XVI.

Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della Trinità dei Monti, coi presepi di Piazza Navona, delizia del mio piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le candide nuvole di petali. Talvolta anch’io e il mio bimbo portavamo a casa quei tenui annunzi primaverili. Dalle pareti alcune fotografie, le Sibille della Sistina, il tragico e dolce Guidarello sul suo guanciale di pietra; un calco dell’Erinni dormente, dono della disegnatrice norvegese; alcuni ritratti, Leopardi, George Sand coi grappoli di neri capelli, Emerson, Ibsen, figure di geni e di simboli, sembravano animarsi nei luminosi riflessi dei fiori, lievemente colorirsi. Scendeva da essi come un conforto alla fatica e alla speranza. Il bimbo correva a giocare sul terrazzo. Lavorando, continuavo a sentirmi alitar nello spirito, in maniera confusa, le idee e le imagini accolte durante la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del fiume.

La sproporzione fra questi pensieri e il lavoro alquanto meccanico che compievo era grande. Ma non mi dava pena. Ormai le mie velleità ambiziose di scrittrice eran lontane: trovavo una certa bellezza anche nel còmpito oscuro di trascegliere notizie e raccogliere dati di fatto intorno agli argomenti che più mi premevano. E m’indignavo vedendo piovere in redazione libri mediocri firmati da donne, vere parodie di libri maschili più in voga, dettati da una vanità ancor più sciocca di quella delle pupattole mondane di cui l’editore riproduceva in fotografia gli appartamenti modern style. Come mai tutte quelle «intellettuali» non comprendevano che la donna non può giustificare il suo intervento nel campo già troppo folto della letteratura e dell’arte, se non con opere che portino fortemente la sua propria impronta?

Esprimevo tali considerazioni alla direttrice, trepidando, per la mia abitudine al silenzio e per timidezza. La direttrice mi guardava sorridendo con gli occhi miopi, sospirava, e qualcosa come una leggera ombra passava in essi. Mi pentivo quasi delle mie osservazioni: immaginava forse che la piccola sconosciuta ch’io ero, il suo «Perugino» com’ella mi chiamava, osasse giudicare anche la sua opera?

Di quest’opera ella non era del tutto soddisfatta, lo sapevo: e neppure di sè, della sua vita intima doveva esser lieta. Suo marito, giurista di valore, non era il compagno creato per lei, benchè avesse intelligenza, cultura, gusto fine, e paresse a tutti un marito e un padre modello. Non aveva mai intralciato in alcun modo le aspirazioni della moglie. Si stimavano reciprocamente: per le due figliole restavano uniti e volevano farsi credere felici. Ma la maggiore di queste, forse, cominciava a indovinar qualcosa: i suoi diciotto anni rivelavano una personalità già forte, e sotto la bellissima fronte venata d’azzurro dovevano maturar propositi di fiera coerenza tra la sua vita e l’ideale. Ella era l’avvenire. Dinanzi a lei avevo sentito per la prima volta che v’erano esseri più giovani di me, che avrebbero potuto ereditar da me qualche favilla e tramandarla più alta nel tempo.

Ma sarebbe mai apparso fuor della mia anima un segno dell’interno fuoco?

La stessa domanda mi pareva di leggere qualche volta negli occhi della buona vecchia mamma dei miseri, quando nel suo ritiro, ai suoi piedi su uno sgabello, l’ascoltavo parlarmi della sua vita meravigliosa. Se la figliuola della direttrice mi rappresentava la speranza del domani, il formarsi di tutta una umanità muliebre più conscia e dignitosa, questa donna a cui la fronte splendeva sotto i capelli bianchi era bene l’immagine del genio femminile manifestatosi attraverso i secoli in qualche rara individualità più forte d’ogni costrizione di legge o di costume. Mazziniana fervente nella sua prima gioventù, aveva trasportato presto la sua forza rivoluzionaria nel campo sociale. Il suo temperamento la spingeva all’azione diretta e non alla propaganda. Da trent’anni, dacchè era arrivata alla capitale dalla Lombardia e s’era unita liberamente con uno scultore illustre, il suo lavoro per redimere sventure era stato incessante, incalcolabile. La sua pazienza nel perseguire miglioramenti parziali, riforme d’istituti benefici, aiuti degli enti pubblici, la sua tenacia nel bussare alle porte dei ricchi per ottenerne la piccola elemosina, contrastavano stranamente con la sua credenza nella necessità ultima di sconvolgere col fuoco e col ferro la massa oppressiva delle istituzioni formate dalle classi superiori. Aveva mai lasciato intravedere questo terribile pensiero a qualcuno dei giovani operai che la ascoltavano nella Scuola Popolare da lei fondata? La sua ricca natura univa l’amore pratico per la vita umana all’indignata rivolta teorica contro i tarlati ordinamenti; e nessuno come lei sentiva la tragica bellezza della nostra epoca, coi suoi sparsi tentativi sociali, coi suoi presentimenti di rivelazioni scientifiche innovatrici e colla ricerca di nuove idealità oltreumane. In tanti anni, nell’ambiente artistico e cosmopolita del compagno e in quello popolare ch’ella studiava, aveva conosciuto grandi poeti ed ex-galeotti, donne sventurate e donne depravate, uomini di Stato e fanciulli vagabondi. Anche ora nel suo studiolo apparivano donne e uomini dai più diversi linguaggi, e sembrava che sfilasse così dinanzi a lei l’umanità, varia e una. Talvolta udivo costoro parlare d’altre genti ancora, di moltitudini remote che della vita e dell’universo hanno una concezione per noi incomprensibile. Il pensiero della nostra civiltà in cammino su una parte così piccola del pianeta mi si presentava con sgomento. Roma, sì, era il centro ideale, la comune patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!

