V.

Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo ammalato.

Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che canta.

A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia aveva letto la propria condanna.

Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.

In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:

— V'è pericolo?

— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la sorellina.

Allora soltanto balbettai:

— Angina maligna, non è vero?

— Già, già — disse il medico — angina maligna.

— Però non è delle più gravi?

Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:

— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.

Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro, dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli.

— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa troppo male.

E io sorrisi, me ne ricordo...

In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in punta di piedi per guardarlo.

— Va via — gridai con collera.

Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia ridendo.

Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità.

La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse: Coraggio. Era quella di Evangelina.

Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della morte.