III.
Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile che mio figlio si accontentasse lungamente della teorica, e io mi aspettava che da un giorno all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi. Ma quando immaginavo di veder prorompere l'incendio amoroso, la prima fiamma di mio figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto, egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta confidenza di babbo e mamma, i quali non ne avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso non li avesse fatti padroni di un piccolo documento, che diceva così:
«Cara Giovanna,
Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti tradisco...
Augusto».
Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il serio ed il faceto:
— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!
Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter frenare l'ilarità.
— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore...
Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...
— Taci: non ne posso più...
— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata!
E mi veniva un altro pensiero.
— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la chiama cara, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria...
— Cara, sì, cara, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie.
— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?
— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altra donna...
— Donna... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale... Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu?
— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia del padrone di casa.
— Una bambina di vent'anni almeno!
— Ne confessa ventidue.
La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno, capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la sua persona.
Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando, dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto più lungo.
Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela, e aveva la singolare abilità di svegliare la musa (dico la musa) dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio ne scampi e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura beccata da un passero intelligente.
E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio ai due spiragli di cielo della sua innamorata.
Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei!
E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati, smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli amori di Augusto recapitando un suo bigliettino calligrafico... a chi? Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela.
Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura.
Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa, l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente.
Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in faccia d'avergli rubato la sposa.
Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia, subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per pigliarselo caldo caldo. Una volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto.
— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto.
La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso.
Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui.
— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.
L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo faceva una grama figura.
— Tu sei invidioso? — gli chiese poi mio figlio, e come se gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho guastata... e poi è mia.
— Non sono geloso — ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: — non sono geloso.
Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un sussiego corbellatorio:
— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno.
L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino.
Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa, dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due.