XXI.
Mio marito mi ricevette alla stazione del paese con un certo impaccio: si occupò specialmente del figlio nel tragitto verso casa. A casa la domestica mi avvolse in uno sguardo trepidante che mi sorprese. Ma erano lì anche mia suocera e mia cognata; dovetti comporre il volto alla calma cortesia che usavo con loro, assistere alle feste ch’esse prodigavano al bimbo un po’ restìo, un po’ annoiato. Osservavo mio marito e mi stupivo di trovarlo inverosimilmente invecchiato, con la traccia d’un guasto interno su la maschera pallida e contratta. Possibile che poche settimane soltanto fossero scorse dacchè ci eravamo separati? Anni mi parevano: più ancora: mi pareva di non avergli mai appartenuto, tanto lo sentivo lontano da me, estraneo.
Quando restammo soli, egli mi disse di una indisposizione avuta durante la mia assenza. Parlava abbondantemente e confusamente. Si trattava di cosa leggera, un ritorno, diceva, d’un’infezione avuta molti anni addietro, da soldato.... Qualcosa mi balenò alla mente, come la confusa reminiscenza di parole udite, quando? in città? dalla dottoressa?—Roba da nulla, egli ripeteva, senza conseguenze. Aveva dovuto serbare l’immobilità per alcuni giorni: ora era guarito, ma il medico avrebbe voluto che continuasse a riposare, ciò che non era possibile.
La narrazione era intercalata da brevi soffocate bestemmie, espressione famigliare dei suoi rammarichi. Ascoltavo in silenzio, incapace di rendermi conto esatto della realtà. Egli si alzò, mi prese tra le braccia, con una esitanza quasi rispettosa che non gli conoscevo; cercava le mie labbra; istintivamente piegai il capo: egli mi posò la bocca a sommo della fronte mormorando: «Sei buona tu.... tanto buona.... non ti merito....»
Coricati, il suo desiderio alitava caldo intorno alle mie membra.... Una frase remota, il ricordo d’un sorriso amaro sul volto della dottoressa, un giorno, a Roma, mi lampeggiarono di nuovo alla mente. E un impeto indomabile, selvaggio, di difesa, m’invase. Egli desistè dopo un istante, ed io restai fremente a lungo come uscita, da un bagno di fiamme.
Il dì dopo venne il medico d’un paese vicino; parlò di riposo, di cure, e se ne andò avvolgendomi in uno sguardo ambiguo.
Anche la domestica aveva uno strano modo di guardarmi, o piuttosto, di distogliere gli occhi dai miei. Infine si lasciò sfuggire che il padrone era stato in città alcuni giorni dopo la mia partenza, e che al ritorno si era ammalato. Benchè non l’interrogassi, aggiunse: «Non mi fate dir altro....»
Non ce n’era bisogno. La fantasia mi tracciava ora una scena dai contorni sfuggenti: l’uomo che in un giorno d’irritazione andava a picchiare a una porta infame.... Vedevo l’onta di colui presso i famigliari, la sua risoluzione di nascondermi tutto, i sotterfugi.... Che cosa poteva in tutto questo sorprendermi? Nulla: come se un ritratto, alla cui esecuzione avessi assistito giorno per giorno mi si mostrasse finalmente completo, perfetto.
E non gli dissi una parola: le mie labbra non avrebbero potuto disserrarsi, anche se l’avessi voluto. Feci preparare in una camera accanto a quella del bimbo il letto per me, e la sera, prima ch’egli uscisse dal suo solito giro in fabbrica, lo avvertii. Egli impallidì un poco: ma forse era preparato, e mostrò non dar importanza al fatto: «Questione di giorni!»—brontolò.
