X.

Avevo dato l’addio alla vita semplicemente, fermamente, benchè in un’ora di smarrimento; come ubbidendo a un comando venuto da lungi più che alla necessità imperiosa dell’istante. La mia esistenza doveva finire in quel punto: la donna ch’io ero stata fino a quella notte doveva morire. Vi sono periodi che non possono risolversi e che sembra vadano chiusi bruscamente con un pietra sepolcrale.

Da quanto tempo la crisi si svolgeva in me a mia insaputa? Il dì in cui un informe essere aveva brutalmente interrotto la fioritura della mia adolescenza, un processo di dissolvimento s’era iniziato in me. Il lavorio delle influenze deleterie mi penetrava lentamente, mi corrompeva il corpo e lo spirito. Nulla era pervenuto alla mia coscienza di questa interiore tragedia, fino alla catastrofe. M’ero sentita triste, stanca, impaurita.... E la sconfitta era venuta, inattesa ma logica; nessuna rivolta tardiva l’aveva accolta, neppure alcun stupore. Un ciclo si chiudeva, l’ordine si ristabiliva.

Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse, che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze, nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose. Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia nuova.

Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione? Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore: dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.

Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta. Il mio corpo, lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta, dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo, per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di purità l’invito alla sana gioia.

Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in singhiozzi, confessandosi miserabile.

Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto. Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva appoggiarsi all’altro per rifare un’esistenza comune solo pel bene del figlio.

Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine, a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile. Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno; che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa sua!

Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna, potevo muovermi per la casa, ma non entrare nelle stanze che davano su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul giardino abbandonato.

Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore. Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui, che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....

Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato, per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo serviva più di esame a me stessa che a lui. Erano confidenze d’uno spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa, veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato, forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire la propria impotenza diffidente.

Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo, ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata esistenza. Per lui, per lui, per lui.... Vivere tanto da rifarmi un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto, contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.

Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.

Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire la noia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino, per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo, compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo tanto dolorato.

Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite. In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.

Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle ragioni personali per difendere il mio onore....

Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio soffriva. E intanto aveva paura!

Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata «rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia riputazione come un affare pubblico.

Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il silenzio della coscienza insoddisfatta.

Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi accanto, e i compromessi e le menzogne, le avidità della carne e le viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci. Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la virtù umana?

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