Alternative d’entusiasmi e di scoramenti. La prima volta che penetrai colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo, sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto della distruzione.... Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli ànditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale, chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da camice sudicie, lo sguardo ostile.... Da quali profondità di orrore sorgevano le tremende apparizioni? E le voci rauche non imploravano neppure, davano notizie di malattie, di nascite, di scioperi forzati, di ferimenti, con indifferenza. Scendeva dai piani superiori qualche bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanze spalancate esalavano odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto, uscivano strilli, lamenti, richiami....

Oh quel paese di serenità che si staccava ancora sull’orizzonte, lontano, quando tornavo su la strada! Rifugiarsi là, tra il verde e le acque, dimenticare che degli esseri umani, uguali a me, a mio figlio, a quella santa creatura che mi guidava, vivono fasciati di cenci, col respiro corto, colle membra fredde, senza saper neppure che cosa li tien chiusi in quegli antri con mano dì ferro!

Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate, necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua vana. Trascinarli. E quando potessero ancora dimenticare, suonasse pure l’ora della catastrofe!

Un essere solo m’appariva al di sopra di questo dovere e m’afferrava e teneva sospesa l’anima oltre ogni visione di male e di bene. Era l’uomo misterioso che sembrava possedere qualche grande segreto sulla vita, il «profeta» come la direttrice di Mulier sorridendo lo designava. Mio marito faceva per lui un’eccezione permettendomi di riceverlo; la fama ascetica dell’uomo lo rassicurava. Ma le sue visite erano rare e brevi. Qualche volta ci incontravamo in istrada, e m’accompagnava per un tratto; abitava nello stesso nostro quartiere Flaminio. Il bambino gli offriva spontaneamente la manina. Che cosa andava unendo a me e a mio figlio quella creatura solitaria, enigmatica, forse malata? Egli aveva l’incosciente bisogno, ogni tanto, di parlare, di lasciar intravedere qualche barlume di quel mondo in cui, tutto solo, si moveva.... E mi trovava capace di ascoltarlo. Ma non era neppure un barlume ch’io vedevo: di concreto non sapevo altro se non che nell’opera a cui egli lavorava doveva esser racchiusa una parola di estremo beneficio per gli uomini....

La prima volta m’ero domandato con terrore s’egli era un mistico, un pazzo. Via via l’impressione paurosa era andata dileguando. Io che non avevo mai osato addentrarmi negli studi psichici pur riconoscendo ch’era questa una specie di timidità intellettuale, io mi sorprendevo ora ad accettar quasi l’ipotesi che quest’uomo potesse svelarmi qualcosa in cui avrei creduto per virtù occulta.

Egli mi parlava del mistero, degli sforzi compiuti dall’umanità per affermare un’origine e un destino ultraterreni. Un fascino m’avvolgeva, e mi sentivo quasi arrossire ricordando la facilità con cui avevo risolto per mio conto la crisi religiosa nell’ora più grave del mio passato. Quell’uomo mi significava una potenzialità di sofferenza spirituale, ch’io, dovevo confessare, non possedevo. Sterile sofferenza, forse. Ma non era in quello spasimo la nobiltà suprema dell’essere che tende a superare sè stesso?

E fioriva in me per lui un umile sentimento, materno e figliale insieme, del tutto nuovo nella mia vita. L’austerità della sua esistenza, e quella forza singolare del carattere per cui egli si inibiva ogni confidente abbandono, e il suo aspetto, anche, così gracile e insieme così fiero, mi attraevano. Se ne accorgeva egli? Non me lo chiedevo. Ad ogni modo non era in me alcuna manifestazione di fervore, e neanche mio marito commentava i nostri rapporti.

