XX.

Per la prima volta sentivo intera la mia indipendenza morale, mentre a Roma avevo sempre conservato, in fondo, qualche scrupolo nell’affermarmi libera, sciolta d’ogni obbligo verso colui al quale la legge mi legava: temevo, allora, che qualche altro sentimento vi contribuisse. Ora mi sentivo completamente calma. La mattina del mio arrivo osservai che mio marito aveva avuto certe piccole attenzioni nell’allestimento del nostro provvisorio alloggio. Sulla scrivania erano riviste e libri nuovi; un sorriso quasi timido pareva esprimere il desiderio di riconquistarmi. Era in lui un miscuglio di sentimenti oscuri: una sorta di dispetto per avermi lasciato trapelare la sua debolezza verso la mia amica, dandomi così motivo di riaffermare la libertà del cuore, e insieme il desiderio sollecito di dimenticare tutto nel mio tranquillo possesso. Impacciato, inabile, non aveva la forza di attendere l’opera del tempo. E subito sentii il peso dei suoi buoni propositi quanto quello della primitiva tirannia.

Ma i doveri del suo impiego mi salvavano in parte, preoccupandolo e affaticandolo. Decisi di mostrarmi del tutto estranea al suo campo di lavoro. Il primo sguardo da vicino m’aveva confermato ciò che avevo supposto da lontano: mio marito era più rozzo nella prepotenza che mio padre, suscitava intorno a sè un’antipatia tanto più malevola in quanto, per la sua origine, egli non incuteva agli operai l’istintivo timore che nutrivano verso il signore forestiero. Il ridicolo è il maggior dissolvente d’ogni spirito di obbedienza, e io lo vedevo luccicare negli occhi di quei ragazzi dal viso risoluto quando li incontravo nei pressi della loro Lega di resistenza.

Una cosa mi feriva sordamente; ch’io venissi coinvolta nelle ostilità. E non potevo pensare a rimediarvi. Lavorare, lì.... creare qualche scuola, qualche insegnamento per le madri che lasciavano morire due terzi dei loro bambini, diffondere libri.... Ahimè! Non avrei avuto l’energia di imporre la cosa a mio marito, e nessuno, nessuno poteva e voleva aiutarmi.

Il matrimonio di mia sorella segnò la prima crisi di dolore nella nuova fase della mia esistenza. Negli ultimi mesi, non so perchè, avevo accarezzata l’idea d’una possibile rottura tra lei e il fidanzato. Diffidenza contro l’amore, gelosia dell’altrui felicità? Temevo che in lei, come già in me, fosse un’illusione, un’autosuggestione? Poi, nelle settimane precedenti lo sposalizio, avevo visto la fanciulla felice, avida di accogliere il destino foggiatosi colle proprie piani. La trovavo intenta ad ultimare il suo corredo, aiutata dalla sorella minore che appariva altrettanto lieta. E pensavo a nostra madre: così era stata forse anche lei? Anch’ella s’era così abbandonata fiduciosamente alla lusinga dell’amore perenne?

Andò in municipio una sera, tardi, accompagnata solo dal fratello, poi che lo sposo aveva evitato la compagnia di mio marito e per conseguenza la mia. Il babbo, ch’era stato saldo nel non voler dare il suo consenso e aveva negato anche il più piccolo assegno dotale, vedendo partire quella che aveva per tanti anni surrogata la madre nella casa, la bella bimba tenace e poco espansiva che serbava alcuni tratti del suo carattere, si lasciò sfuggire una lacrima. Io, a letto, al buio, piangevo pure, nell’istessa ora, su quell’atto irrevocabile che si compieva, sulla catena di errori che si svolgeva fatale senza che gli esempî atroci servissero.... Credevo di piangere su questo: ma nel profondo dell’anima doveva essere invece il lamento desolato della mia solitudine, del mio destino che mi teneva lontana da quella piccola sorella nell’ora della massima sua gioia, che mi dichiarava impotente a partecipare a tal festa, che mi radiava dal novero delle creature fidenti, volenti, amanti....

