III.

La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione religiosa, una missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la fede cristiana.

La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno, allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno.

Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in latino.

Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio.

D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio, vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno di star tutta la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora si andò a sedere in un canto, e fece il broncio.

Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla; ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.

Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino, poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe mangiare!

Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.

D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto rapidamente si era cancellata dal mio spirito.

Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero ci fosse stata una festa in casa mia.

Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe, in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.

La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci tremendi alla sua creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli era rimasto? Ve la do in mille.

— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, te lo raccomando.

Misericordie celesti!

Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e per poco non aggiunse «di volergli bene».

Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie: «Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito, data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.

Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio, perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per cavarmi questo capriccio paterno!

— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!

— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e perdi la corsa... Buon viaggio!

Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e mi disse:

— Non dimenticare la cicoria!