Parlava poco di sè, come se tutti dovessero ignorare la sua vita di stenti, lo stoico suo distacco da ogni dolcezza. Pareva che tutto ciò che il destino ancor metteva, di tanto in tanto, a sua portata, sorrisi di bimbi, devozione di donne, ristoro di sole, egli lo accettasse come diretto a una parte insignificante del suo essere, capace ancora d’allietarsi, ma priva di influenza sul suo spirito e sulla sua volontà.

Doveva aver immensamente sofferto, nel passato. Forse aveva trovato un rimedio nell’analisi, osservandosi; doveva essersi convinto che l’uomo soffre di cose meschine. Le privazioni materiali e sentimentali, la mancanza di pane, di benessere, di cure, di affetto, tutto questo fa soffrire l’uomo. Ma l’uomo grande è quello che si avvezza a far senza di tutto questo, che può viver solo, nutrirsi di sè stesso, isolarsi dall’umanità e dalla vita....

A tale stato voleva condurre tutti noi? Non era ammissibile. E allora, che significava l’oscura esortazione all’attesa che egli mi rinnovava di tratto in tratto?

Parlavo di lui colla buona vecchia mamma. Ella lo conosceva da parecchio tempo, aveva per lui una speciale tenerezza. Lo aveva mai condotto seco a veder qualche miseria mostruosa?

Sì, ed altre volte egli ne aveva osservate, lontano, a Londra, a Nova York.

«Vedi, figliuola: egli deve dirsi sempre che ogni tentativo di rinnovamento sociale è puerile, senza il soccorso della nuova fede ch’egli vuoi dare agli uomini. Egli cerca un assoluto e nulla è più inutile, anzi nefasto.... che l’assoluto, quando sappiamo che tutto muta, e che si muore. Egli cerca probabilmente una nuova prova dell’immortalità dell’anima, poichè le vecchie non reggono più. Ma gli uomini hanno creduto fino ad oggi a questa immortalità, e non sono divenuti migliori....»

Gli occhi le si velavano:

«Nessuno più di me desidererebbe il conforto di ritrovare dopo morte chi ha amato! Io ho sperato per tanti anni che il destino non mi facesse sopravvivere al mio compagno. Non è stato così.... Ma la dolcezza della nostra unione mi avvolge ancora tutta nel ricordo, mi consente di fare questo ultimo tratto di cammino sola.... Io ho avuto la mia parte di bene. Cara, bisogna far che l’uomo ami la vita in quanto essa è suscettibile d’esser bella per tutti, materna verso tutti. E non è guardando oltre la morte che si può raggiungere questo scopo».

Io pensavo a tutte le volte che avevo sentito «staccato» dal mondo, lontano, quell’uomo. Egli non aveva neppure discepoli; nessuno dei tanti giovani che s’affollavano nelle redazioni delle riviste maggiori, ed invocavano in versi «l’atteso», aveva l’impulso d’interrogarlo, di scandagliare il suo segreto.

La vecchia amica si rassegnava:

«Egli è veramente un esemplare unico, ed io mi compiaccio certe volte con uh po’ d’estetismo che mi sia caduto sotto gli occhi. Ne arrossisco, perchè, in fondo, egli mi desta una gran compassione.... E tu, piccina, hai subito un poco il suo fascino? Le donne non sono mai insensibili alle manifestazioni mistiche.... Se potessi mostrarti il mio esempio, ti direi che io credo nel mistero, che ho anch’io, come si dice, le finestre aperte sul mistero. Ma non posso stare tutto il giorno alla finestra, e c’è tanto da fare in casa!»

Ella sorrideva con una ironia che nascondeva un’appassionata tenerezza. Come delicatamente ella sfiorava le anime! Avrei mai un giorno potuto espandere intera la mia con lei? Sentivo lento lento un affanno salire. Per quella nobile creatura la vita era amore: e se l’amore è tutto nella vita, io non conoscevo ancora la vita....

Si giunse alla fine di febbraio: l’influenza infieriva, mio figlio s’ammalò, dapprima senza sintomi gravi, indi rapidamente precipitando verso il pericolo. Mai quella creaturina era stata inferma: qualcosa mi trascinò fuor di me, in quei giorni di terrore inobliabili, e di cui pur non conservo un distinto ricordo. Una sola notte rivivo. Alcuni accessi nervosi violenti, seguiti da vere allucinazioni, da barlumi di furore,—per cui il caro viso, ove poco tempo innanzi ancora i cinque anni sorridevano, diventava irriconoscibile, spaventoso,—avevan fatto spuntare nella mente mia e degli altri presenti un sinistro fantasma: meningite.... La parola mi danzava nel cervello, lo riempiva. Si attendeva la dottoressa. Coperta solo di un accappatoio, tremante pel gelo della notte e per la febbre che da tre giorni serpeggiava anche nelle mie fibre, mi curvavo sul bimbo che a volte mi respingeva o mi guardava àtono senza riconoscermi; mi gettavo su una poltrona lì presso, mi rialzavo. Per un’ora o due, forse, immaginai mio figlio perduto, mi raccolsi in questo pensiero, sentii le lagrime, sgorgate irresistibili alla vista degli spasimi infantili, asciugarsi; mi chiedevo: «Potrò trovar subito un mezzo per morire, o dovrò giuocar d’astuzia per deludere la sorveglianza di costoro?» Nessun richiamo mi veniva dalla vita poi che la vita si chiudeva su mio figlio, su colui pel quale soltanto avevo riaperto con rassegnazione gli occhi in un’altra tragica notte....

