V.

Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli occhi meravigliati d'un inquilino del secondo piano, che usciva lui pure di casa, e dovette abbrancarsi alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga.

Sul portone di strada mi arrestai come uno smemorato. Guardavo a destra e a mancina, probabilmente per decidere da qual parte mi convenisse meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e quando l'inquilino che mi ero lasciato alle spalle m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida ed indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io lo seguii a passo lesto e gli passai innanzi un'altra volta.

Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non lo sapevo; erano molte cose insieme; fra tutte una idea indistinta si affacciava ogni tanto, ed era che io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale a precipizio per incontrar sulla via un cotale che poi non v'era. E chi poteva essere costui? Io non lo sapevo, ma mi pareva proprio che qualcuno mi mancasse, ed alla prima cantonata mi fermai da capo a guardare di qua e di là.

Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano, il quale, avendomi raggiunto un'altra volta, si credette in diritto di lanciarmi in piena faccia un'occhiata di rimprovero, dopo di che affrettò il passo singolarmente, perchè io vedessi bene che non era stato lui, con la sua sbadataggine, a cagionare la disgrazia dei nostri tre incontri in tre minuti.

— Povero diavolo! — pensai.

Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo, di infilare il mio braccio nel suo e di tirarmelo dietro riluttante per le vie luminose della mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare nel suo squallore.

A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle nuvole, in cui girellavo col pensiero, abbassai lo sguardo ai piedi... e vidi allora quel che cercavo: un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi, la faccia ridente.

Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale a precipizio, doveva essere perchè sentivo il bisogno segreto di portare una carezza ad un bimbo; e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del secondo piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza pensarlo, mi pareva che non potessi uscire di casa con altro fine; e volevo essere il primo a pigliarmi sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata.

Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse bene, ed egli, ripetendo la sua prima lezione, mi rispose che me ne voleva tanto così. Non era poco, perchè, nel dire, allargava le braccia come se volesse toccare i confini di due orizzonti.

Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro alla verità: io dico che quella piccola bugia su quelle piccole labbra mi rese più felice d'ogni loro vero più verosimile.

Mi guardai intorno; non passava anima viva in quel punto, e il bimbo mi sorrideva; era da far venire la tentazione di nasconderlo sotto la giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si affacciò da una bottega vicina la testa gioconda d'una mammina gentile che aveva visto tutto.

Ella chiamò con accento, che non sapeva essere severo, una volta, due: — Emilio, Emilio!

Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni stupefatti in un mio bottoncino da camicia, che era di vetro sfaccettato e pareva a lui un brillante d'acqua purissima.

Allora la giovane madre uscì, attraversò la via e venne a pigliarmi dalle braccia il bambinello dicendo:

— È mio.

E soggiunte poche parole di scusa che io non intesi, se ne andò col suo tesoro.

Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore pieno d'una dolcezza insolita, con la mente scompigliata da un turbine di nuovi pensieri.

Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immagini ancora indistinta, usciva una donna sorridente, la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce sicurezza:

— È mio.

Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo purissimo, e co' pochi cirri vaganti, mi componevo le sembianze d'una creaturina di paradiso impaziente di venire al mondo, e dicevo io pure con baldanza:

— È mia!

Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco, o mi precedeva facendo tutte le moine dell'infanzia, ma certo era là per darmi dei baci che sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella infinita calma di quel mattino di maggio.

Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva sentirmi abbandonato, e dicevo a me stesso:

— Ora è corso a casa per non ingelosire la mamma: tornerà fra poco...

L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al viale e porgendo la faccia alle sue carezze.

Non occorre d'essere molto poeti per avere delle idee simili; è lecito essere anche avvocati senza clientela, come vedete. Quello che non vi parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta l'esperienza degli anni e il senno maturo non vi sappiano far dono migliore che restituirvi le care stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni sonati (non sono molti, no, non sono molti) e ricomincio a sognare press'a poco come allora (però senza aspettare più nessuno; sono arrivati tutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti veri in un quarto d'ora della vita soltanto, e che bisogna trovarne uno, dopo averli dimenticati tutti, per riconoscere come quello che diciamo stravagante, il più delle volte sia solo naturale e semplice.

Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono molti; quel giorno che camminavo in quel viale a passo concitato, con la testa alta, chiedendo le carezze al venticello e interrogando la natura, quel giorno ne avevo appena venticinque, e mi parevano troppi.

Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno sguardo di misericordia e mi facevo rimprovero di aver perduto la gioventù, perchè in essa non ritrovavo un pensiero, un sentimento degni del mio stato presente.

— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho attraversato la giovinezza brancicando fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me, e mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito per cavarmela dagli occhi. Ho fatto il cinico per vezzo, lo scioperato per abitudine, gli esami di laurea per necessità, il marito per imitazione; e il pensiero che oggi occupa tutto me stesso non l'ho avuto mai, ed io nulla ho fatto per rendermi degno della mia nuova missione. Se è vero che d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli, c'è il pericolo di specchiarsi nei propri figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio povero nascituro! Ah! egli meritava un padre migliore!

E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe di giovinotto.

E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore, non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre; l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui sentii d'essere padre.

Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti, qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di una lode concessa al mio segreto trionfo.

All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse arrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia, che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e cadente.

Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso ad essi che dormono là sotto...».

E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore contento.

Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre immobile ed immutabile, con quella faccia scura d'ogni stagione e di ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei suoi frutti, dei suoi figli.

Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente; ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo, come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto, e trema pel suo neonato.

Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe; e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei; l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.

Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso a contemplare una processione di formiche, che si avviano cariche di fardelli enormi al formicaio lontano.

E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia, dell'olmo, dell'ippocastano, dalle acque tranquille del piccolo lago, per tutto, dalla terra e dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio figlio!

Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre l'occhio del sole, alla prateria tranquilla e verde, alle acque rugose; sento l'aria balsamica agitata appena dai voli e dai canti, e indovino il fine segreto, il fine unico e grande di tutte le cose create; mi par di penetrare il fascino occulto della bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza dell'amore, ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni della natura!

Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che lavora nel silenzio, tutto ciò che abbella e si fa bello, tutto tende allo stesso fine.

Quale?

Per l'occhio distratto che ammira, pel senso che si diletta, per lo spirito leggiero che si compiace, per l'anima che obbedisce credendo di costringere l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per la mente indagatrice, per l'occhio scrutatore, per lo spirito non mai contento, è la figliolanza.

Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è il segreto della vostra bellezza ed io l'ho nel cuore; domani sarete appassiti e spregevoli per gli altri, non per me che spingo l'occhio fra le chiuse cortine dei vostri letti nuziali.

Mi guardo intorno con l'anima piena della mia idea e dico:

— Quell'albero ama, quel passero ama, amano quei fiori e quegli insetti e quella nuvola che porta in grembo tante consolazioni di rugiada; ama il sole che ci guarda, ed amano le stelle che ammiccano agli amanti nelle notti serene, e tutto ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei sensi.

Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che si nasconde fra le spire della glicinia, ecco appunto due vittime.

Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa, un naso aquilino, due occhioni azzurri, e porta con grazia un monte di capelli biondi; a lui non guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina ha buon gusto.

Sono così occupati a interrogarsi negli occhi, che non mi vedono neppure, ed ho tempo di piegare a mancina.

Me ne vado per non disturbare quelle due creature semplici, che vanno cercando insieme una felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va loro dicendo il cuore.

Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore del prato fra tanti capelli non suoi? — Perchè l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè il bruco deforme ha sfoderato le ali di farfalla.

La parola che trema in ogni labbro di giovinetta è l'amore; ma le mille voci della natura ripetono come nenia carezzevole un accento più profondo e più vero: — Mio figlio! Mio figlio!

Mio figlio! Tutta la vita è in queste parole; svelate alla famiglia il santo inganno dell'amore che la prepara, svelate alla società i cento inganni o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che la tengono insieme; che rimane? — Mio figlio!