Qualcosa in me veramente si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozione sorda, senza cagione fissa mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni; un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote.... Quando mi scotevo, non riuscivo subito a riguardar intera la realtà. Mi stringevo al petto con frenesia il bambino, il quale non mostrava sorpresa, e mi si abbandonava con tutto lo slancio del suo cuore desioso di vedermi sorridere. Allentando l’abbraccio, scorgevo nei dolci occhioni fissi su me l’interrogazione ansiosa.... Perchè comunicavo così alla piccola creatura il mio male, chiedendole ciò che essa non poteva darmi? Perchè domandavo follemente a lui tutto l’amore che mancava alla mia vita? Mia madre, le sorelle, altre ombre d’uomini e di donne m’eran passate accanto ed erano andate oltre, senza conoscermi, senza destare in me ciò che di profondo e di più vero contenevo. Nessuno mi aveva dato nulla per accrescere la mia sostanza: nessuno aveva pianto per me, su di me; e, dal mio canto, io non avevo fatto nulla per nessuno, non avevo portato un sorriso, non avevo aiutata una vittoria, non avevo asciugata una lagrima.

....E talora mi sembrava che tutti i tesori non effusi dalla mia anima premessero su di essa, la soffocassero.... Ah, come sentiva di possederle ancora, tutte queste forze intatte, e come tremavo che il grido insorgente della mia natura esasperata salisse, e riempisse di sè il silenzio ignaro dei giorni e delle notti! Poichè la rivolta non era possibile, perchè lamentarmi? Perchè nella dolce primavera, accanto all’umano flore della mia vita, all’unico bene mio, fra il verde canoro del grande giardino, io cedevo ad inviti nostalgici, rievocavo i visi perduti, ne disegnavo altri mai visti, dando loro voci frementi e fraterne che mi facevano sobbalzare il cuore? Perchè, alla sera, attendendo d’esser raggiunta da mio marito nel letto che tante miserie ricordava, e allontanandone col pensiero il giungere, sentivo nel mio sangue penetrare la persuasione d’un diritto mai soddisfatto, e con essa un impeto formidabile di conquista, lo spasimo di raggiungere, di conoscere quella gioia dei sensi che fa nobile e bella la materia umana; quella fusione di due corpi in un sospiro di felicità dal quale il nuovo essere prenda l’impulso alla vita trionfante?

Come mi pareva lontana ed incomprensibile, in tali momenti, la donna tranquilla, senza brame, ch’io ero stata sino a pochi mesi innanzi! Altrettanto sciolta da me di quel che era l’altra, la quale in tempi remoti aveva lasciato che uomini informi tentassero significarle l’essenza dell’umanità. Lucidamente, inesorabilmente, per la prima volta, nel gran deserto spirituale che mi si era fatto intorno, il senso della vita mi si svelava: Armonia.... non altro; un appagamento di tutte le energie associate, sensi e ragione, cuore e spirito....

Invece.... Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio, qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere.... Sprofondavo nel guanciale il viso.... Oh la rivolta e l’esasperazione di tutto il mio essere! Una nausea, un odio per colui e per me stessa, e in fine, un lampo sinistro: «La pazzia!»

L’uomo si addormentava a lato. Ascoltando il suo respiro pesante, io restavo insonne, per ore. La mente, intanto, continuava il lavoro intricato e straziante; e al sommo del cervello qualcosa si dilatava, pareva scoppiasse.

Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir avvilita l’intima mia sostanza. E vedere i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine.