Un ribrezzo profondo mi dominava ogni volta che lo vedevo rientrare in casa. Egli manteneva un’aria di vittima infastidita e pareva non supporre in me nulla di nuovo. Si compiaceva nell’ascoltare ed esperimentare i consigli empirici di sua sorella. E allorchè non si lagnava delle malattie che colpiscono chi men se l’aspetta, dava sfogo all’acredine contro i socialisti che tendevano in quel tempo a suscitargli uno sciopero. A volte, sorprendendomi seduta accanto al bimbo, con il capo appoggiato alla testolina di lui, intenta a leggergli una storia o a commentargli un’incisione, aveva una contrazione maligna delle labbra e non reprimeva qualche motteggio. Volevo fare uno scienziato anche di quel poverino?
Studiava il piccino, adesso, e l’intimità dei nostri cuori pareva aumentare in quel destarsi della sua intelligenza, in quelle prime emozioni del pensiero. Mentre egli al tavolino faceva i suoi esercizi, io scrivevo o leggevo, interrompendomi per rispondere alle sue domande. Passavano minuti di dolcezza e di pace. Poi, quand’egli mi lasciava per andare e giocare, un gelo m’invadeva.
Sfogliavo in quei giorni con una strana voluttà il «giornale intimo» di Amiel. Fantasmi popolavano il mio studio, mi apparivano dinanzi fra le piante del giardino o in mezzo alle vie maestre o in riva al mare: mia madre giovane accanto alla culla delle mie sorelle, in atto d’accettare la sua sorte atroce; questo filosofo ammalato, curvo sulla sua scrivania ad esprimere il suo dolce pessimismo intessuto di lagrime e di ruggiti repressi; un famoso scrittore nostro, infine, una delle mie ammirazioni d’adolescente, a cui poco innanzi il figlio ventenne era morto, vittima forse del dissidio tra i genitori. Simboli sanguinosi della vanità del sacrificio, esempî terribili del castigo incombente su ogni coscienza che si suicida.
Non ero io una di queste coscienze? Non mi era bastato il ragionamento e l’intima persuasione. Avevo continuato ad appartenere ad un uomo che disprezzavo e che non mi amava: in faccia al mondo portavo la maschera di moglie soddisfatta, in certo modo legittimando una ignobile schiavitù, santificando una mostruosa menzogna. Per mio figlio, per non correre il rischio d’esser privata di mio figlio.
Ed ora, ultima viltà che ha vinto tante donne, pensavo alla morte come ad una liberazione: mi riducevo anche a lasciare, per morire, mio figlio: non avevo il coraggio di perderlo per vivere.
E a tratti come un vento di follia m’investiva. La sera, dopo aver sopportato la conversazione dei parenti, se restavo sola di fronte all’uomo che mi avviliva coi suoi sguardi e i suoi tentativi di riconciliazione, mi lasciavo trarre a lanciar parole taglienti contro i lagni ch’egli esalava sulla crisi dell’industria e l’atteggiamento degli operai. La mia voce si faceva acuta, quasi smarrivo il significato delle mie parole. Allora, una vocina m’interrompeva d’improvviso: «Mamma!», e dopo un momento: «Vieni, mamma!» Mi riscotevo, mi recavo al buio nella stanzetta ov’era coricato il bimbo. Egli vedeva la mia ombra nel vano della porta: mi chiamava di nuovo più sommesso: «Mamma!» E come mi sentiva presso il letticciuolo, traeva fuori le braccia, m’afferrava il collo, mi attirava il capo accanto al suo. In silenzio, mi passava una mano sugli occhi, sulle guance; sentivo il tremore delle dita tepide e morbide.... Che voleva la cara anima? Accertarsi ch’io non piangevo, che il papà non mi faceva piangere.... Mi gettavo traverso il letticciuolo e i singhiozzi montavano, infrenabili; li soffocavo nelle coltri, sentendo di nuovo la parola tremante: «Mamma!», e il mio viso era bagnato di lagrime mie, sue.... Imploravo in cuore: Perdono, perdono, figlio! E a lungo restavo lì, china, senza parole, attendendo per il piccolo essere il sonno pietoso, per me l’atonìa che segue la crisi.
