VI.

Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola: mamma; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare.

E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita. Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era stata ella per me? L’avevo io amata?

Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?

Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.

Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.

Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza. Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti, antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante, e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine, non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione del genio, le aveva suscitato uno speciale fascino traendola fuor di se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali....

Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.

Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?

Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!

Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci, alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.

Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti continuavamo ad avere per lui un senso di terrore, che ci paralizzava e ci avviliva....

I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai ragazzi spauriti.

La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh, tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!

Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la comprendessi finalmente?

No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi che la memoria, come un oscuro ammonimento....

Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.

Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per la sequela di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la rassegnazione.

Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre, cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola, la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.

Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasse un po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo, sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.

E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili, m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh la voce di mia madre, già diversa, che diceva cose incoerenti! E l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco! Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia....

Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....

Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci si preparava, sulle mie attitudini alla maternità....

Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro, accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo, alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.

Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.

Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevo promesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»

De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.

Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.

Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzale ed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.

La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.

Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.

Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.

Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!

Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.

E mio figlio nasceva in quell’ambiente!

Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi, consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia: sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava amorosamente l’atteso....

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