IV.
Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la rettorica paterna.
— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio se vuoi farti uomo.
La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio, io era un uomo fatto da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva necessario soggiungere:
— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui.
— Diventerò anch'io avvocato?
— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e sarai famoso.
— Tu sei famoso!
— Altro che!
Questa bugia enorme è di mia moglie.
— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso?
— Tanti.
— Anche il Compendio di Storia?
— Anche quello.
— E bisogna saperlo tutto?
— Sicuramente.
Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia carriera di genitore.
Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre:
— Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle scegliere una moglie tra le più oneste...
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto anche... (pausa).
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti...
Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto anche Assuero, che non voleva entrare in capo a mio figlio.
— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il suo seguito.
Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta.
— La so tutta! — mi disse da lontano.
— Che cosa?
Incominciò addirittura:
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero...
Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli potei dar retta.
La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio, quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio figlio.
— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero?...
Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
— Lo sai bene che l'ha trovata?
Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza; perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più — soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario non si sarebbe fidato tanto di quell'altro, sai, quell'altro... aspetta...»
Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha cuor di padre la mia tortura) quell'altro non sapevo proprio chi fosse. Aspettavo e sorridevo; quell'altro non venne.
— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...
— L'ho qui... aspetta...
Questa volta uscì di corsa.
Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino!