XVIII.
Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.
Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa, restando taciturno e scontento al tavolino, a scrivere non so che progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito la guardava come affascinato.
Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto, nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio. Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia amica....
Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso, l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva ancora, si pensava debole, malato....
Era il castigo?
La disegnatrice aveva indovinato, forse per la prima. Ed era forse colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento della Mulier. Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col dolore dei genitori pareva a lui egoismo.
Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti? E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’ suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»
Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville, fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in certi istanti. Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti. Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte. Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola, nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno; il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.
Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non aveva che quel gesto per darmi coraggio.
Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?
Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto, che forse quello non era più luogo per noi, che aveva una smania furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per lui!...
Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.
Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....
Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»
Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No, no!
Per due, tre giorni, non ricordo bene, la vita intorno non mi trasse dalle mie meditazioni. Per la rivista non avevo quasi più nulla da fare: l’editore cercava chi mi sostituisse; si era mostrato dolente di perdermi: «È così difficile trovare chi legga con imparzialità dei libri di donna!» La direttrice, col suo fare sempre tra cortese e distratto, m’aveva detto che sperava io le avrei continuata la mia collaborazione anche da laggiù. Non avevo mai pensato dì tentare qualche lavoro di fantasia?
La norvegese era a letto per una infezione reumatica che non pareva grave. Andavo ogni giorno per qualche ora a tenerle compagnia. Ogni giorno veniva pure a visitarla l’amico professore. La prima volta che avevo visto il giovane chino sopra di lei, mi si era comunicata la dolce sicurezza del loro amore. Ma nella stanza buia non c’era aria sufficiente. Quand’egli la persuase della necessità di trasportare il letto nello studio, la fronte le si oscurò, sebbene egli affermasse che era soltanto questione di alcuni giorni.
Affrettavo col pensiero il ritorno di mio marito: gli avrei proposta una separazione amichevole; io potevo vivere col mio lavoro e con ciò che mio padre continuerebbe ad assegnarmi. Il piccino avrebbe potuto studiare accanto a me, e andare dal babbo nelle vacanze.
Perchè non avrebbe accettato? Egli era in uno di quei momenti psicologici che giustificano le azioni più contrarie alla nostra natura; tutto doveva mostrarglisi sotto un nuovo punto di vista.
Non volevo però in nessun modo pregiudicare il tentativo. A chi chiedere un consiglio? La buona vecchia mamma non era ancora tornata dalla Lombardia. E a nessun’altra avrei potuto confidarmi, in quell’ora decisiva. Ma un’immagine mi s’imponeva da qualche tempo, con insistenza crescente; non v’era un uomo che diceva di possedere la verità? Da lui avrei potuto ricevere forza.
Non lo vedevo da parecchie settimane. Lo invitai con un biglietto a venirmi a trovare, per sentire cose gravi.
Giunse la sera dopo, mentre stavo per condurre a letto il bambino. Per qualche minuto parlò col piccolo amico, che lo guardava cogli occhioni confidenti; poi questi andò a coricarsi.
Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di me, in attitudine incoraggiante.
A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui, conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una vita di libertà e d’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.
L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita, non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco, l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione di sincerità e di logica.
S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie. Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza; mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare, piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano all’umanità, e una luce, sì, una luce s’era fatta nel suo spirito. Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza, essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora. Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver fede nella sua promessa.
Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo, producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni bianche nelle quali l’occhio si smarriva.
Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da un’altra anima....
Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi; certe pagine quasi indecifrabili per le aggiunte e le cancellature richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato, contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola «pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.
Ma egli era sicuro della mia fede in lui; un fugacissimo bagliore mi pareva gli attraversasse lo sguardo nei momenti in cui mi sorprendeva intenta, assorta nella sua parola. Non aveva mai incontrato, certo, una devozione così fervida in un’anima così libera e giovane....
Parlavo di lui alla mia malata, nelle molte ore che ormai passavo accanto al suo letto; il male s’era complicato, l’infezione era salita al cuore, e il povero cuore si gonfiava ogni giorno più, batteva pazzamente, minacciava d’arrestarsi per sempre. Già il dottore, un vecchio maestro del fidanzato, m’aveva svelato la gravita del caso; egli lottava, ma temeva. Il giovane fisiologo sorrideva teneramente a lei, ma dava talvolta a me sguardi strazianti. La malata non aveva sospetti; non voleva accanto, oltre l’amico e me, che la vedova vicina. Formulava progetti per la convalescenza, ripetendo: «Che noia, che noia!»
Una crisi terribile, inattesa, precipitò il corso del male, gettò l’inferma nel terrore ultimo. Per due notti restai accanto al letto di spasimi, la mano stretta convulsamente da quella di lei, nella pena infinita di non poter far nulla contro la forza misteriosa che la prostrava. Per qualche ora credetti che la fine fosse imminente. Scrissi a mio marito due righe per avvertirlo della necessità ch’io rimanessi ancora qualche giorno.
La terza sera il cuore attenuò alquanto i suoi battiti pazzi e il pericolo si allontanò. Il giovane, che aveva vegliato con me tre notti tormentose, si concesse un po’ di riposo; io non mi sentivo stanca, e il sorriso con cui la diletta accolse la mia risoluzione di restar presso a lei, m’impedì di rimpiangere la pace delle mie stanzette, il respiro dolce del bimbo addormentato sotto i miei occhi. La speranza rifioriva.
Quando fu l’alba lasciai la malata in custodia della vedova e m’avviai verso casa. Dopo pochi passi nella via deserta, biancastra, m’imbattei in mio marito che s’avanzava a capo chino; si scosse, non seppe trovar una parola, quasi vergognandosi. Un misto di pietà e di sprezzo m’assalse.
