VII.

Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo a chiamare il sonno; ma il sonno, cacciato per lunghe ore come un importuno, ora non viene. Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi al mio letto; mi sembra d'essere caduto in mezzo a una popolazione smorfiosa e occupata unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde; e basta ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino negli angoli della stanza.

Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi dimenticare per un'ora sola la mia sventura!

Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma essi, tenaci, sempre al mio capezzale.

Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse.

Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la raffiguravo in quell'atto, cento fantasmi mi sono passati dinanzi e mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia.

Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come, la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto. Finalmente dormo.

Dormo, ed ecco il mio sogno.

È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co' miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie, e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio, si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli.

Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora dell'avvocato Righi che era arguto ed efficace, e ciò alla distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industrioso cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia gravità per vedere d'emendarmi?

Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.

E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso?

Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e io non me ne avvedo perchè sono un cretino.

E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni.

E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto».

Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi:

«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio».

Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio sogno fosse un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se agonizzasse ora! Se fosse morto!

Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!...

— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta.

E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la faccia patita ma serena.