II.

Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare alla trattoria, variando ogni giorno.

— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente. Io non mi secco a far la spesa, non mi adiro mai perchè la fantesca abbia pagato troppo cari i legumi primaticci; non ho la noia di veder soffiare in un fornello che non si vuol accendere, quando ho appetito; non vi è pericolo che lo stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra sappia di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le ore del giorno; d'inverno si va in una bella sala, molto più larga delle nostre quattro stanze insieme, si sceglie un deschetto accanto ai vetri per veder la gente che passa; d'estate si sta al fresco in giardino, e basta picchiar sul bicchiere con la forchetta per aver tutto quanto si può desiderare... proprio come nei palazzi delle fate.

— Pagando all'ultimo — notava io ridendo.

Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua esperienza di buona massaia, mi dimostrava come due e due fan quattro che, tirati bene i conti, lo stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato molto più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi alla sua dottrina, e pregarla con un sorriso di perdonare ad un grosso ignorante la felicità di cui non aveva merito.

Avevamo scelto a modello del nostro più tardo avvenire una coppia di vecchietti pieni di rughe e di buon umore. Costoro venivano ogni giorno alla trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che pareva un imbuto, lui si affrettava ad appenderlo pe' nastri all'attaccapanni, poi si mettevano a sedere, mostrando la loro canizie intatta. Si consultavano a bassa voce e lungamente prima di decidersi a chiedere il medesimo cibo, poi lo chiedevano col cuore leggiero, e lo vedevano venire sorridenti, e se lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa che avevano fatto. Quando se ne andavano a braccetto, pareva che fosse scomparsa l'allegria. Evangelina ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro diceva:

— Anche noi faremo quella figura; non avendo figliuoli nè altri impicci, noi pure ce ne andremo sempre a desinare alla trattoria.

Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi entrambi che il mondo cominciasse e finisse in noi.

Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto dalla trattoria: io con lo stuzzicadenti in bocca, ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina serena e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce del tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava di farci correre a casa, o della magnifica nevicata; bisognava vederci allora per comprendere quanto sentimento squisito emani da una digestione facile compiuta in due.

Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi adagino? Si faceva come si voleva.

Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza, i nostri figliuoli rotolassero giù dalle scale, o si picchiassero da buoni fratelli, o mettessero fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero rubato in cucina.

Senti? E' un marmocchio che strilla come una prima donna, od è una prima donna, che...? Non vi è dubbio, è proprio un marmocchio.

Si alza uno sguardo di compassione al terzo piano, donde scendono quelle note di soprano, e si tira innanzi; quel marmocchio non è il nostro. E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri angioletti ve li manda il cielo!

Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che fa i primi passi; quanto è carino! barcolla tutto, vi viene voglia di corrergli sempre dietro con un guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima che cada e si faccia male. Ma eccolo che si pianta in mezzo alla via e non si vuol più muovere; la madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di persuaderlo; non riescono a nulla: provano a pigliarlo per mano, e l'omino caccia strilli così forti da far cessare a un tratto quelli del suo collega del terzo piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare. A quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è stato? Niente di strano; un fenomeno naturale; la povera madre si fa rossa, il padre si guarda intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie ogni cosa e tira innanzi; la famigliuola affretta i passi verso casa, qualcuno ride, la folla si dirada.

E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico scherzando:

— Sono le prime consolazioni che un marmocchio bene allevato si crede in dovere di dare a babbo e mamma.

— E sono nulla forse al paragone di quelle che riserba loro nella vecchiaia — dice Evangelina.

— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo io — e farà la conoscenza d'una certa signora Rosa, amica degli studenti, e del venti per cento il mese.

— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul terreno, come dicono, con un compagno di scuola.

— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora — soggiungo, pensando meglio.

— Perchè non ora? — domanda Evangelina.

Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora. Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici! — Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran tentazione di dir loro:

— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo sposati, ci vogliamo bene e siamo felici.