IV.
— Sono guarita! — mi disse Evangelina.
— Lo vedo!... Ma che fai ora?
— Mi levo, non so più stare in letto...
Io la trattenni dolcemente, le accomodai i guanciali sotto il capo, le tirai le coperte fino alla gola, le lisciai la rimboccatura e la fronte e stetti un istante a contemplare la mia opera in silenzio.
Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere, perchè le piaceva godersi lo spettacolo della mia gravità carezzevole; ma quando mi vide ritto e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non guardarla in quel modo, poi tornò a dire che assolutamente non voleva stare a letto, che si sentiva benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò le spalle con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato, subito si volse ancora e mi sorrise.
Allora le dissi serio serio:
— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è passato, il tempo frivolo non tornerà più; dobbiamo mettere giudizio e pensare alla famiglia.
— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo vano in cui ci volevamo bene è passato; non tornerà più quel tempo frivolo, quando il signorino non pensava ad altro che a farmi contenta.
Le volli chiudere la bocca con un bacio, e non riuscii, essa si lasciò baciare mezza la bocca, e, con l'altra metà, continuò a dire:
— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando avrà suo figlio non mi guarderà neppure; ma non l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace...
Bontà divina! Di che cosa non doveva essere capace quella mia pallida faterella, che stava facendo il miracolo eterno!
— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna scherzare su questo, non dobbiamo sfidare la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora che siete in due a volermi bene?
Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo alle prime sue idee materne; poi mi disse sbadatamente:
— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa.
Il suo pensiero era altrove, il mio correva per l'aperta campagna.
In quel mentre la nostra fantesca ci portò il caffè; noi ci guardammo alla sfuggita, sorbimmo la bevanda gravemente, e non ci uscì parola di bocca, finchè la nostra gazza domestica non si accinse a tornarsene in cucina.
— Mi farai il piacere di fermarti un poco di più — le disse allora mia moglie; — il signore deve uscire, io non sto molto bene e non voglio rimaner sola.
— Che cos'ha? — domandò la fantesca.
— Sono un po' costipata, non sarà nulla.
— La mia cara costipata! — esclamai quando fummo soli — come le sai dire le bugie!
— Ho fatto male forse? Dovevo dire le cose come stanno a quella ciarliera perchè fra un quarto d'ora tutta la casa, dal pianterreno al soffitto, e tutti gli inquilini, a cominciare dai cavalli del dottore in scuderia fino ai passeri del tetto, sapessero che io sono...?
— Hai fatto benissimo, anzi bisognerà tenerla segreta la nostra felicità; ci sembrerà più nostra; non la deve conoscere anima viva, neppur tuo padre.
— E perchè mio padre no?
— Ebbene tuo padre sì, ma lui solo; nessun altro ne sospetti fino a tanto che non sia più possibile nasconderla.
E facevo un gesto largo, un gesto enorme, alla cui vista la mia Evangelina fu presa da terrore.
— Non voglio — disse; ed io ridendo restrinsi successivamente le linee circolari de' miei gesti, finchè mi parve che li vedesse con rassegnazione.
— Perchè hai detto che il signore deve uscire? — le domandai.
— Ma... l'ho detto senza pensarci... mi pareva...
— Mi mandi via — dissi — confessa che sei tu che vuoi rimaner sola... me ne vado...
E mi valsi di questo per non confessare che anch'io sentivo un bisogno prepotente di andarmene a girellare un pochino co' miei pensieri, mentre non sapevo indurmi a lasciar sola la mia malata preziosa.
— Vado — dissi.
— Aspetta... ed ora va, e pensa sempre a me.
Dove ho messo tanti puntini, si capisce che allora era bisognato mettere un bacio.
— Sempre a te — risposi, e fuggii con la spensieratezza mista di rammarico di un marito frivolo, il quale corra ad una festa, lasciando a casa la moglie.