XIX.
Tre dì dopo la partenza di mio marito incontrai per strada il mio amico; ero col piccino. Lo vedemmo avanzarsi tra la folla, assorto, un po’ curvo, e ad un tratto, scorgendoci, trasformarsi per virtù d’un sorriso splendente. Eravamo per lui una lieta apparizione?
Prese per mano mio figlio, rivolgendogli qualcuna di quelle domande piene di grave tenerezza che fanno balzare di compiacimento il cuore dei fanciulli, e che così pochi sanno trovare. Io rivedevo la scena di poche sere innanzi; e un impeto d’indignazione mi toglieva la forza di parlare. Bisognò ch’egli mi interrogasse, e allora non potei che accennare ad una incipiente gelosia di mio marito, all’impossibilità di veder lui d’ora innanzi in casa mia. Aveva intuita la cosa, ma al sentirla confermare ebbe un movimento di sdegno. Poi, quando gli dissi che avevo rinunziato ai propositi d’indipendenza, che per non esser privata di mio figlio m’ero decisa a riprendere la vita meschina e falsa, m’avvolse con uno sguardo mesto e quasi fraterno, e non aggiunse parola. Senza confessarmelo chiaramente, restai un po’ delusa: mi pareva che un gesto di pietà anche sprezzante, una rampogna, mi avrebbero più sollevata.
La sera, dopo cena, mentre il bambino giocava sul tappeto accanto alla stufa, ebbi una prostrazione paurosa.... Ero seduta alla scrivania; mi trovai col capo tra, le mani, il petto scosso da singhiozzi violenti, il volto inondato di lagrime. Il piccino restò un momento stordito; non ricordava, certo, d’avermi mai vista così, piangere forte sola con lui. Invano mi si strinse alle ginocchia, mi accarezzò il volto, mi disse le sue puerili frasi d’amore per far cessare il mio pianto. Infine afferrò la penna sulla scrivania, me la pose tra le dita inerti: «Mamma, mamma, non piangere; scrivi, mamma, scrivi.... io sto buono; non piangere...!»
Ah, la piega dolorosa di quelle labbruzze fiorenti, la fissità precoce di quello sguardo umido!... Egli partecipava veramente alla mia sofferenza con tutta la bravura della piccola anima amorosa. E io non potevo che accettare anche il suo sacrifizio, io, sua madre, che avevo sognato per lui tutte le gioie, tutte le vittorie....
Scrivere? La cara piccola anima intuiva anche questo, la necessità per me di tuffarmi come non mai nel lavoro e nel sogno. Non era geloso, mio figlio, non era prepotentemente egoista nel suo affetto: pensava alla mia salvezza, ai bisogni per lui oscuri del mio essere complesso, non pretendeva di poter riempire lui solo tutta la mia vita.
Ma come afferrarmi a quella penna che mi porgevano i ditini rosei? Che cosa scrivere? La mia desolazione si rifletteva anche su’ miei sogni, che diventavano utopie inconsistenti e piene di contrasti ironici.
Il mio pensiero corse naturalmente sull’amico. Egli non aveva saputo darmi un consiglio. Che cosa ero io per lui? Egli considerava tutti, me compresa, come fa il passante che si china un momento sopra il bimbo e lo lascia spaventarsi e piangere per qualche piccolo malanno ch’egli potrebbe facilmente rimuovere. Potrebbe? Il bimbo quasi lo crede. Io pure, quasi, l’avevo creduto.
Per la prima volta mi domandavo se la vita ch’egli conduceva, invece che di purificazione e di perfezionamento, non fosse di raffreddamento, di inutile crudeltà.... Qual verbo ne poteva scaturire?
Credeva venuta l’ora di dispensarlo al mondo; non mancava che una preparazione di rito....
E mentre egli preparava la sua liturgia, io naufragavo, la mia amica agonizzava: avrei pur io potuto morire! Non c’era in tutto questo qualcosa di mostruoso?
Mi coricai. Il sonno non veniva. Quale ora di lucida coscienza attraversavo? Dacchè, serrandomi al petto il figliuolo, avevo rinunciato a’ miei progetti di libertà, non m’ero ancor chiesto nettamente che cosa attendessi. Ed ecco, le risposte s’incrociavano ora, contradicendosi, sgomentandomi. Io mi disprezzavo per la mia debolezza.... Io mi sentivo vile.... Soffrivo senza scopo, senza sollievo, senza utilità nè per me, nè per mio figlio.... E anelavo alla gioia come lui nella spontaneità de’ suoi sei anni.... E presentivo tutte le torture che egli avrebbe provato quando si fosse saputo prezzo della ignominia materna....
