XVII.
La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo, noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità. Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza, ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi avrebbe sorretta?
Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano stati indulgenti per la mia prolungata assenza.
Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana. Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo; tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi. Era una piccola ricognizione nel paese della coltura, ove erano sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò. Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo. Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta risolveva ogni questione.
Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima volta che andai nel suo piccolo studio, sui Parioli, mi pose tra mano, con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia, una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano, molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio, davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa, essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.
Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione) mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero tra lui e me.
Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima, sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature, dalla letizia al dolore,—col contrasto di quegli occhi d’un azzurro implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.
«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»
Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato «andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi lei. Ella gli disse di scegliere....
«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e andiamo pei fatti nostri.»
E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva incoraggiata a dedicarvisi interamente.
«Certi giorni ha avuto visita da una dama.... Lady Hunger, Madonna Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»
Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi rianimava. Mio marito pure, ascoltandola, smetteva un poco il cipiglio abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo calmò con alcune parole gentili.
La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero, in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco. La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loro parati di cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei ricevimenti, delle garden party, delle caccie alla volpe: fiori di serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali, si scambiavano dei complimenti freddi.
La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’ pedantesco: «Questo è il regno di Mulier o di Foemina?» Io non potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi: «Ecco due donne!»
Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano legate d’intimità da quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.
Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne! Domina, signora, m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non era di certo ancora: lo sarebbe mai?
La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.
Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese, sollecitata da tutte le parti, gli si avvicinava. Gli portai il bimbo, per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene per brillare!»
Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo. Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di vile....
L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli al confessionale.
«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazione d’operaie, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!»
E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»
Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’ d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero all’incontro della sua compagna....
Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.
Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?
V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati, durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti? Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa «valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....
Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande figura di donna.
Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare di Mulier con visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del sole?
Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne.
Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.
Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno voleva guardarla in faccia!
«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»
Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!
Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il «profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto, nell’assenza della direttrice, andata in montagna a cercar un po’ d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli, con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le linee melodiose dei grandi pini.
Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui, sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la stanchezza la prostravano.
In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo, certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità, indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato interrogarla in modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza mortale in tutte le membra.
Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato. Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli affetti che le venivano via via mancando?
E frattanto la situazione in fabbrica diventava insostenibile. Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.
La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.
Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:
«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»
Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò il discorso.
Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il nome di mio marito per il posto di direttore.
Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio marito al posto di mio padre.... Che ironia!
Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un tratto, la mia gaiezza cadde.
Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.
La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria» e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!
E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non essere staccato del tutto dalla sua creazione.
Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo minacciasse: reclamava la vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni, un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo.... Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio....