XV.

Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra e le cupole e il fiume e le pinete incise sull’orizzonte, e il deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi, tutto era com’esse immerso nella luce meravigliosa e com’esse appariva fluido ed eterno.

Anch’io ero già passata sotto quel cielo che ora riguardavo; ed anche in quel mio passaggio di adolescente l’anima s’era sentita dilatare al cospetto dell’infinito azzurro. Non ero la medesima, ancora? Non cominciava ora la giovinezza? Roma appartiene allo spirito che la desidera con volontà, e mantiene tutto quanto le si chiede con vigore d’anima. E forse non era tanto lontano il giorno in cui avrei compreso in un solo sguardo la città unica, l’avrei sentita tutta nel palpito del mio cuore.... Frattanto, che ebbrezza e che estasi assistere con mio figlio ai lunghi tramonti di fiamma dalla terrazza del nostro quartierino, con dinanzi il fiume e Monte Mario, dopo aver lavorato ore e ore nel silenzio dell’alto studiolo!

Mi sembra di non poter raccontare quei miei primi mesi di vita romana, così come non ho potuto raccontare la mia infanzia. Tutto ciò che è succedersi d’impressioni, vita pulsante per eccitazioni esteriori, scintillìo di immagini, eco di suoni, non può essere da me risuscitato,...

Città di esaltamento e di pace!

Riserbandomi di penetrare poco per volta la bellezza e la maestà dei luoghi sacri, esploravo lietamente le parti moderne, che mi risuscitavano il senso dell’energia umana avuto nella fanciullezza. Ma ad ogni tratto, dalla confusione e dal frastuono della vita febbricitante mi trovavo repentinamente trasportata davanti a quadri di silenzio e di sogno, lontano, in epoche non conosciute quasi, fuorchè in leggende. Ed erano anche aspetti improvvisi di civiltà più prossime e più note al mio spirito, e l’impressione talora della presenza di grandi anime non ancora estinte, non ancora lontane dalla terra così improntata di loro. Se ero sola o col piccino soltanto e nulla d’estraneo mi turbava, l’intensità della commozione mi faceva qualche volta salire alla gola un singhiozzo. L’avvenire si velava, s’allontanava: il presente appariva più indecifrabile. Ed io, piccola accanto al mio piccino, quasi dileguavo alla mia stessa coscienza.

Mi riscuotevano presentimenti vaghi di un’altra parola ancora che la città doveva dirmi. Intorno ai nuclei di pietra che rappresentavano memorie grandiose o attualità mediocri, sapevo che esistevano cinture di miseria, agglomeramenti di esseri che la società fingeva d’ignorare e nei quali intanto fermentava forse il segreto del domani....

Chi me n’aveva parlato così presto? Oh, foste voi, mamma buona mia e di quanti avete incontrato nella vita! Eravate, quel primo giorno in cui v’abbracciai, nel vostro ritiro sul Gianicolo. Le pareti coperte di ritratti, celebri ed ignoti, di grandi uomini e di bambini. La scrivania ampia, carica di carte. E voi, con la persona un poco pingue e curva, con qualcosa di mia madre nei tratti del volto, voi mi chiamaste figliuola, subito, e vi prendeste sulle ginocchia il mio bimbo, e ci guardaste a lungo entrambi, coll’espressione un poco astratta dei vostri dolci occhi, come a strapparci il segreto di quella nostra fusione per cui pareva che la piccola creatura aderisse ancora alla mia persona. Che cosa indovinaste? Mai, mai ho sentito, in un silenzio, tanta improvvisa compenetrazione. E quando incominciaste a parlare, a dirmi di qualcuna delle opere create in tanti anni dalla vostra meravigliosa volontà di giustizia, mi parve che un tacito convegno aveste dato alla mia anima....

Poi.... Poi l’ingranaggio del lavoro m’aveva afferrata. Mulier aveva i suoi uffici accanto a Piazza di Spagna. Io vi andavo due o tre volte la settimana, ma, come s’era convenuto, sbrigavo a casa il mio còmpito, ch’era di riassumere e tradurre articoli dai periodici esteri o di render conto di qualche libro. L’accoglienza della direttrice era stata cordiale, con una viva sorpresa per la mia giovinezza. Scrivevo cose tanto serie «con quel piglio di madonnina»!

