VI.

Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è spezzato!

Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza, un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze, tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba.

Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una persona cara, ci eravamo sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei l'avvenire!»

Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente. Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio entusiasmo, e di tentare il nonno.

«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una: mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».

Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla.

Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso.

— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare quel povero ragazzo nell'inganno perchè scriva di queste lettere.

E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa crudele e verso chi.

Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania, e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che doveva correggerla.

Quando Evangelina ebbe colmato in breve la prima facciata, voltò il foglio per proseguire, ma lo trovò scritto in magnifico rondo da uno scrivano dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione di un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno sgorbio dell'avvocato medesimo. Allora mia moglie si arrestò come ad un segnale convenuto; depose la penna tranquillamente, e mi disse che forse era meglio continuare a tacere fino al ritorno di Augusto.

— Sì, è meglio — dissi.

— Però gli scriverai che venga; se si potesse prepararlo senza fargli male?...

«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro foglio, dopo essermi assicurato che nè l'avvocato Volli, nè altri mi sarebbe venuto a interrompere — prima d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è un po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo perdere da un momento all'altro...».

A questo punto però mi arrestai; mi pareva che se il caro vecchio fosse stato vivo, non avrei scritto a quel modo...

Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire, non vi era altro. Ripigliai a scrivere più lentamente, pesando le parole; Evangelina leggeva stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto benissimo, quando la porta si aprì alle nostre spalle e apparve il dottor Lelli, mio genero.

Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare alla mente due idee.

— Disgrazie!

— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza l'entusiasmo che avrei voluto. E l'altra idea si nascose.

— Augusto — proseguì — arriverà domani.

— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto giorni!

— Arriverà domani o stasera — insistè mio genero.

— È arrivato! — balbettai...

— È di là — esclamò la madre.

Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e appena Evangelina volle andare di là, si sentì stretta da due braccia poderose.

Una melanconia profonda correggeva la gioia di Augusto.

— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose:

— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato tutto; non ho potuto rimanere lontano da casa nel momento del dolore.

Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata dal nonno, e stette lungamente a guardare un ritratto del vecchio; poi si avviò, per fargli visita, al cimitero.

Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi che il primo dolore della sua vita maturava a un tratto tutta la parte di lui che sarebbe rimasta acerba chi sa quanto.

Mio figlio è uomo.