VII.

Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita colla promessa, coll’offerta della mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.

Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto, perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo. Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto, le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate, della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima! Prima di sentirmi mamma, prima di veder gli occhi del mio piccino; ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e piangere....

Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente; anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così, quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera, io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio, che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice, di maestra, di compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita, nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia, sorridevo ad immagini di gloria.

La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente, miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti svenire.

Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare, assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo uomo!

Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi, sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latte era sufficiente e che non dovevo temer di nulla.

Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.

La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta, incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.

Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....

Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimana venne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.

Non notavo che mio marito m’era diventato affatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.

Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.

Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.

Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.

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