V.
Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.
Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io ero proprio una donna maritata, un personaggio serio, cui l’esistenza era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco del mio antico compagno di ufficio, per lo stradone maggiore del paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un anno innanzi.
Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».
La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza, la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita: nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle! Io non avevo avuto tempo di foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse della disapprovazione?
Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata, più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato. Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che il mistero non c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo quasi obliato....
Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine, prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una forza celata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi ottenuta.
Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno, coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi del voi. Anche mio suocero non riusciva a dirmi tu. Alto, gigantesco anzi, era un po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola. Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e dinanzi a lei la madre tremava.
In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo, come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia. Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notare nel vecchio dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre una pietà mista a timore.
I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume, era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di suggestione.
Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente, delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad esaurimento, a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e restavo come in letargo.
Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.
Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza, ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco; scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme divertita dalla mia nuova parte di signora.
Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel caffè, questi passava a far gustare all’ospite certo vino in fiaschi. Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica, partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza; i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.
Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano, di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia fronte infantile.
Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quel che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.
«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo troppo.
Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo. Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la ragazza, rimasta zitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai, una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data; l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....
Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.
Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo? O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la mia buona volontà s’era venuto costruendo?
L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma sicuramente la mia influenza onesta.
Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta, la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrore quando egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle, i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica, col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella, ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.
Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo, rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa, presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?
E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei nella mia rassegnazione al destino.
Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!
Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà? Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.
Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva, certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura.... Soffriva? Aveva qualche lampo di sgomento? Non una parola, non un gesto di lui che m’illuminasse.
Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, dai civili invidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre più il senso della realtà.
E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.
Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto all’ossessione di andare in cerca di mio padre.
Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere.... Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per l’amore di un uomo che non la meritava più!...
Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto al mio letto, mentre ella appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico, sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai. Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....
Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio grembo, m’aveva abbandonata.