V.
Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano male, si era rimesso a letto.
— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza — è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto: è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure. Evangelina, sei ben coperta?
Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro affanno.
— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...
Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto fiducia nelle medicine.
— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.
— Sto benone — rispose battendo i denti.
Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.
— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il medico — aggiunse volgendosi a noi.
Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano, non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame del dottore con sufficiente rassegnazione.
Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione; guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e parve soddisfatto.
— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza — sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.
Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto.
Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo il respiro.
— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà pigliare una buona cucchiaiata ogni ora.
— Purchè non sia troppo dolce.
— Non sarà troppo dolce.
— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo.
Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.
— Ebbene? — domandai.
— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età. Quanti anni ha?
— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.
— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta.
— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare le medicine.
Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina.
Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava di leggerle negli occhi la sentenza del medico.
— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta.
Evangelina ebbe la forza di ridere.
***
La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca speranza di conservarci il caro vecchio.
Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.
Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro per esclamare un oh! di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.
— Sorridi — disse — mi fa bene.
— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?
— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la testa stanca dalla febbre.
— Dov'è tuo fratello?
Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.
— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli scriveremo...
Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi disse forte:
— Sei venuta per portarmi la buona notizia?
Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno trasfigurata dalla gioia.
Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e non lasciò andare la mano di Laurina.
— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a riaprire gli occhi.
— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve addormentarsi.
Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata. Allora ci venne incontro lacrimando.
— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di speranza dinanzi agli occhi.
— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno!
— Era necessario! — aggiunse mio genero.
— Hai fatto bene! — disse Evangelina.
Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio.
***
La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso.
— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.
E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo.
Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando:
— Ho sognato, o è proprio vero?...
— È vero.
— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi; anzi mi leverò subito.
Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo a trattenerlo.
— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore; sarà per domani.
Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato, sebbene egli protestasse che si sentiva benone.
Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio disperato con una parola baldanzosa: allegri!
Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.
Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.
Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa sulla sua faccia disfatta.
— Come ti senti? — gli chiesi.
— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!
Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci obbligò a guardarlo negli occhi.
— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare; sono stato felice, me ne vado contento...
Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa.
A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la strinse debolmente.
Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.
A me disse e non me ne vergogno:
— Tu sei buono!
Disse a sua figlia:
— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io lo sentirò ancora.
E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore:
— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene.
Ripigliò un po' di forza e chiese:
— Dov'è Augusto?
— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà...
— Sto bene — mormorò; — gli direte che...
Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e gli troncò le parole.
— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e ingentilita dalla malattia.
Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.
Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.
— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero a sorriderci dall'altra vita.
— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le mani.