Passavano, infatti, le settimane, i mesi. Mio padre era partito definitivamente dal paese per Milano, seguìto dai due figli minori. Gli sposi s’erano andati a stabilire nel Veneto. Nessuno della mia famiglia restava in paese. A Pasqua ci eravamo insediati nell’abitazione lasciata dal babbo, gaia e comoda, circondata dal grandissimo giardino. Povero papà! Un poco della sua anima era rimasto qui; fra quell’arruffio verde, in quel trionfo un po’ selvaggio di vegetazioni disparate, egli aveva impiegato ciò che non poteva dare altrove: il suo bisogno di bellezza, la sua ricerca di originalità, di semplicità, di verità. Quante confuse meditazioni solitarie e orgogliose dinanzi a quel muto popolo fiorente! E il tempo era scorso anche per lui, aveva irrugginito il baldo organismo di pensiero e d’energia, col quale aveva trasformato tutta una popolazione, scotendola da una inerzia secolare e avviandola su un nuovo cammino. Solo, senza una voce fraterna che rispondesse alle sue idee o le contrastasse, invano egli aveva chiesto al culto della natura i benefici che non sapeva desumere dall’amore de’ suoi simili!

Ora mio figlio regnava felice in luogo del nonno. Colla tunica di tela greggia che gli arrivava ai ginocchi, rosso in viso, gli occhi turchini splendenti sotto le ciocche di capelli a riflessi dorati, sembrava un Sigfrido in miniatura, quando irrompeva col sole nello stanzone ove io leggevo o fantasticavo per la maggior parte della giornata. Egli era il mio solo compagno. Null’altro mi compensava del contatto frequente e penoso con la famiglia di mio marito: la suocera, molto invecchiata, si faceva appena perdonare le irritanti esclamazioni di meraviglia che ogni volta le suscitava la vista della casa, del giardino, del frutteto: «Il paradiso! State qui come una regina! Ah figlio mio, alfine la giustizia è fatta!» In quanto a mia cognata, ancora più aspra e maligna dopo la morte del dottore, doveva intuire che soffrivo, e naturalmente goderne; ma mostrava di credermi felice, anche lei.

Mio marito non celava la sua compiacenza nel trovarsi oggetto di ammirazione, di venerazione anzi, pei suoi. Tutto in lui, con costante, incredibile progressione, mi dava fastidio, ora; a tavola, in giardino, per istrada, mi pareva di notargli per la prima volta questo o quell’atto insopportabile.

La monotonia dei giorni era interrotta talvolta dal passaggio di qualche importante cliente o corrispondente della fabbrica. Bisognava invitarli alla nostra tavola, e se ne andavano meravigliati della distinzione del nostro ambiente famigliare. Mio marito tentava allora di mostrarmi che m’era grato: l’arrestavo al primo accenno. Ferito, egli si rinchiudeva in sè, e non n’usciva che per ferire a sua volta, con motti, sarcasmi, derisioni su tutto quel che mi stava a cuore. Il bambino ascoltava con un’ombra di stupore negli occhi profondi; certe volte con una pressione delle manine m’offriva tacitamente aiuto. Notavo con gioia e dolore insieme ch’egli non dimostrava alcuna confidenza per quel padre sempre accigliato, sempre di diversa opinione della mamma.

Certe sere, tutti se n’andavano lasciandomi sola: portavo il bimbo a letto e poi mi affondavo in un seggiolone di paglia nel giardino. La cupa vôlta cosparsa di mondi silenziosi attraeva il mio sguardo magneticamente; ma il mistero dell’universo non mi tentava, in quell’ore: un’angoscia umana, precisa, incalzante, mi possedeva intera; l’amarezza senza nome della mia solitudine, il vago timore di una morte possibile, prossima, lì, tra quella gente ostile e straniera, senza aver lasciato traccia della mia anima.... Tanto spazio di cielo, ed io incatenata, curva sotto un giogo spietato, non capace più che di un lento pianto....

Mi scotevo, rientravo nella stanza del bimbo addormentato. Così placido, così fidente, nella notte piena per sua madre di brividi!... Fosse egli almeno salvo, l’unico mio tesoro! Avessi potuto almeno pensare ch’egli avrebbe sempre sorriso così alla vita come nel suo sonno di bimbo!

