III.
Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio, pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere più di quello che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava merlo, senza perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello, fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso migliore.
Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano. Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè il portinaio che lo aveva avuto in cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì, facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire. Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte; il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele.
Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se gli leggessi l'epitaffio sul panciotto.
Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia stato il più saporito dei merli.
Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe, io trovai la forza di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non poterlo scolpire sul sepolcro autentico.
La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo, sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi.
L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci di buon umore.
— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di perdere un merlo, avessimo perduto un figlio!
Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è di non vederlo mai nascere.
E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi e la nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto, — il primo cliente.
Oh! il primo cliente!
Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile.
Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procura ad lites. Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un giorno di repente.
La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi, si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io: — Non sarà nulla.
Ma una mattina si svegliò più malata del solito.
— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse!
E scesi le scale per chiamare un celebre medico che stava al primo piano, faceva le sue visite in carrozza, e doveva guadagnare in un giorno tutta la mia rendita d'un mese.
Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile sarà pagarlo, ma avrò tempo; ora bisogna salvare la mia Evangelina. — E prima di entrare in casa fui tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità, mi salvi la mia Evangelina! — Me ne trattenne una certa dignità virile che volevo serbare anche nella sventura.
Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua e le toccò il polso, le fece certe interrogazioni, a cui essa rispose titubando; all'ultimo rise, e sentenziò che non era nulla.
— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante.
— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse in un canto per dirmi furbescamente: — Gliela dia lei la notizia alla signora...
— Sarebbe mai?...
— Sicuro.
Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo, come volevo, mi pare d'averlo spinto garbatamente fuori dell'uscio; dopo di che, senza nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale della mia ammalata.
— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non lo sai? Vuoi saperlo?
— Come si chiama?
— Si chiama Augusto...
Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi coprì di baci, mormorando fra le lagrime:
— Era dunque per questo che io sentivo di amarti di più! Perchè eravamo in due a volerti bene.