Un giorno arrivò un telegramma che m’annunziava le condizioni disperate di un mio zio di Torino, fratello maggiore di mio padre, che mi aveva sempre dimostrato il suo affetto attraverso i tempi e le vicende, e più volte mi aveva beneficata con doni e prestiti di danaro, nei tempi difficili di Roma specialmente. Egli era l’opposto di mio padre, con tutte le caratteristiche del borghese lavoratore, limitato nelle idee, ligio alle usanze, soddisfatto di sè, ma profondamente buono. A lui riportavo tanti miei ricordi d’infanzia, e, nonostante l’immenso divario di principii e di sentimenti, m’ero sempre commossa ad ogni incontro col caro vecchio pingue, roseo e burbero, a cui una ventina di nipoti, figli de’ vari fratelli e sorelle, facevano corona.
Sarei stata in tempo a rivederlo un’ultima volta? M’avrebbe riconosciuta?
Mio marito mi fece partire la sera stessa, dopo simulati tentennamenti, dandomi, riguardo al mio contegno verso il ricco zio e i parenti, delle raccomandazioni che mi gelarono ogni spontaneità. Così sempre la vita, dunque?
Al mattino, dopo l’eterno viaggio notturno, trovai ad attendermi sotto la tettoia fumosa mio padre e una sua sorella. Mi chiedevano del mio stato, mio padre si lagnava delle ferrovie, la zia rimproverava a lui di non avermi ancora baciata.... Tanti anni che non sentivo le braccia paterne attorno al mio collo!
Lo zio era morto nella notte.
Era sparita una creatura del mio passato, forse la sola che avesse pensato a me come ad una pianta dell’antico ceppo. Avvertivo un vuoto, e insieme come un senso di liberazione.... Così le nuove generazioni quando si staccano dalle vecchie soffrono e sognano.
Restai a Torino tre giorni. Attorno al cadavere alitavano le brame dei nipoti, eredi diretti, e quelle d’altri parenti innumerevoli. Mi sentivo sollevata quando il babbo mi traeva lungi dal lugubre spettacolo, a camminare con lui per le care tranquille vie della città nativa. Egli mi parlava un po’ stancamente, e pareva che entrambi assistessimo ad un ritorno di tenerezza, con mite stupore, rassegnati a vederla ben presto dileguare. Eravamo ormai ben autonomi, il babbo ed io, ognuno nella propria strada errata! Non potevamo scambiarci lamenti o consigli, nè supporre possibile un futuro aiuto vicendevole in un giorno di riscatto o di disastro; ci limitavamo ad ascoltare ciò che restava in noi dei comuni entusiasmi d’un tempo, ad osservare ciò che ancora avevamo d’identico negli istinti e nelle tendenze.
Fu lui a comunicarmi il contenuto del testamento: a me erano assegnate venticinquemila lire, a’ miei fratelli solamente cinque. Perchè? Ne provai un’amarezza fortissima, l’impulso subitaneo a dividere la mia parte con i meno favoriti. E una torbida sensazione di vergogna si mescolava a questo dispiacere: quasi venissi un poco diminuita ai miei occhi dalla possessione di quel danaro non guadagnato col mio lavoro, da quel privilegio, sia pur minimo, che ricevevo non solo sui miei consanguinei ma su tanti altri fratelli, proprietari unicamente d’un paio di braccia e di una volontà attiva.
Nondimeno, sormontata l’acuta e complessa contrarietà, non potei non pensare all’importanza pratica che il fatto assumeva per la mia vita. Io acquistavo l’indipendenza materiale: quella somma, poca cosa certo, sarebbe stata sufficiente però ad assicurare il sostentamento di mio figlio quand’io dovessi col lavoro provvedere a me stessa.
Una clausola del testamento disponeva che esso venisse eseguito solo sei mesi dopo.
