IV.
Eravamo a tavola.
Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando che lo faceva per accontentare la mamma; non gli avevamo badato — era tanto burlone! Ma quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo piatto e lo capovolse bruscamente.
— Che maniere sono queste? — domandò mia moglie.
— Non voglio mangiare — rispose Augusto.
— Che hai? Non ti senti bene?
Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva mangiare.
— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha visto fare al Nini; il Nini fa sempre così a tavola.
Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare da un vicino di casa per far compagnia al Nini, una personcina potentissima, che trattava i suoi genitori con molta severità.
— È uno scherzo — dissi allora.
Non era uno scherzo.
— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi bisognava far la voce grossa. — Dà qua il piatto.
Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò in viso, scostò la seggiola dalla mensa, e lasciandosi scivolare a terra, fece atto di allontanarsi.
Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io, tremanti entrambi.
— Augusto! — balbettai.
— Augusto mio — gridò la povera madre — che hai?
— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle.
Gli toccai la fronte. Scottava.
Sentendosi finalmente compreso, Augusto non si ribellò più. Io lo presi in braccio e corsi a deporlo, così vestito, nel suo lettuccio.
Evangelina mi era venuta dietro.
Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui.
Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre domande, ed era già pentito d'aver fatto il cattivo; per contentarci cercava di sorridere.
— Bisognerà avvertire il medico — mi disse Evangelina affannosamente; — manda la fantesca, io lo spoglio e lo metto a letto.
M'avviai come un condannato; gli occhi di Augusto mi accompagnarono fino sull'uscio.
Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi Laurina, che era rimasta a sedere sulla sua seggiola alta.
Essa mi chiamò:
— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo?
— È ammalato — risposi senza muovermi.
— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.
E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio:
— Non l'hai sgridato, non è vero?