlo a proseguire.

— Senza contare?...

— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina, argomento che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni il consenso per il matrimonio. Se l'atto di nascita dirà che quel bottoncino di rose non è frutto di giuste nozze, non avremo più altro a fare, e lo dirà... spero.

— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa speranza mi paia una colpa.

— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per non perder tempo, io corro da don Alfonso, il curato della parrocchia più vicina. Già... potrei incominciare dalla più lontana, e sarebbe meglio, perchè sono sicuro che non ritroverò il fatto mio prima di aver visto la sacra polvere dei registri di tutte le ventisette basiliche di Milano.

Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del signor Fulgenzio, il quale rise allegramente.

Il dottore aggiunse serio serio:

— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede di nascita di Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel giorno X del mese di maggio dell'anno 185... si troverebbe nella parrocchia più vicina.

E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò l'uscio e scomparve.

Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente un altro paio di reverendi, avevano permesso al dottor Parenti di frugare colle sue mani profane nei registri dei nati del 185..., ed aiutato essi stesse le ricerche senza frutto alcuno. Il dottor Parenti gli aveva pagati largamente con cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al giorno successivo la visita al sesto parroco.

Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito, aveva risposto che tutto andava a meraviglia, che, avvezzo a non fare fidanza colla fortuna, era certo di non poter risparmiare nè un passo nè una parrocchia, e che infine quello era un viaggio di nuovo genere, e voleva farlo in tutte le ventisette tappe...

Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del santo, perchè l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la sua persona sacra in un libro profano) il curato della parrocchia di San... è uomo faceto, e sta volontieri allo scherzo. Vide alla prima il lato vulnerabile della singolare dimanda del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi» con una lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far colazione, di aspettarlo in sacristia.

Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si meritava; era venuto troppo di buon mattino, e non voleva mettersi sulla coscienza il digiuno d'un reverendo. Questo almeno pareva significare l'inchino con cui rispose alle parole del curato, e l'accento con cui lo scongiurò di fare i suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era mai offerta in vita, a studiare l'Oratio dicenda a sacerdote cum lavat manus. Quando il curato entrò, il dottore, il quale aveva acquistato un'aria liturgica tutta sua, lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di fargli gli onori di sacristia.

Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata condizione d'uno che si levava allora da tavola, andò diritto ad un antico armadio di legno di noce lavorato ad intagli ed a bassorilievi, lo aprì e mostrò una schiera di enormi libri venerandi, coperti di carta pecora, coll'indicazione dell'anno scritta sul dorso.

— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il curato col suo risolino evangelico.

— Nel 185...

— Nel mese?

— Di maggio.

— E si chiama?

— Camilla...

Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del 185... e lo sfogliava senza interrompere il risolino incominciato...

— Lei dice che si chiama?

— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro che Camilla...

— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno...

— Nella prima settimana del mese...

— I genitori si chiamavano...

Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva maligna.

— Si chiamavano? insistè.

Ma il dottore zitto.

«N. 181... è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno 1, incominciò a borbottare il curato leggendo nel registro, un bambino maschio... niente... N. 182... alle ore 8 antimeridiane del giorno 1, e fu battezzata nello stesso giorno, Teresa Giovanna Maria... niente Camilla... N. 183... alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello stesso giorno, Margherita Camilla... — Camilla! interruppe il dottore, e curvandosi sul registro proseguì: Margherita Camilla legittima; da Maria Longhi e Giovanni Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi V... Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver trovato...

E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino e si accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato, facendo correre l'indice di colonna in colonna, seguitava a leggere come se nulla lo avesse interrotto:

«N. 184... alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato al giorno 4 un bambino...

«N. 185... alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata nello stesso giorno Camilla...

— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi di botto nello scrivere.

«Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani e di Giorgio Boli, cattolici...

Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella mente del dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere le indicazioni di entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi ogni movimento delle labbra del reverendo, il quale continuava a leggere ed a sorridere, come se le due cose non facessero in realtà che una sola.

Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e di Camille non ne aveva trovato altre.

Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in bocca cento domande, ma comprese che il curato non avrebbe avuto risposta per nessuna, serrò il taccuino fra le mani, ringraziò caldamente, fece un saluto profondo, sorrise con una devozione esemplare, ed uscì fuor del sacrato per darsi dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente.

«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in questa sola parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non ne incontrerò io prima di essere arrivato all'ultima? Se dura la proporzione posso far conto sulla dozzina...»

E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto dal campo della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e disse:

«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno, il che in una settimana dà un totale di 140 milanesi. Così, o all'incirca, doveva accadere anche vent'anni sono. Di questi 140, la metà sono maschi; e di settanta tra Caroline, Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono essere le Camille?»

La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la certezza di dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie e l'impazienza d'aver finito di raccogliere tutte le Camille, per poi accingersi al difficile còmpito di sceverare la buona, il meglio era di balzare in una carrozza da nolo.

E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di camminare a piedi.

«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.»

E via di galoppo.

Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite, ed i risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano essere più soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca d'una Camilla e ne avesse invece incontrato sette.

Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il dottore gliela aveva detta, ma tolse di mano all'amico il taccuino e ne lesse le annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino. Se il cuore fosse la buona pasta di consigliere intimo che tanti vogliono che sia, fra le sette Camille avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle famose nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o il cuore del signor Fulgenzio faceva eccezione.

— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino senza dir parola.

— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla stessa maniera, ed aggiunse forte: «tutte queste Camille sono legittime; tanto meglio, e tanto peggio; ma di queste sette io ne ho già messe da banda tre... Camilla Margherita, figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni, Eugenia Maria Camilla, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso Gori; Fortunata Camilla, figlia d'Innocenza Baldi e di Rocco Sani, ed a queste non voglio nemmeno pensare o ci penserò in ultimo.»

Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini che doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina; al dottor Parenti splendeva in faccia il genio inquisitorio.

— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori Giovanni Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti in terra il primo per fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro ed il terzo il calderaio, tre mestieri onorati, che non mi paiono corrispondere alle indicazioni avute circa il padre di Donnina...

— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe e si riferiscano proprio al padre di Donnina?

— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre di Donnina, ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare che basti! Oh! vorresti credere quel capolavoro di fanciulla uscita dalle mani di un calderaio?

L'argomento non aveva di stringente altro che la fede dell'oratore, ma doveva bastare ad un uditorio desideroso di credere come il signor Fulgenzio.

— Rimangono le altre quattro: Grazia Maria Camilla...

Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in bocca al dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro Paolo era stato côlto da un nuovo accesso di febbre e di delirio.