I.
— Ed ora va — mi disse mia moglie — non farlo aspettare.
— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto anch'io. Mi vendico.
Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi indosso un cencio di sussiego dottorale.
Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca paura che mi era passata per la testa.
— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità, mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare di accopparsi per risparmiarne a me la noia.
— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e cognome, la patria, la professione.
— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.
Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato, come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi rifacendomi serio:
— Dunque si tratta d'un muro divisorio?
— Sissignore, d'un muro divisorio.
E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro.
Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la giurisprudenza; solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu Pietro, e gli infissi rimanevano nel muro.
— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo.
Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel muro coi suoi infissi io me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un baluardo.
— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso; — dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.
E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise.
— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità fuggitiva.
— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no col capo.
— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo la lite.
— Sarà una cosa lunga?
Mentii.
— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia la procura ad lites, penso io al resto.
E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa carta, su cui scrissi in rondo: Solera contro Magni, poi sollevai il capo e dissi:
— È fatto.
Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere innanzi le cose.
Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite.
Evitare la lite! Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva!
Invece no; il mio cliente non si moveva; gli era passata da un pezzo la voglia di pigliar con le buone quell'orso male allevato; era venuto perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza lasciarmi nelle mani il suo litigio.
— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza. Invece domandai con sussiego: — Che uomo è?
Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose semplicemente: — Un orso!...
Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo guardava con gratitudine, quasi con amore.
Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese e nei danni.
Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me?
Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non era stato lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era stato mai.
Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero; pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario, provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali?
Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua clientela si perda in un'incertezza deliziosa.
Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato, sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime spese processuali.
A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero avvezzato alla mia fortuna.
— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania.
Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora il signor Venanzio ebbe paura di aver ferito la mia dignità e ripetè con diverso accento: — Basteranno?
Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. La seduta era finita e ci avviammo.
— Bisognerà pure che paghi lui in ultimo — diss'egli allegramente.
— Non dubiti — risposi con un sorriso.
E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte.
Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza.
— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio.
Parlava degli infissi, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra volta, dicendo:
— Bisognerà pure che li stacchi!
— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio cliente.
E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di coscienza e lo accontentai.
— Dovesse anche staccarli coi denti!
La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto, rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire, diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo di tornar presto.
— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe sceso un paio di gradini.
Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di andarmene».
Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego dottorale.
***
— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce l'hai.
— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa per non uscirne mai più.
— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo litigherà sempre?
— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con Luigi Magni del fu Pietro.
Spiegai subito l'allegoria ardita:
— Venanzio Solera è la clientela. Solera contro Magni è l'impresa della mia vita.
Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel piacere, battè le mani ed entrò in metafora anche lei.
— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di bella biancheria con le cifre; Venanzio Solera metterà una bella tavola di mogano in salotto, un attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel rame lucente in cucina. Non è vero che farà tutto questo?
Io aveva preso i biglietti di banca che erano sulla scrivania e li venivo contando con molta freddezza d'animo; alla domanda singolare della mia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e solo quando ebbi finito risposi tranquillamente:
— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia questa missione in terra, e chi sa?... egli farà forse di meglio.
— Che cosa? — domandò mia moglie, che trovava gusto ad anticipare col pensiero tutte le prodigalità della mia clientela.
— Per esempio — risposi — ci allargherà la casa; cinque stanze sono veramente troppo poche per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove, e non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi sul medesimo pianerottolo, per uno dei quali passeranno soltanto i clienti...
— E ci si metterà tanto di scritta: Avvocato Placidi... di porcellana o d'ottone.
— Meglio di porcellana... è meno comune.
— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è meno fragile. Un bel giorno poi — soggiunse — per l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà una bella macchina da cucire...
— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo.
Prima mia moglie mandò un sospiro a quel tempo lontano, poi rise anch'essa delle fanciullaggini del nostro bel tempo presente.
Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e non ce l'aveva potuta mettere la macchina Howe a doppio punto.
— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio Solera farà qualche cosa oggi stesso...
L'ombra non se ne andava, e mia moglie non si affrettò a chiedere: che cosa?
— Oggi stesso — ripetei misteriosamente.
— Che cosa? — domandò Evangelina.
— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè, mentre si parla della nostra reggia futura, tu mi pianti qui per andartene col pensiero... dove? dimmelo subito; a che pensavi?
— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che se Venanzio Solera fosse arrivato un anno prima, non sarebbe stato necessario mandare Augusto a Musocco.
Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci la balia in casa, un anno di patrocinio non sarebbe bastato.
— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi alludendo a Venanzio Solera.
— Ti comprerà un calendario, perchè sa che ne hai piacere... un bel calendario da appendere sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo permettere.
Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente che un bel calendario si doveva poterlo comprare con ribasso, essendo già passato tutto gennaio e più di mezzo febbraio.
***
Bisognava informare della nostra fortuna anche mio suocero, perchè trovasse requie e non perdesse il suo tempo correndo dietro ai clienti dei suoi figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco, il latte della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione d'Evangelina, e tutto ciò fu fatto in quattro pagine fitte, in principio da me, poi da mia moglie.
Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina si avvide che aveva dimenticato di parlare del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino piccino, trovò posto nei margini; dopo di che, chiuso il foglio nella busta, uscimmo per andarlo a gettare insieme in una buca.
Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo, guardai mia moglie, che mi guardava sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce alta ed intelligibile, significava che quello era un francobollo speso bene, ed io, che era della medesima opinione, mentre cacciavo la lettera nella buca ripetei:
— Ecco un francobollo bene speso!
Invece no, quello era un francobollo sprecato, tanto è fallace la contentezza umana!
Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo a braccia aperte, ingombrando il vano dell'uscio e gridando con voce stentorea che per entrare in casa ci bisognava passare sul suo corpo?
— Il babbo! — esclamò Evangelina.
Proprio lui, mio suocero.
L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di nuovo in eterno.
— Peccato! — disse mia moglie.
— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di intendere così per farsi fare un'altra carezza.
— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.
— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.
Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato abbastanza e non ci fece ombra di male.
Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che non gli avevo visto mai.
— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli.
E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità, aggiunse alla buona:
— Ti porto una lite.
— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso.
Egli rimase serio e ripetè gravemente:
— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io...
— Tu!... sei dunque tu l'avversario?
— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro? Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere; sarà una cosa lunga...
— C'è un contratto? — domandai.
— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo accuseremo d'aver giurato il falso. Io dico faremo, ma sei tu che farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno.
— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio suocero alla desolazione.
— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla. Che importa? ti dico che tu lo fai giurare, e che se giura...
— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi le cose alla buona, non litighi e non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi aver bisogno.
— Dunque credi che mi darebbero torto?
— Ne ho paura.
— Non importa; ho detto a Giovanni Resta che lo volevo trascinare in tribunale, e lo trascineremo.
Io scrollava il capo così risolutamente, che mio suocero, sbalordito, s'interruppe lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.
— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi senza amarezza — dovevi farti prete. Evangelina sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti conciliato tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale celeste; la tua eloquenza, perchè io sono sicuro che ne hai una, sebbene non sappi che farne, ti avrebbe servito a far la predica.
L'idea di vedermi prete e di confessare la mia Evangelina mi metteva di buon umore; mio suocero tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma era come se mi facesse il solletico.
— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada che rifiuti il tuo primo cliente... bada che...
— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero, tu non puoi sapere... te l'abbiamo scritto poc'anzi, e siccome la lettera è impostata, mi pareva quasi che tu dovessi sapere...
— Che cosa?
— Che ho un cliente, che ho una lite!
— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosa strana! nella sua faccia si alternavano luci ed ombre, come se alla contentezza si mescesse un po' di dispetto. — E come si chiama?
— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario è Luigi Magni del fu Pietro; stanno a Cuggiono tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato certi infissi che il mio cliente è in diritto di fargli staccare.
— Sono vicini di casa?
— Già.
— Hanno un muro comune?
— E Luigi Magni ha piantato gli infissi.
— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace, non è vero?... se sono vicini di casa ed hanno un muro comune? Ah! quanto sono contento!
Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso che aveva voluto litigare con Giovanni Resta tanto per darmi una causa, che del rimanente Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe benissimo potuto giurare il falso in buona fede.
In quel punto rientrava Evangelina.
— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le braccia con un gesto teatrale.
L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse verso di me perchè io facessi altrettanto.
— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre contento — coraggio e avanti! Ed ora parliamo del piccino... È un bel paese Musocco? La balia è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto troppo non vedendo più il nonno?
Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo sospetto, e soggiunse abbassando la voce ed accarezzandole il viso:
— L'aria dei campi gli farà bene!