Informai mio marito, annunziando il mio ritorno. Sentivo di poter essere ora più esigente di fronte a lui; avrei reclamato delle vacanze, dei viaggi; avrei potuto comperar libri per me e pel figlio, senza mendicare sempre il permesso....
Una bizzarra ipotesi s’affacciò tra quei vaghi progetti. Io avevo, in qualche parte della penisola, un amante; lo raggiungevo di tratto in tratto, mi dissetavo di passione, di ebbrezze, indi rientravo nella casa triste a riprender il giogo che il mio cuore di madre non riusciva a rigettare. Non ingannavo nessuno, perchè mio marito sapeva che lo disprezzavo. Soddisfacevo a un diritto del mio essere, accumulavo la forza di resistere, di sopportare....
Pazzia! Potevo ben lasciare la briglia alla fantasia, ma, se non vedevo chiaro quello che avrei fatto, sapevo troppo lucidamente quello che non avrei fatto mai; avevo la sensazione che l’avvenire già esistesse dentro di me: una soluzione, facile o difficile, più o meno lontana, ma certa, quasi fatale.
Ero arrivata al mattino. Il bimbo giocava con le marionette, ed io lo assistevo, seduta con lui sul tappeto. Mio marito leggeva i giornali, taciturno; non ci eravamo scambiato ancora una parola.
Venne mia cognata, ilare, leziosa; attendeva da me delle notizie che non m’affrettavo a darle, e ad un certo punto non resistette: «Dunque, dunque, siamo ricchi, eh?»
Tenevo la testa china sulla baracca dei burattini, non la sollevai. Il bimbo non aveva sentito, intento com’era allo spettacolo; ma la voce stridula continuava, coprendo le parole che suggerivo ai miei personaggi. «E il nostro caro figliuolo ora ha una fortuna di più! Ah, voglio vederlo padrone del paese, un giorno!»
I due cari occhi turchini mi fissarono, ora; dicevano: «Continua, mamma, non dar retta; io non ascolto che te; la mia vita me la fai tu sola....»
Avanti, sì. Ma alla notte, stavo per coricarmi affranta, quando l’uomo entrò nella mia camera. Dopo una lotta atroce, sola nel buio, invocai, una volta ancora, la morte.
E il mattino seguente lo dissi al bimbo, piano: «Forse morirò, sai? Ma tu non dovrai piangere, dovrai soltanto ricordarti....»
Morire!
Dentro il mio cervello mi pareva di sentire come un groppo, duro e pesante, che si rimoveva, si sviluppava.... E un pensiero vi si illuminò sinistramente. Anche lui, mio marito, avrebbe potuto non esistere più.... Gli esseri che si agitano intorno a noi muoiono. È come un alito: spariscono. E tutti gli altri uomini camminano, vi guardano in faccia, parlano e non lo nominano più.... È come se non fosse mai esistito....
Così poteva pure avvenire di me.... Ma, e mio figlio?
Invece, ora, dopo.... io e mio figlio, soli.... Ecco; giravo per la casa, mia: nessuno! Uscivo in giardino, nella via.... Ecco il mare, i paesi lontani. E in questo mondo immenso, liberi, liberi, io e mio figlio....
Era un sogno ad occhi aperti. Quando sentii la voce del bimbo che chiamava la domestica, trasalii. Mi stupii sopratutto di non provare orrore al pensiero di essermi raffigurata tutto ciò. Sentii aprire la porta del giardino; mio marito entrò; era il meriggio. Si avvicinò, mi parve che mi guardasse e tòrsi il viso. Mi occupai del bimbo per tutto il tempo del pasto, poi, soli un momento, mi rivolsi a lui: sentivo la mia faccia irrigidirsi:
«Dovrò chiudere la porta della mia stanza!»
Quegli diede un pugno sulla tavola. Poi fece alcune volte il giro per la sala, e si sedette fremendo.
«Fa quello che vuoi!»
