V.
Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo.
— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le regole della grammatica latina?
— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità — studiando gli autori classici, lo spirito della lingua...
— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?
— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto...
Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un argomento convincente.
— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo... invece per il latino ci vogliono otto anni.
Mi scappò detto:
— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi serio serio: — bisogna poi esercitarsi tutta la vita.
— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non ne fai più degli errori?
Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire una bugia, bisognava rispondere in latino.
— Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto.
Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle spalle e se ne andò mugolando fra i denti: nominativo domus la casa, genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo...
Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne a dire trionfando:
— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
— Davvero, e che cosa dice?
— Dice che il duomo è più grande di una casa.
— E non ha forse torto...
Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in mezzo a tanti angeli rotti.
Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli angeli rotti di mia figlia erano testine alate.
Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione: singolare nominativo, domus la casa...
La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo con ferocia.
Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non volergli entrare in capo.
— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti inutilmente, perchè pensi ad altro.
Ammutolì, segno che avevo indovinato.
— A che pensavi studiando?
— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola...
— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta la severità paterna.
Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza confessarlo in casa.