XI.
Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo, sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica, il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso. Badavo ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue esigenze, ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato, era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo, Desideroso d’un placido benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Omai non poteva più nulla, nè per me nè per lui.
In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un libro una causa di salvezza.
Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza, vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in casa sua, in quei giorni tragici.
L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora, diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti fra due civiltà. Un’acuta facoltà d’intuizione, una vera genialità dì sintesi, davano una suggestione rara a quell’opera un poco precipitosa ma gagliardamente pensata, nella quale uno schietto sentimento d’umanità vivificava ogni pagina.
Forse se invece di quel libro mi fosse capitato in quel punto un poema vibrante di paganesimo o un saggio di misticismo, il mio destino sarebbe stato diverso da quello che fu? Forse anche non avrei subìto influenza di sorta ed io mi sarei affondata in un’atonìa inguaribile.
Non piansi, non mi esaltai, non sentii in me nessuna rivoluzione. Quelle pagine rispondevano nella sostanza ad un ordine di idee che in me si svolgeva fin dall’infanzia. Ma appunto perchè non mi spalancavano abissi ignoti, appunto perchè con un vigore delicato, quasi inavvertito, mi riconducevano a regioni popolate di pensieri latenti, come susurrandomi d’una ricchezza troppo a lungo trascurata, esse mi furono provvidenziali, in quell’ora. Un lento fascino m’avvolgeva, mentre nella stanza chiusa, accanto al bimbo intento a’ suoi giuochi, io meditavo su le cose lette, ricordavo lontani discorsi della fanciullezza, aggiungendo osservazioni e riflessioni mie a quelle dello scrittore, partecipavo inconsciamente all’ideale costruzione d’un mondo. E quel fascino faceva indietreggiare in silenzio i recenti fantasmi disperati, rendeva benefica la solitudine, mi difendeva fra le piccole realtà ostentanti la loro irrimediabile miseria.
Allorquando il buon senso vinceva la gelosia di mio marito e l’induceva a portarmi a passeggio, provavo un senso indicibile di fastidio per gli sguardi della gente, e per il timore d’incontrare a faccia a faccia l’uomo che poteva riaccendere nell’anima di chi mi stava al fianco la brutalità primitiva. Scorgendo talvolta da lungi la figura nota, sola o in qualche crocchio, ed evitandola, in mutuo accordo con mio marito che pur guatava la strada, mi stimavo vile. Perchè non consideravo l’esistenza di colui come un fatto che non mi riguardava? Non era forse odio ch’io sentivo per lui, bensì tremavo come si trema al nome d’un morbo che ha condotto noi o qualche persona cara sull’orlo della tomba. E quando mi trovavo vicina alle mie sorelle, omai divenute due fiori di giovinezza, quel terrore mi riassaliva. Avrebbero mai sospettato, esse? E la calunnia, anche fra molti anni, sarebbe giunta fino a loro?
La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio, si studiavano, e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.
Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la tristezza non scomparve.
Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate, verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide. La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi, educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di ospite nobile in nobili terre!
Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine! Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco taciturni....
Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero? Nulla mi soddisfaceva!
Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a casa, a tentare di nuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?
Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi, perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.
L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi, dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea, che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a quelle....
Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare. Ne emanava un fervore occulto che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro che adoravano la Vita fuor di sè stessi. Io scomparivo, con la mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.
Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.
Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena, via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque, la fede nell’amore, nell’esistenza d’un amore possente e fulgido, poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un senso di dispetto.
L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato, nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo, più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio, perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore. Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!
E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura. Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe resa bella dinanzi a mio figlio?
La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sente debole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente: era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma, della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?
Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.
Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto, mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette, benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.