VI.
Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione delle paure notturne.
Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di una creatura adorata, solo, con la mente ingombra di terrori, in una cameretta, le cui sembianze si trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati dal sonno!
Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio e mi par di dormire, dormo e mi par di vegliare, e ancora lo guardo, povera sentinella dell'amore, quando non discerno più nulla.
Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino, muto le pezzuole agghiacciate sulla gola del mio bimbo e comincio l'invariabile tortura.
— Augusto!
Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda, m'implora.
— Augusto, bisogna prendere la medicina.
Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre è inesorabile.
— È la cosa d'un momento, un sorso solo. Piglialo per farmi piacere.
Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi forza.
— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento ancora... aspetta.
Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar in collera, poi guardo l'orologio... ah! i minuti volano, e se non piglia il chinino, il mio bimbo morrà!
— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai da solo; io vado un momento di là, torno e tu lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di far questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà contenta di te.
Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed io respiro perchè ho mezz'ora di pace!
Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una orrenda immagine.
A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse. Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me: «che bella cosa essere indifferenti a tutto!»
Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.
«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la povertà e la vita!
Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore? Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»
Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno.
— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io.
Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra d'amare ancora.
— Hai dormito? — domando a mia moglie.
— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io potuto fare un bel sogno?
— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene.
Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi conduce presso al letto della nostra creatura.
— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il suo sonno è tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero Epaminonda!
— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso amaro.
Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in punta dei piedi e mi porge la guancia.
— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così; ora bacia tuo figlio in fronte senza svegliarlo, e ora va a riposare.
Sento che un po' di quella forza femminile penetra nel mio cuore.