VI.

Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da non essere esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva all'autore dei suoi giorni.

Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria, e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse, nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.

Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui costretto a lasciarlo dire.

Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti. Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e turbarono i miei sonni.

Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano, che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la salita del monte e non scendere più alla pianura.

Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia ignoranza! Non sapevo più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi era rimasto in mente era confuso ed inesatto.

Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.

E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci, prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto: al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori:

— L'ha detto il maestro!

Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi sottovoce:

— L'ha detto il maestro!

Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo stato della mia mente, le montagne, le popolazioni, il quadrato dell'ipotenusa, l'eucarestia.

Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla prova suprema.