Dopo che l’ebbi rassicurato sulle condizioni dell’inferma, egli cercò di scusarsi per il viaggio impreveduto. Gli troncai la parola: non volevo offender in alcun modo la diletta che lassù soffriva.
Anche a casa tacemmo. Tornai poco dopo presso l’amica: egli venne nel pomeriggio a chieder se poteva vederla un momento. L’osservai. Ma colei che lo aveva turbato, che era riuscita quasi a vincere io lui la cupidigia d’un impiego ambito, non aveva più il fascino sensuale che lo aveva ammaliato. Era una povera creatura sfiorita.
Ella gli parlò di me, gli disse che ero stata una santa per lei. «Vai un po’ a casa, ora, vai, cara. Sto bene, risposerò. Verrai domattina, non è vero?»
Povera donna! Dovetti contentarla. Ma tra mio marito e me pesava il silenzio. Solo alla sera, dopo cena, quando il bimbo fu coricato, le anime si apersero, con ardore la mia, un po’ guardinga la sua. Egli teneva a giustificar il suo contegno. Io non volevo che l’ora scorresse vana, perpetuando la menzogna. E, sorretta forse dall’eccitazione nervosa di tanti giorni, parlai come non avrei creduto di poter mai. Gli dissi ciò che avrei potuto dire al mio figliuolo fatto uomo: egli non potè schermirsi, finì coll’ammettere in silenzio ciò che gli attribuivo. Ascoltò anche quando conclusi nella necessità di svincolarci entrambi da un legame che ci opprimeva.
M’interrogava, ora, dubbioso: «Credi proprio? Non potremo mai intenderci?...» E sperai che sarei riuscita a persuaderlo.
In quel punto suonò all’ingresso il campanello. Era il «profeta», che non vedevo da qualche giorno. Avevo, il mattino, detto a mio marito delle sue visite, del lavoro di cui egli m’aveva pregata; ma il vederlo giungere così, dopo le otto di sera, richiamò improvvisamente alla sua anima sconvolta tutte le ire malsane di cui era capace. A stento le represse, e la conversazione si trascinò per qualche minuto, fin che l’amico risolse d’andarsene, stringendomi la mano in modo da significarmi coraggio.
Sentii che la partita era persa. Mio marito principiò coll’inquisirmi, brutalmente sarcastico. Lo lasciai dire e dire, sperando si esaurisse così, come altre volte, il furore che gli faceva digrignar i denti.... Invece il mio atteggiamento remissivo peggiorò la situazione. Alterato dal suono della propria voce, mi accusò, insultò l’amico, vomitò parole abbiette, finì col lanciarsi sopra di me, gettarmi in ginocchio, percuotermi bestialmente, mentre mi dibattevo a mia volta in una crisi di rabbia spasmodica. Dalla stanza attigua il bimbo svegliatosi mi chiamava, spaventato. Riuscii a svincolarmi, a correre presso il letticciuolo, come istupidita. Le piccole mani di mio figlio correvano sul mio viso umido e infocato, la vocina tremante susurrava: «Non voglio, mamma, non voglio.... Non tornar più di là col papà: sta qui, vieni a letto, non voglio che tu pianga....»
Ah, sì, obbedire, obbedire alla piccola voce dolente! Non eran più queste le orribili notti del passato, nelle quali l’anima avvilita accettava senza ribellione ogni sfregio e non riceveva alcun richiamo dalla vita.... Mio figlio, ora, si preparava a difendermi, mi voleva per sè, mi sentiva buona, pura, si rivoltava anche contro il dolore ingiusto che per la prima volta gli si palesava.
L’uomo dovette gettarsi sul divano, in sala da pranzo; io presi in letto con me il bambino; un’altra volta attesi l’alba.
La vecchia servente, quando m’alzai, m’interrogò tremante. Che cosa aveva sentito dal suo stanzino? Mi guardava con pietà insistente. Mi prese le mani, mi baciò qualche segno rosso sui polsi. Ricordava anche lei delle ore di supplizio? I suoi occhi avevano spesso come il rimprovero muto delle bestie maltrattate.
A mezzogiorno, a tavola, non rammento come la nuova scena si svolse: so soltanto che a un certo punto mi trovai mio figlio avvinghiato al petto e dinanzi mio marito che tentava strapparmelo, che gli ingiungeva di seguirlo, partire insieme, per lasciarmi sola alle mie follìe.... Egli aveva riso ad una mia rinnovata proposta di separazione: padrona io, di restare, di guadagnarmi da vivere come volevo, ma il figlio lo seguirebbe, oh, dovunque!
Il piccino mi guardava smarritamente. Ah bimbo, bimbo mio!... Non sarei morta se colui me lo strappava? Era la mia carne, la mia vita, era la mia fede quel piccolo viluppo tepido che mi tremava fra le braccia....
Con uno sforzo tremendo respinsi il comando della coscienza inesorabilmente lucida. Non volevo morire: e per vivere, dovevo piegare.
L’uomo sentì d’aver vinto, abbassò il tono della voce, rallentò il fiotto delle parole odiose. Forse nella notte aveva esaminata la situazione, s’era imposta una linea di condotta, aveva sentito svanire i fumi sentimentali fra cui s’era compiaciuto negli ultimi mesi, s’era di nuovo trovato pronto a strappare alla vita, senza riguardi, i soli beni materiali—sufficienti per lui. Forse era sicuro in precedenza che la minaccia di togliermi il figlio m’avrebbe ricondotta alla rassegnazione. Si calmò, giunse a sorridere leggermente delle scene avvenute, come d’una debolezza; credo anche mi chiedesse perdono. Rimanemmo d’intesa che sarei rimasta in città alcuni giorni ancora, finchè l’inferma fosse fuori di pericolo.