La crisi nervosa fu superata; per quarant’ore circa dalla boccuccia rossa non era uscita una parola dettata dall’intelligenza o dalla volontà; una piega ostinata, amara, l’aveva contratta; gli occhi, più larghi, sembravano interrogare su ciò che avveniva e inquietarsi di non comprendere.... Non rivedo le fattezze straziate dal male, ma risento la sofferenza acuta di quella vista. Avevo la febbre, non potevo percepire ciò che accadeva in me, e impressioni lancinanti si succedevano, si confondevano. Ricordo il risveglio, invece: un attimo divino: il sorriso che si abbozzava su quelle povere piccole labbra, che irraggiava il visino bianco, mentre una vocetta esile, nuova e insieme antica, rispondeva alla dottoressa che gli domandava il nome.... Oh, nome, nome di mio figlio che da quell’ora mi divenisti parola di vita!

Il male seguì il suo corso regolare: il piccino era docile, quasi preoccupato lui stesso di guarire; non v’era da lottare per compiere le prescrizioni mediche. Nei momenti di maggior sollievo, quando la febbre gli dava requie, egli mi chiedeva: «Che avevo, mamma, l’altra notte?... Vedevo rosso.... tu non c’eri, tu non c’eri....» E una manina saliva a carezzarmi il viso. Nella piccola stanza una luce violacea penetrava mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo di nubi dorate. Poi, l’ombra subentrava, e le lunghe ore notturne sfilavano. Io rimanevo sola a vegliare, fin verso l’alba.

La figura di mio marito si disegnava talora torbida nella notte, mentre restavo con lo sguardo avvinto alle linee incerte e dolci della testina riversa sul guanciale. Durante il periodo acuto della malattia di nostro figlio l’avevo visto sinceramente commosso. Ciò non mi aveva dato un solo fremito, chiusa come ero nel tragico cerchio delle mie sensazioni materne. Come due estranei, avvicinati momentaneamente dalla sventura, le nostre persone ritte da un lato e dall’altro del letticciuolo, non avevano avuto neppure per un istante un moto, un gesto, l’una verso l’altra....

....L’esistenza adorata era salva, rivolta di nuovo verso l’avvenire. La consideravo ormai con calma, con la stessa sicura energia con cui avevo considerato la sua possibile fine. Essa era la parte migliore di me, che riposava e si ritemprava così, la parte vergine, ignara, possente, quella che avrebbe debellato ogni insidia, come testè la morte. Ma l’altra parte, la creatura vegliante, agitata da ricordi e da presentimenti, debole e incerta nella sua dolorosa esperienza? L’altra viveva d’una vita intensa come non mai, scrutava senza risultato le tenebre circostanti, temeva, forse per la prima volta con tale sincerità, di sè stessa e del suo destino....

Perchè avevo pensato tanto naturalmente alla morte quando mio figlio era in pericolo? Non esistevo io dunque indipendentemente da lui, non avevo, oltre al dovere di allevarlo, oltre alla gioia di assisterlo, doveri miei altrettanto imperiosi?

Tre anni quasi erano trascorsi dal mio tentato suicidio. Durante l’incessante ascesa avevo voluto persuadermi, persuadendo altrui colla penna e coll’esempio, che la vita va vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia è possibile e divien facile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale. Mi ero esaltata tante volte dinanzi a questa concezione, mista di ascetismo e di paganesimo, glorificante insieme l’azione e la contemplazione. Senza le lusinghe di una fede pietosa, avevo sentito crescere in me forze insospettate, che erano state capaci di attutire le voci del senso e del cuore.

Illusione! Menzogna! Io che predicavo la forza di vivere, io, poche notti prima, avevo sentito questa forza estinguersi come per incanto col suono d’una fievole voce infantile. Il mio ideale di perfezionamento interiore crollava dinanzi alla realtà di questo fatto: una cosa sola, ora come tre anni prima, era realmente viva in me, viva e formidabile: il legame della maternità.

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