Avevo subito capito che il suo nome era per la rivista più che altro una preziosa insegna, ma che in realtà chi disponeva di tutto nell’azienda era l’editore, un ometto rosso e vivacissimo. L’illustre scrittrice, poco più che quarantenne, ancor piacente, divideva il suo tempo fra i suoi romanzi, la sua famiglia e il suo salotto. La sua fama era incominciata una quindicina d’anni prima, ed ora ella si trovava in quel momento critico della carriera in cui si riconosce che la propria arte sta per essere oltrepassata e si comincia a temere di venir dimenticati. Forse perciò aveva ritenuto conveniente di non trascurare quel nuovo mezzo che le si offriva di richiamare a sè l’attenzione del pubblico. Alcune pagine veramente geniali d’osservazione e d’espressione costituivano il valore della sua opera, troppo copiosa e poco meditata. Negli ultimi tempi ella aveva bensì accolto qualcuna delle idee nuove, ma senza passione. Mancandole ogni ardore d’apostolato, ella non s’indignava di veder la sua rivista divenire manifestamente una speculazione commerciale. Dietro l’indolenza di lei, l’attività dell’editore mi pareva simboleggiasse tutto un gruppo di interessi minacciati dalle nuove tendenze della donna. Quel piccolo borghese dall’aspetto quasi misero, dai vestiti sciupati, sempre tappato in un polveroso bugigattolo accanto al salone della direttrice, rappresentava i mercanti che si arricchiscono sulla vanità, sulla futilità femminile: introduceva i loro richiami fra le creazioni delle donne artiste, fra le perorazioni delle emancipatrici, fra le esortazioni delle consolatici, delle madri sociali.

Il modello era giunto dalla Francia, come pei cappellini. Il buon gusto della direttrice e la furberia dell’editore s’accordavano nel dare un certo nesso alle cose disparate che la rivista conteneva. Così essa poteva introdursi negli ambienti più opposti; e se ad una donna di seria coltura non poteva offrire che una mezz’ora di svago, alle gentili oziose, fra l’una e l’altra curiosità poteva forse insinuare la nozione vaga di un’esistenza più grave che si svolge parallela alla loro, e anche il senso oscuro ed inquietante della fermentazione di tutto un mondo nuovo.

Ciò era ben poco vicino al programma scritto dalla direttrice in un attimo d’entusiasmo. I primi giorni m’ero sentita umiliata, e soltanto per la necessità di non provocare i sarcasmi di mio marito, avevo iniziato di buona volontà il mio lavoro, piuttosto gravoso per una principiante. Egli non mi perdonava di averlo indotto a gettarsi nel caos cittadino e s’accingeva fiaccamente alla sua impresa; per tanti anni abituato ad un lavoro metodico, subalterno, la libertà e la responsabilità gli erano d’impaccio; non riusciva a formarsi per suo conto un programma quotidiano e si volgeva astiosamente ad osservarmi, promettendosi certo di farmi sentire la propria autorità al primo accenno d’indipendenza.

Il maggior vantaggio del mio nuovo impiego era per me la gran quantità di pubblicazioni di ogni paese che pervenivano alla redazione e che potevo portarmi a casa per leggere. In seconda linea mettevo la possibilità di studiare in quel singolare ambiente qualche tipo caratteristico di donna: una dottoressa in medicina forniva nozioni d’igiene, fra cui l’editore inseriva gli indirizzi dei profumieri, delle bustaie e dei medici della bellezza; una norvegese alta, biondissima, con un nasino all’insù ed occhi azzurri e calmi, illustrava le novelle e componeva fiabe figurate pei bambini; ad una giovane signora le cui condizioni di famiglia non consentivano di far valere altrimenti il suo titolo di nobiltà e la sua «distinzione» s’era affidata la cronaca mondana. Nel salotto della direttrice, che mio marito mi permetteva di frequentare ogni tanto, a patto che evitassi di annodar relazioni, s’incontravano delle personalità di vario valore. Da un cantuccio, inosservata, avrei potuto acquistare quel concetto della realtà che i libri non erano capaci di darmi completamente.

