VII.

A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose dell'umidità scesero dalle finestre in cortile a richiamare i bimbi, e s'udì a un tratto: — Angela! — e noi aggiungemmo: Augusto! Laura! — due piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi alla libera, senza stringersi la mano, senza guardarsi neppure in faccia, e si separarono (ipocriti!) senza voltarsi.

Più difficile fu staccare Laura da un marioletto precoce, di tre anni appena, il quale, perchè mia figlia gli faceva da mammina con una pazienza da angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva portarsela a casa.

Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora più tardi del solito, perchè doveva rifare il còmpito, diceva lui. Quel còmpito, fatto e rifatto dieci volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente così: «adorata fanciulla!»

Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a scriverle dei versi, ma vedendo forse che non gli tornava comodo dire a sillabe contate e in rima tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte, e non credo che ricadesse mai più in tentazione. Perchè voleva amare sul serio, amò in prosa; ma, o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora del giorno io trovava mio figlio intento a consegnare a un pezzetto di carta il suo grande amore.

Egli non si confidava meco, come potete immaginare: aveva al contrario una gran paura dei miei sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come per proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente i tentativi mal riusciti del suo stile epistolare, ma non così che io non trovassi modo di seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo.

Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento, come certa prosa moderna; ma a poco a poco il suo periodo si allargò per lasciar entrare in folla gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino qualche pensiero originale e qualche sentimento genuino. E allora il suo stile apparve gonfio, come certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale esercizio, Augusto era il primo della scuola per l'italiano, e il signor maestro, uomo di modestia antica, si domandava in buona fede come avesse fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue lezioni.