VI.

Fu per opera della disperazione.

Non sapendo come consolarsi altrimenti della grama figura che faceva a scuola col latino, mio figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione così fatale alla sua pace, per solito si guarda attorno, e se la fortuna lo aiuta, non tarda a ritrovare il caro oggetto. Così fece mio figlio, e io ne fui testimonio.

Una sera, verso il tramonto, le mammine e i babbi stavano alle finestre del cortile a godersi le risate dei bimbi e la frescura.

Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e senza pericoli, a cui i grandi avevano lasciato che pigliassero parte anche i più piccini, per contentarli. E io raccomandava appunto alla mia Evangelina di non perdere d'occhio le mosse furbe d'un marioletto alto una spanna, il quale si accostava in punta di piedi per tirare la falda dell'abito a mosca cieca, poi fuggiva un gran tratto, credendosi inseguito, poi si fermava in distanza e alzava la testina trionfante verso un balcone del terzo piano, per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente.

Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente dimenticati; egli aveva fatto alleanza con Angela, con la bionda Angela, quella dei labbruzzi di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere nelle mani di mosca.

Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre la più vaga creaturina che io avessi mai veduto; giocando si era fatta rossa rossa in viso, e alcuni ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete bene immaginare che non ci perdeva nulla. Correndo intorno al penitente, e voltandosi bruscamente quando aveva gridato mosca, si trovava ogni tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano per mano, e mentre correvano così allacciati, Evangelina mi faceva notare che Angela era due buone dita più alta di Augusto.

— Non può essere — diceva io — è la pettinatura che la fa sembrare così.

Invece era proprio così, anzi per ciò solo aveva dato nell'occhio ad Augusto.

Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava anche un tantino, col pretesto di darle un savio consiglio o uno spintone salutare, ma ogni tanto, guardandola di nascosto, pareva stupito di vedere cose a cui non aveva mai badato, cioè un nasino birichino, due occhioni aperti e sereni, e il resto.

A volte si distraeva in questa contemplazione e toccava ad Angela a pigliarlo per un braccio, salvarlo da mosca e tirarselo dietro un tratto.

Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati: mosca venne presso a loro, allungò le mani, afferrò qualche cosa, strinse, e tutto il coro dei bambini squillò battendo le mani: presa! presa!

Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora brancolava nel buio, si era già tolta la benda, si fregava gli occhi abbagliati e rideva del proprio trionfo.

Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle la benda tre dei più impazienti e dei più audaci, ma così piccini che sarebbero stati imbarazzati a cavarsene con onore, se Angela non si fosse chinata.

Allora entrò di mezzo mio figlio:

— Che cosa volete fare voi altri?

Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio di Angela, per dirle qualche cosa che nessuno doveva intendere, poi fece egli stesso la bendatura, una bendatura che era una carezza, senza stringere troppo, senza tappare le orecchie, senza imprigionare i ricciolini belli.

Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole che mio figlio aveva pronunziato all'orecchio di mosca, qualcuno, chinandosi a guardare sotto il naso di Angela, insinuò: ci vede!

— Non vedo niente! — protestò la fanciulla.

A ogni modo bisognava stringere un po' più la benda per salvare le apparenze della giustizia, e mio figlio non lasciò che altri se ne immischiasse.

Una risata, un gridio confuso: mosca! mosca!; tre o quattro spinte di qua e di là, e tutti i monelli si sbandarono lasciando la povera ragazza sola nel mezzo del cortile.

La biondina era proprio impacciata, si moveva, appena chinandosi, allungando le mani, ma non osando fare un passo per non cadere.

Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine e ne rideva anche lei.

— State a vedere — disse Augusto con molto sussiego — state a vedere che la vado a baciare e non mi piglia.

— Anch'io! — esclamò un altro.

— Tu no — rispose Augusto — soltanto io.

E come se avesse dato le migliori ragioni per convincere un avversario, con queste quattro parole e con uno spintone il piccolo prepotente ottenne che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di che vi si accinse lui.

Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì, poi disse «sono qua» e si fece indietro, poi si spinse innanzi, la rasentò e fuggì — impostore! — come se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò Angela per le mani e la baciò più volte sulla bocca ridente. Ma o la fanciulla era forte davvero, o mio figlio s'indebolì di troppo; il fatto è che fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia di Angela, in mezzo alle risate del coro, che di nuovo strillava in buona fede: mosca! mosca!