IV.
L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito, si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire.
Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po' stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche cosa di peggio: versi!
In questo giorno sospirato e bello
egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo una.
Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli diceva sospirato e bello; ma si sa... i poeti!) in cui un ufficiale di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso che velo della seconda quartina non rimava perfettamente con bello nè con anello della prima.
Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che faceva per celia, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo.
— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre.
— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è vero, babbo?.
Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli accadde più di far rimare velo con anello, senza averne la poetica licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di realismo anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.
E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, autore recidivo di birbonate simili.
Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia, se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito; a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra, priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; Musa, Musae, la musa della prima declinazione latina!
Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa, come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei verbi e nei pronomi.
Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa diventava musarum, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di Giustiniano, eccettera, eccettera.
E soggiungevo con sussiego:
— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini, quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono latine.
Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma con uno sgomento crescente.
— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.
— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa da nulla.
— Tu l'hai studiato?
— Altro che!
— L'hai studiato tutto?
— Tutto.
— Anche i verbi? Anche hic, haec e hoc? Anche dies, diei?
L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi pigliavo la rivincita.
— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu...
Augusto m'interruppe:
— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto?
Il tranello era perfido.
— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi...
— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.
E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere all'urto d'un avversario simile.
— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento come l'intendi tu.
Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo interamente.