II.

Coraggio e avanti!

Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».

Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un cliente!».

E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta, non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze, il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere; ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io, unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.

Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.

Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute, orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.

Quelli erano i giorni di sole.

E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri, quasi spensierati, il calendario segnava tempo costante; ed ecco Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva; cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un soldo, a pagarlo un milione.

Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi, che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar l'ora e si avviava senza paura...

Si avviava; mi avviavo.

Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.

Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il passo: — Sono le otto e mezza.

Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un tratto.

L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza, in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo, alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:

— È lui, l'amico del numero 3.

— Chi sa mai chi sia?

— Chi lo sa?

Tacevano.

Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi, esclamare quasi all'unissono: — È entrato!

Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo sportello, la cosa era facile e spiccia; la padrona mi conosceva, mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole; io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: È sempre quello, non già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone. — Sempre quello — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna prima me l'annunziava: Cinquanta lire! Chinavo la testa sul petto, intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la padrona, e io la ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a rivederla, sebbene avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.

A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne, e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.

In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore della loro, perchè era diversa.

Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare, dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni patite.

Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.

— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.

— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.

— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?

— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non aggiungevo altro.

— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi andrai più, non i vero?

— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.

— A riscattarlo manderemo qualcuno.

— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse l'ultima volta.

Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu possibile, non le tolsi la dolce illusione.

E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta.