V.
La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più convinto, d'incrudelire contro sè stesso. Quelle Pandette, che avevo dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo: approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor proprio, esse mi parlarono blandamente così:
— Justiniani Institutionum libri quatuor... I bei tempi passati dell'Università! Le belle notti vegliate insieme!
Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
— Capitis diminutio tria genera sunt — insistevano le dotte pagine; ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza istintiva; — maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus: libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus... Omnia haec le so ancora.
Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina.
— Proetoris verba dicunt: Infamia notatur....
Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi chiusi le parole confortatrici del pretore.
Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre; mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi avevo imparato a distinguere le res mancipi dalle nec mancipi, l'hereditas dalla bonorum possessio, mi era persino rimasto in mente che il vadimonium (quel vadimonium che gli studenti di terzo anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini) aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo spiritoso con altri.
Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio d'Istaspe!
E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri.
— Nasciturus pro jam nato habetur, — dicevano le Pandette; ed io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima, esclamavo:
— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non avevo nè un figlio, nè un cliente.
Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire.
— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi. Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu ne esca tutto d'un pezzo.
E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto.
La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a scuola.
Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio. Non altro, ed io intendevo: «Sono qua per il bacio», e subito, da qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovare l'alinea in cui ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero accompagnava un tratto mio figlio.
Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le sua vanità.
Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di lui.
Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un portento di dottrina.
— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua scienza per tormentarlo.
Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio figlio.
Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio famoso non dovesse uscire dalle pagine del Compendio di Storia per isvergognarmi in faccia a mio figlio!
Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di Persia.
Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
Non lo avessi mai fatto!
In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva messo a posta in fine del libro come una requisitoria, a dimostrarmi compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non sapere niente affatto.
Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capo in illo tempore e non le avevo mai mandate via come Dario, potessero esservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica, assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran confusione di date e di regni nel mio cervello.
Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me — non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il passato dell'umanità.
— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato; se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e che cosa lasciano all'umanità? Poche piramidi che non servono a nulla. Eccoti la storia.
Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al terribile dilemma, e quest'uscita era la filosofia.
Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsi un sistema.
Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiato per aver poi il diritto di dimenticarle tutte come il babbo.
Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata; nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e tornai a sentimenti più umili.
Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione.
E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno il presidente con tutto il suo sussiego!»
Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro, invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il tempo di provvedersi in appello».
Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire a qualche cosa.