Pochi giorni dopo l’inizio del mio lavoro ero stata a vedere la tipografia ove la rivista si stampava; l’editore m’aveva fatto da guida, col sorriso lievemente canzonatorio che errava sempre sulle sue labbra tumide: un compositore aveva sulla sua cassa una mia cartella: bisognava aggiungere alcune parole per comodo dell’impaginazione; e lì, nel frastuono delle grandi macchine, avevo visto l’operaio tradurre immediatamente in caratteri le parole ancor umide; il mio cuore in petto batteva e i miei occhi si velavano....

Tornavano dunque i tempi delle buone fatiche, quando tra gli operai di mio padre lavoravo gaia e trepida? Era stato un sogno il lungo intervallo, i giorni della reclusione laggiù, in un’afosa camera, sola col mio bimbo, l’anima gonfia di tragiche fantasie?

L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli. E talora mi passavano accanto rapide al par di fantasmi e mi guardavano per un attimo figure gravi e singolari, scienziati forse, forse stranieri a cui il sole d’Italia illuminava verità interiori, forse utopisti che avevano per patria l’avvenire. Ero ancora una romantica, ecco, e non me ne dolevo: c’era tanta somma di vicende nel passato di cui vedevo i vestigi, che potevo bene immaginare nel futuro le più felici possibilità umane.

Mi rivedo nello studiolo, in un pomeriggio di novembre avanzato, col sole che mi obbliga a farmi schermo della mano agli occhi. Dinanzi a me è seduto un uomo pallido, emaciato, in cui brillano due occhi neri e grandi: tutta la testa è bella, serena e tormentata insieme, e la parte inferiore esprime una volontà sicura, e l’alta fronte una sovrana pace. Egli interrompe a ogni tratto il suo dire per chinarsi verso il bambino steso sul tappeto, ai nostri piedi, e fargli scorrer sui riccioli la mano delicata, pallida. Alle spalle sento mio marito che sfoglia distrattamente un libro per darsi un contegno. Colui che parla m’è stato presentato qualche giorno innanzi dalla buona vecchia amica. Autore di alcuni opuscoli assai commentati, il suo pseudonimo suggestivo mi era già noto prima: avevo saputo che celava un alto funzionario dimessosi dal suo ufficio per poter liberamente difendere il vero; in dura povertà, egli attendeva ad un grande lavoro filosofico. Il suo sorriso di simpatia spontanea mi aveva tutta compiaciuta e m’aveva dato l’ardire d’invitarlo in casa mia malgrado la diffidenza di mio marito.

Egli mi dice tante cose, con una voce calda a cui l’accento meridionale dà una velatura di dolcezza. Dice senza enfasi, come ascoltando un dettame interno: sulla donna, sulle leggi, sul costume, esprime la mia stessa critica, con la vigorosa semplicità che a me manca; ma intorno alla scienza, intorno ai sistemi di ricostituzione sociale oggi in voga, le sue parole diventano singolari per ironia, per disprezzo; mi esorta a ritenermi fortunata per la mia mancanza di studi; demolisce, seccamente, la base delle vane ed orgogliose ricerche che l’umanità ha in corso; e, ad un tratto, alzatosi in piedi, sembra che una visione immensa si stenda dinanzi alla sua anima, per lui soltanto. E subito egli non parla già più di errori e di follìe, e neppure di sacrifizî; accarezza di nuovo il bimbo, accenna alla propria infanzia selvaggia, mi stende la mano con moto rapido, come segnando un patto. Se ne va, col suo segreto....

Mio marito tace, esce anch’egli dopo un momento; il piccino mi vede assorta, continua a guardar le immagini di un grosso libro. Penso a mio padre, ai brividi che certi suoi accenti mi davano negli anni lontani in cui assorbivo da lui la vita dello spirito. Fino a quel giorno nessuno più m’era apparso dinanzi come un’individualità libera, come un interprete della verità, come un maestro. Credevo che l’èra dei veggenti fosse chiusa: non era dunque vero?

Una vertigine mi afferra, per un attimo. Indi la calma torna. Non sono pronta ad affrontare qualunque rivelazione? E prima di riprendere il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo.

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