Pareva, nel sonno, chiedermi perdono. Mi portavo alle labbra la piccola mano. Oh, nulla avevo da perdonare alla creatura che un giorno mi avrebbe detto forse: «Povera mamma, ti sei sacrificata per me!» Piuttosto, un vago rimorso mi tormentava la coscienza, di continuo. Come cresceva egli, tra me e suo padre? Nella casa era il solo che sorridesse spontaneamente: ma così di rado! Venerava i libri che mi vedeva tra le mani, aveva il senso di una vita ideale ch’io sola intorno personificavo. Ma forse era già cosciente delle frodi che il destino gli faceva. Troppo spesso, nelle ore più tetre, io lo malmenavo, in uno sfogo selvaggio della natura tormentata, esigendo da lui più del dovere, costringendolo sul quaderno, vietandogli un passatempo legittimo; troppo spesso lo trascuravo, lasciandolo giocare da solo in giardino, o correre alla fabbrica, o annoiarsi su un tappeto acquerellando vecchie incisioni di giornali, senza ascoltare i suoi richiami. Mancava a me la volontà continua della vera educatrice, la serenità di spirito per guidare la piccola esistenza; non potevo assorbirmi intera nella considerazione dei suoi bisogni, prevenirli, soddisfarli. In certi istanti per questa consapevolezza mi odiavo. Che miserabile ero dunque, se non riuscivo, una volta accettato il sacrificio della mia individualità, a dimenticare me stessa, a riportare integre le mie energie su quella individualità che mi si formava a lato?

....Così era stata mia madre coi suoi bambini.... Un giorno trassi da una cassetta alcune vecchie carte di lei, consegnatemi dalla mia sorellina prima della sua partenza dal paese, mesi avanti. Non avevo mai avuto il coraggio di scorrerle. Eran lettere di parenti, note di spese, appunti disparati, abbozzi di ciò ch’ella scriveva ai genitori, alla sorella, al marito; qualche poesia sua, anche, degli anni giovanili, sentimentale, romantica, e tuttavia vibrante d’una tragica sincerità. Lo spirito materno mi si mostrava in quei fogli sparsi, quale l’avevo ricostituito penosamente colla sola intuizione nei giorni della sua rovina.

E una lettera mi fermò il respiro. Datava da Milano: era scritta a matita, in modo quasi illeggibile, di notte. La mamma annunziava a suo padre il suo arrivo pel dì dopo; diceva di aver già pronto il baule colle poche cose sue, di essere già stata nella camera dei figlioli a baciarli per l’ultima volta....

«Debbo partire.... qui impazzisco.... egli non mi ama più.... Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini.... debbo andarmene, andarmene.... Poveri figli miei, forse è meglio per loro!...»

La lettera non era finita: certo non era stata rifatta nè spedita. La sventurata non aveva avuto il coraggio di compiere il proposito impostosi in un’ora di lucida disperazione. Aveva forse pensato che suo padre non avrebbe voluto o potuto accoglierla; che la miseria l’attendeva; che il suo cuore si sarebbe spezzato lungi dalle sue creature e da colui che aveva avuta tutta la sua gioventù. Ella l’aveva amato! L’amava ancora? Per noi sopratutto era rimasta: per dovere, per il timore di sentirsi dire un giorno: «Ci hai abbandonati!...»

Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata un momento in una simile situazione. La mia intelligenza precoce non aveva potuto, a Milano, penetrar nulla. Avessi avuto qualche anno di più, mentre ella era in possesso di tutta la sua ragione, e ancora in lei la vita reclamava i suoi diritti contro la fatale seduzione del sacrificio! Avessi potuto sorprenderla in quella notte, sentire dalla sua bocca la domanda: «Che devo fare, figlia mia?» e risponderle anche a nome dei fratelli: «Va, mamma, va!»

Sì, questo le avrei risposto; le avrei detto: «Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!»

Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi inconsci che l’avevamo lasciata impazzire. S’ella fosse andata via, se nostro padre non ci avesse permesso di raggiungerla, ebbene, noi l’avremmo nondimeno saputa viva, e dopo dieci, vent’anni, ancora avremmo potuto ricevere da lei i benefizi del suo spirito liberato e temprato....

Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sè la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?

Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi....

Quella notte non dormii. Il confuso problema di coscienza intravisto la prima volta a Roma, mi si imponeva ora con una lucidità implacabile. E per giorni, per settimane maturai nello spirito ciò che in quella notte avevo veduto.

Avevo formulata la mia legge. Essa avrebbe agito, mi avrebbe compenetrata, sarebbe diventata istinto, atto, e un giorno senza sforzo l’avrei seguita, come la rondine che segue le correnti della primavera.

Esteriormente ero più calma, in certi momenti l’idea si impossessava tanto di me, che io non la riguardavo più se non in astratto, senza applicarla al mio caso, tanto era limpida e naturale nella sua verità, tanto era lontana dalla pratica mia e di tutti.

Nessuno se n’avvedeva. La domestica soltanto, la buona vecchia ormai da tanto tempo abituata ad osservarmi in silenzio, sorprendeva talora un’espressione troppo intensa, paurosa per lei, sul mio volto, che per tutti restava quello d’una bimba savia. E avventurava qualche consiglio, qualche scongiuro: lavorassi, come a’ bei tempi, sperassi, avessi fede....

La parola pietosa m’inteneriva. Che strana intuizione era in quella semplice anima devota? Forse era l’influsso della mia costante presenza: con la mia taciturnità, la mia inquietudine, con le risonanze che avevano le parole d’indole famigliare, che dovevo rivolgerle, io l’affascinavo, la suggestionavo, la portavo nella cerchia oscura delle mie sensazioni.

Ah poter liberamente influire su tutte le creature avide di riscatto, poter dare un sorriso, una speranza, un’energia a chi ignora e geme e muore!

La mia forza d’emozione diventava pura, alata, e s’alzava con le albe e coi tramonti, coi pensieri nobili e coi versi dei poeti. Erano tuffi nel sole, scalate a vette sublimi di ghiaccio, raccolte di fiori ideali; attimi di gioia perfetta, come la sensazione improvvisa d’una fresca carezza di vento primaverile che ci uguaglia alle frondi novelle, ci fa come esse fremere del semplice piacere della vita. Mi si formava la convinzione che il genio è eterno solo in quanto il suo linguaggio è immancabilmente una testimonianza della umiltà e della dignità umana. Volgono le epoche, tramontano i sogni e le certezze, si trasformano le nostre brame; ma immutato resta il potere d’amore e di dolore nella creatura terrena, immutata la facoltà di esaltarsi sino ad intendere voci fraterne nello spazio in apparenza deserto.

Sopraggiunto l’autunno, fra mio marito e gli operai, come un anno avanti fra costoro e mio padre, la scissura si accentuò. Mentre gli affari della fabbrica continuavano a rendere guadagni considerevoli sui quali il direttore percepiva un buon interesse, i salari si mantenevano mediocri e i regolamenti durissimi: la mia equità si rivoltava; una cupa onta m’invadeva sempre più di esser lì, inerte e inerme. Certe lavoranti che passavano dinanzi al cancello del giardino, a gruppi, uscendo dalla fabbrica, con un riso sfacciato e sprezzante, mi sembravano più di me degne di rispetto. E non osando quasi più uscire di casa, il grande giardino nella pompa autunnale mi vedeva vagare per ore come un’ombra. Mia madre!... Non le andavo incontro, non vivevo già un po’ come lei?...

Un malessere, una spossatezza generale mi assalirono: un dubbio mi traversò un istante la mente: ch’io stessi di nuovo per divenir madre?

Il terrore onde fui investita mi diede una volta ancora la misura della mia miseria.

Oh, fuggire, fuggire!

Rinnovai a mio marito una domanda già respinta: mi lasciasse andare presso mio fratello, a Milano, per qualche settimana.

Quando ottenni il consenso, la paura di una nuova maternità era svanita. Mio marito aveva pure intuito il mio dubbio, e in pochi giorni la tensione tra noi si era fatta insostenibile. Ci lasciammo senza una parola: egli aveva un’aria di sfida minacciosa.

