IV.

L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo, o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si avvezzi meglio che alla felicità.

Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla, uno ne vado a pigliare proprio in quel tempo beato e lontano in cui ero padre novellino.

Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre, Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera, quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura, tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato abbastanza, cose dolci e belle.

Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io ci conoscevamo da un pezzo.

Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un cattivo sogno in cui non ero più padre, e dopo aver teso l'orecchio per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano verso il tempo in cui non ero padre ancora.

Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.

Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità, io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire!

In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena, moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne, giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi tornava a Milano addottorato in utroque, a meravigliare con la sua eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere; proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava d'una bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la sposava e mi faceva nonno.

Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane prima.

Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le sue forze, e mi guardava:

— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la morte non ci divida!».