E, ad un tratto, una nuova domanda irruppe: «Se lui ti avesse detto di resistere, se ti avesse chiesto di lasciare tuo figlio, se ti avesse proposto di seguirlo, di servirlo, di portare nella sua vita quell’armonia che vi manca?»
Lui! Viveva dunque quella creatura talmente in me? Era dunque altro che una guida, un esempio, un conforto?
E un’altra interrogazione fulminea: «L’hai amato?»
Poi ancora: «Avresti lasciato tutto per lui?»
Lo vedevo davanti a me, come l’avevo visto il giorno, contento di ritrovarmi tra la folla ignara. Era mai stato amato? Non aveva mai conosciuto il riposo su un seno di donna che lo comprendesse e lo difendesse dalle ombre paurose del mistero?
Sorella egli mi chiamava.... Ma una sorella non può nulla. Altre egli doveva averne incontrate, e niuna gli aveva potuto insegnare il cammino della felicità.... Ed egli ostinato voleva dire agli uomini una parola di rinunzia, assicurarli che quel cammino è fuor della terra....
Lente, le risposte si succedevano. Sì, s’egli mi avesse chiamata, alcuni giorni prima, quand’io credevo in lui, io l’avrei seguìto; sì, per lui avrei forse potuto vivere senza mio figlio. In poco tempo questo grande cambiamento s’era prodotto in me. Alcuni mesi prima, quando avevo temuto che mio figlio morisse, nessuna figura era sorta davanti alla mia mente ad affermarmi ch’io avrei ancora potuto vivere per un altro essere.
Eppure, non era amore quello che sentivo per quell’uomo; non poteva essere amore; io non desideravo nulla per me da lui, sentivo anzi che una dedizione da parte sua me l’avrebbe menomato dinanzi agli occhi. Non potevo sentirmi felice sotto il suo bacio.
Ma inginocchiarmi davanti a lui, adorare la sua anima misteriosa.... servirlo, dargli il mio ingegno, la mia penna, la mia vita, questo avrebbe potuto avvenire, s’egli avesse voluto.... E mio figlio non si sarebbe tenuto defraudato.
Bruscamente, in capo ad una settimana, la mia ammalata peggiorò di nuovo. Il fidanzato questa volta non mi disse nulla: mi aveva guardata come invocando lui da me una parola di conforto; e io compresi: la cara era perduta, perduta.... il povero cuore si sarebbe da un momento all’altro, domani o tra qualche giorno, arrestato di botto....
Perchè allora continuare quella lotta d’ogni minuto, tutti quei rimedi, tutte quelle cure, dirette non soltanto a sollevare l’inferma, ma a colpire il male?
Ah, gli è che è impossibile credere veramente alla scienza che preannunzia la morte in un corpo nel quale la vita vibra! Si crede piuttosto al miracolo, a un intervento ignoto. Si spera, sino alla fine.
E noi speravamo. Egli colla persona giovanile ed austera, gli occhi incavati e ardenti dietro gli occhiali, io più attempata in apparenza della morente, stanca e bianca sotto la ferrea volontà di resistere; in piedi ai due lati del capezzale, per ore e ore, speravamo.
Ella ci confondeva quasi in una sola persona, come in un’atmosfera protettiva e fedele. Durante le crisi ci serrava le dita come fra tenaglie. Poveri occhi azzurri dolenti, povero viso roseo tra i capelli color di spiga! Nelle tregue cercava strapparci il segreto della sua sorte per prepararvisi. Ma non credeva di morire, non poteva crederci: continuava ad intervalli a far progetti e progetti. Parlava d’un paese lontano, tutto bianco di neve. Quanto tempo dacchè non avea veduto la neve! Andrebbero insieme, verso i fiordi! Presto, alla prima estate! E io spiavo l’avviso tremendo sul volto del giovane quando si rialzava dall’avere ascoltato sul povero petto bianco il battito simile a quello d’uno stantuffo enorme. Il volto suo si irrigidiva per celare lo spasimo.
Per quanto tempo?... Non so più; mi parve interminabile; dovette essere assai breve, invece.
Un mattino la donna mi portò in casa della malata una cartolina di mio marito, quasi insultante verso di me, indirizzata al bimbo. Tutte le sue lettere erano ora fredde e pungenti, con allusioni amare sul «profeta»; non mi domandava più neppure dell’amica.
Questa mi vide impallidire. «È di tuo marito?...» E con un ardito moto del capo quale le vedevo di frequente a’ suoi bei giorni: «A qualunque costo, non tornare laggiù....»
La baciai con silenziosa tenerezza. «Se ti prendessero il bimbo?...»—aggiunse quasi con un soffio. E i suoi occhi erano intensi come per trasfondermi una volontà.
Il dottore m’aveva consigliato di riposarmi qualche ora e poi di far una passeggiata col bambino al sole, per esser temprata a passar un’altra notte in piedi.
Appena a casa afferrai tra le braccia mio figlio, lo tenni a lungo. Non riposai. Non potevo. Uscii con lui, presi la tramvia di San Pietro. Volevo vedere la mia vecchia amica, tornata da poco. Nella piazza, quasi deserta, il colonnato colla sua corona di statue ondeggianti pareva fremere tutto nell’aria vivida e nel gran silenzio. Ci avviammo a piedi verso il borgo Santo Spirito, costeggiammo il muro dell’ospedale; dall’altro lato della strada fanciulli e donne in cenci interrompevano giochi e chiacchiere per guardarmi nella mia apparenza di forestiera e tendermi la mano. Cenci appesi lungo i muri, tanfo nell’aria. Per la salita di Sant’Onofrio ancora cenci, ancora bimbi ruzzolanti, ancora finestre d’ospizi, graticolate. Un gruppo di educande con alcune monache discendeva. In alto, al sommo del Gianicolo, ci fermammo un po’ affannati. Garibaldi, figura di leggenda, campato nell’azzurro, guardava tranquillo la cupola enorme alla sua sinistra.
Lo sfavillìo della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei Castelli mandavano anch’esse barbagli. Tra i monti e Roma la campagna, l’immensità.
Roma! Forse ogni giorno lì in cima al colle qualche anima sentiva affluire in sè le più possenti energie, vedeva lucidamente segnate le opere da compiere nell’ammasso meraviglioso di pietre così diverse per età e tutte ugualmente scintillanti e significative; ogni giorno forse qualche anima aveva la visione d’una Roma dalla quale, nel tempo, scomparirebbero ogni violenza e ogni laidezza, nella quale le linee armoniose del suolo e del cielo non sarebbero più turbate da un incomposto agitarsi d’uomini fra loro estranei, incompresi, ostili....
Mio figlio parlava, parlava, felice d’avermi per sè, e mi indicava gli alberi pieni di cinguettii, e stendeva la manina verso certi punti dell’orizzonte, come mi aveva vista fare tante volte; diceva: «Guarda, guarda, mamma, che bella nuvola sopra la pineta! E là, là che cos’è quella terra?»
La vecchia rivoluzionaria era in casa, ma v’erano altri visitatori, tra i quali la direttrice di Mulier colla figliuola maggiore, e un giovane archeologo a cui la fanciulla s’era fidanzata da poco: la bella coppia raggiava di gioia e di fiducia; la sposa, mi disse la romanziera, avrebbe potuto aiutare il marito nelle pubblicazioni dei suoi lavori: l’impresa le sarebbe facilitata, oltre che per virtù d’amore, per il soffio di poesia con cui egli animava le proprie indagini fra i ruderi e le tombe....
I due giovani ascoltavano sorridendo: gli occhi azzurri dell’una si fissavano su quelli neri dell’altro: mai, mai io avevo visto così due vite offrirsi, incrociarsi!
Per un momento il loro calore mi avvolse, soave. Poi pensai al giovane scienziato chino sulla sua moribonda e il bisogno di tornar presso di loro m’incalzò.
Sul portone di casa mia trovai una donna che mi cercava: «Da due ore, signora....»
Era morta. La vedova l’avea vista piegare sul petto del giovane, mentre questi le aveva dato un cucchiaio di medicina; con la bocca semiaperta, a metà d’un «grazie».
«Grazie!» Non sapeva la povera donna la profonda bellezza di quella parola! Non rimpiansi d’essermi allontanata e d’averla lasciata morire in braccio dell’amato.
Lassù, ella era già composta sul letto, non era già più lei. Qualche vicina, qualche mia collega erano accorse. Ora si succedevano le visitatrici. Non potei restare nello studio, fuggii nella stanzetta; il professore mi raggiunse. Dimenticai la mia sofferenza, gli stesi la mano. Sì, il suo dolore poteva espandersi dinanzi al mio: noi soli l’avevamo amata.
E noi soli la vegliammo, per due notti, parlando di lei, di quello ch’ella era stata. Il bel viso roseo era diventato d’avorio tra i capelli d’oro stinto, si trasformava d’ora in ora, diveniva più rigido, più ombrato.... Finito, finito!... Pensavo a lui che credeva conoscere il Mistero: perchè in quell’ora non me lo svelava? Perchè, sopratutto, sapendo che la mia amica era condannata, non era venuto a portare la parola di luce?