Di nuovo la città mi accolse. Era la città della mia fanciullezza, questa volta. Pur rinunciando a cercare per le strade e per i giardini la bimba di quindici anni innanzi, io mi sentivo circondare nelle mie ricognizioni da un’atmosfera famigliare: i viali immersi nella nebbia, le piazze dai contorni imprecisi, le file dei fanali, la sera, lungo il Naviglio deserto, mi mostravano la stessa fisionomia d’un tempo. Lì avevo ricevuto da mio padre la prima impronta intellettuale, lì avevo appreso il rispetto, quasi il culto per l’energia umana. Fin da bimba avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente tra le mura cittadine più libero e possente che sotto l’infinito cielo stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui: ciò spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono.

Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e sembravano indifferenti gli uni agli altri. Ma un sordo agitarsi di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità, di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione. Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma: già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.

Andavo con mia sorella a visitare i luoghi ove s’iniziavano tentativi di riforma, ove s’abbozzavano gli schemi della convivenza umana avvenire, e osservavo trepidamente svilupparsi in lei il desiderio di partecipare, fosse anche in minima parte, all’azione, di non passare ignara e sterile accanto alla vita. Dacchè era arrivata a Milano, aveva condotto un’esistenza malinconica, troppo sola sempre e senza occupazioni. Il babbo viaggiava quasi sempre, malato d’instabilità, irrequieto e scontento. Nostro fratello s’era impiegato in una fabbrica, e sperava poter arrivare presto a provveder da solo a sè e alla fanciulla: frequentava l’Università Popolare, leggeva molto, aveva alcuni compagni interessanti; ma capiva di trascurar un poco la sorellina. «Avrebbe bisogno d’una amica: che cosa posso fare io per lei?» Ella ascoltava, con i suoi grandi occhi dilatati: dolce fiore di giovinezza che oscillava in esaltamenti e depressioni per la mancanza appunto d’uno stimolo continuo, vigoroso e tenero insieme. Temeva d’esser la vittima estrema dell’errore che aveva unito i nostri genitori, di portare il loro irrimediabile dissidio nel proprio carattere. Ripeteva: «Se ti avessi vicina un po’ sovente!» E sembrava scrutarmi nell’anima, interrogare l’avvenire.

Con gioia e timore insieme rilevavo in lei quest’ansia dello spirito, principio veramente di una più alta esistenza di cui avevo in parte la responsabilità. Avrebbe la vittoria coronato lo sforzo suo e del fratello? Entrambi mi rappresentavano l’uomo e la donna d’oggi alla soglia della vita, la loro tristezza e la loro speranza. Mentre l’una deve ancora spezzare vincoli esteriori ed interiori per conquistare la propria personalità, l’altro ha bisogno d’esser visto, d’esser guardato negli occhi da lei come da un’anima che sa e vuole. Avrebbe trovato ciascuno l’essere che poteva accompagnarlo nella vita partecipando a tutte le gioie e a tutti i dolori? In certi momenti mi dicevo che mi sarei ritenuta fortunata nella mia sventura se avessi potuto imbattermi, prima di morire, in qualche umana coppia perfetta. Ripensavo ai due giovani fidanzati intravisti il giorno della morte della mia amica, a Roma. Sì, qualcuna già poteva, doveva esistere, e rapidamente suscitarne altri esemplari intorno. Nella mia fantasia frattanto erano un tormentoso sconforto alla squallida condizione in cui giacevo. E mi cantavano nella mente le parole che i poeti non dicevano ancora.

Intermezzo di vita. Mi sentivo alacre, volonterosa, forte. Tutto quanto avevo accumulato nella mia anima durante i mesi di solitudine laggiù, balzava adesso in limpide formule. Quasi una purissima gioia di creazione m’invadeva quando consideravo dentro di me l’ideale di creature che non portassero più nelle vene come me, come i miei fratelli e mio figlio, un sangue di perenne contesa; in cui un’unica volontà parlasse, nell’esempio e nel ricordo di genitori amanti e attivi, nella speranza d’una sempre maggiore serenità di vita.

Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenire mi si era andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima, quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate. Come le aveva perseguite il mio temperamento logico ed assoluto, a traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati.... E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.

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