VI.
A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di...
— Di Laurina?
— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.
Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:
— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare, rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un egoista, un impertinente, uno sfacciato...
Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il cervello.
— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere castigato.
Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con voce malsicura:
— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla mia Laurina.
— Sapevamcelo! — esclamai.
Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente, senza badare all'interruzione:
— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.
— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove, io non ho fretta.
— Se non l'hai tu, l'ho ben io.
— Tu sei già nonno; che te ne importa?
Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato.
— Bisnonno! — esclamai.
— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare.
Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte. Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.
— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.
— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie.
— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a diciassette anni?
— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.
— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa farsi vedere?
— Andiamo in casa del Cavaliere...
— E che si fa dal Cavaliere?
— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.
— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine... E quando si va in casa del Cavaliere?
— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.
— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di rosolio.
— Le ragazze vi trovano marito?
— Qualche volta sì...
— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.
La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria affluenza in tutte le stagioni dell'anno.
Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso, sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna. Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di casa mia.
— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho perdonato.
Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di trovare il marito di Laurina.