Ah, come di fronte alla Fine cade ogni speranza di sfidare e vincere l’Ignoto!... Come si sente che l’umanità è impropria all’impresa, destinata a passar sulla terra senza spiegarsi la ragione del suo passaggio! Ma contemporaneamente la nostra intima sostanza attinge la massima coscienza del suo valore: la Vita che si sofferma a guardar la Morte comprende la nobiltà eroica del proprio ostinarsi ad ascendere e a perpetuarsi nel buio.... E la creatura dell’oggi ascolta un appello confuso: è forse la creatura del remoto domani che la chiama così, che la conforta a proseguire, la creatura nella quale raggierà tutto ciò che oggi è oscuro, e con la quale si inizierà una nuova epoca, l’epoca dello spirito liberato?...
Le ore passate accanto alla spoglia di chi amammo non ci fanno veggenti; ma neppure ci prostrano, nè ci tolgono il senso dell’esistenza che in noi continua. Sembra in quel punto di ereditare, coi doveri, anche le qualità dì chi ci ha lasciati; ci si trova più ricchi, o di energia o di idealità o di amore. Ci si sente solidali coi vivi oltre che coi morti.
Il pensiero d’aver fatto tutto quello ch’era in mio potere per alleviare alla diletta le sofferenze estreme mi dava una specie di pacato conforto. La breve e agitata vita di lei s’era chiusa sotto la protezione dell’amore: ella aveva portato con sè, morendo, la certezza di esser compresa e di rivivere nel rimpianto.
E io mi sorprendevo a dirmi che con ogni probabilità sarei stata meno fortunata.... Laggiù, consunta in pochi anni dall’arida esistenza, chi mi avrebbe chiusi gli occhi dopo avermi sorriso? Accanto al mio letto, nelle ore ultime, non avrei avuto che mio figlio, inconsapevole... solo... solo.
Questo dissi, o piuttosto lasciai indovinare, il mattino dei funerali, alla vecchia amica che era venuta a portare il suo saluto alla cara dormiente già tutta ricoperta di fiori. Eravamo accanto alla finestra, un istante isolate dalla lunga sfilata delle conoscenti; e ambedue volgevamo sguardi di serenità verso la forma indecisa avvolta di bianco, verso le immagini vivaci ch’ella con vena inesauribile aveva sparse sulle pareti, verso la campagna e il Soratte lontano. Ah il buon riposo! La dolce creatura l’aveva ottenuto....
E la voce della vecchia donna mi ripeteva sommessa e vibrante: «Ma perchè parti? Sai pure che la rassegnazione non è una virtù!»
Mormorai il nome di mio figlio, e quella tacque, passandomi una mano sulla fronte, lieve, più volte.
«Non tornare laggiù!»
Anche la dormiente me l’aveva detto, prima di chiudere gli occhi.
Ai funerali, dietro il carro carico di fiori, tra molte signore e i giornalisti, avevo visto fuggevolmente il «profeta». Qualche giorno dopo, passando presso la sua abitazione, fui assalita dall’improvviso desiderio di sorprenderlo, là dove egli viveva la sua vita deserta, di dargli là il mio addio, poi che presto sarei partita.
Salii in fretta l’oscura scala della vecchia umida casa.
Imbruniva: nella stanza era già accesa una candela: si vedeva un letto in un angolo, bassissimo, quasi un giaciglio. Su una stufa di terra due mele eran posate, cotte sulla brace. Presso una finestra, una tavola ingombra di carte e delle seggiole con qualche libro; una severa effigie di vecchia sulla parete: sua madre? E in fondo alla stanza la scarna persona, in attitudine un po’ incerta, che allungava un braccio per pregarmi di sedere.
Che cosa dicemmo? Non riesco bene a ricordare. Egli si scusava del freddo dell’ambiente, mi chiedeva del piccino, della partenza.... Gli guardavo le labbra: non avevano un tremito. Accennai al cassetto del tavolino. Lì stava la sua opera? Ebbe un gesto vago di assenso. E, non so come, dovetti far travedere la mia incredulità.... Più che le mie parole, rotte come singhiozzi, i miei occhi gli dicevano, certo, la disfatta del mio fervore e l’amarezza della mia anima nuovamente libera.
Nel silenzio che seguì, vidi per la prima e l’ultima volta quel viso sempre illuminato come da una visione interna, oscurarsi, alterarsi, esprimere il più umano dei dolori, la semplice profonda sofferenza di chi si sente abbandonato.... Ma furono pochi istanti. La calma ridiscese sulla sua fronte con il segno ostinato d’una sovranità intangibile.
Per due giorni le piccole stanze furon di nuovo ingombre di casse, tante bare nelle quali seppellivo, cogli oggetti e coi libri, i miei sogni e i miei palpiti. Mio marito protestava per lettera di volermi con lui: la povera morta era rinnegata: egli aveva sospettato il suo amore pel giovane scienziato, e l’orgoglio soffocava in lui ogni residuo di sentimento. Un attimo avevo tentato ancora di strappargli la mia libertà, e non avevo che ribadito la catena.