Si rialzò di scatto ed uscì nel giardino. Ma subito rientrò vomitando un cumulo di parole infami. China, stringendomi il bimbo accanto, continuavo macchinalmente a segnare col dito le linee del libro che leggeva. Interruppi le bestemmie guardandolo fermamente in faccia: gli dissi che c’era un solo rimedio, quello che avevo indicato un anno prima: separarci.
Quegli s’era fatto più livido. Me ne andassi, me ne andassi, avrebbe ben trovato un’altra femmina al mio posto!
Calma, proseguii: «Sia pure. Ma non in presenza di mio figlio. Lo porterò con me, aspetterò in casa di mio padre che la legge regoli il nuovo stato di cose».
Egli era accanto alla vetrata del giardino: alzò un braccio, poi lo lasciò ricadere. Il suo volto era gonfio e livido.
«Il figlio?—proruppe.—Pròvati!»
La voce s’era elevata, doveva passar le portiere, giungere in istrada. Il corpicciuolo infantile accanto a me era scosso da un tremito, si avvinghiava al mio tra i singhiozzi repressi.
«E tu, àlzati! Vieni con me in fabbrica, su!»
Subito, la vocina tremula oppose:
«Ho da fare il còmpito....»
I puri occhi turchini s’incontrarono con quelli del padre, torbidi, spaventosi: un momento di silenzio passò. Immobile, non percepivo più che la pressione di una piccola mano un po’ umida.
Sentii sbattere l’uscio, dei passi sulla ghiaia allontanarsi.
Soli in casa, nel pomeriggio fosco.... Il bambino m’asciugava le lagrime lente, col suo gesto accorato; e mi chiedeva: «Che cosa voleva, che cosa aveva papà? Perchè grida così, perchè ti fa sempre piangere, mamma?»
«Devo andarmene, figliolo mio; vedi, devo partire....»
Che cosa balbettavo? Egli mi pose le mani sulle spalle, con tutta la violenza del suo piccolo essere in tumulto.
«Mamma, mamma, e io vengo con te, vero? dimmi, dimmi!... Non voglio restar qui col papà, non voglio lasciarti.... non voglio, mamma! Mi porti via, di’, via?...»
E mi cadde sul petto, rompendo in un pianto che mi penetrò nella carne, un pianto di uomo e di neonato insieme, che pareva riassumere tutto il dolore del mondo.... Figliuolo, figliuolo! Ti strinsi, piansi con te, così disperatamente, sentendomi fondere teco, come se ti raccogliessi nel mio grembo e ti lanciassi una seconda volta nella vita in uno spasimo infinito di sofferenza e di gioia, comprendendo la sovranità formidabile del legame nostro, eterno....
Scrissi a mio padre per prevenirlo. Poi riaprii il libro che già avevo consultato a Roma, l’anno avanti, tristamente. Chiaro e semplice il codice nei suoi versetti.... Io lo conoscevo. Ma solo quando pensai a me stessa, sentii ch’ero io l’incatenata, che proprio su di me la legge era come la porta d’un carcere, ne sentii tutta la mostruosità. È possibile? La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio, i miei beni, il mio lavoro, mio figlio!
Giorni di tensione spaventevole, in cui, pur non osando ancora appigliarmi all’unica risoluzione, concentravo tutte le mie forze. Oh, non per difendermi dalla rabbia del mio aguzzino, ma per domare il mio spasimo materno al pensiero orrendo di poter esser priva di tutto il sorriso della mia vita! In alcune ore non sentivo in me neppure più alcun impulso, nè di rivolta, nè di rassegnazione. Soltanto, ad ogni tratto, poche parole: «Tu non ami e non sei amata: siete due estranei. Non c’è che un dovere».
Poi: «Tu l’hai visto questo dovere».
E ancora: «O adesso o mai più».
Era una voce implacabile. A Roma, un anno avanti, la fugace ribellione era stata più che altro un impeto istintivo, che aveva sorpreso me stessa. Ma adesso, dopo l’annata di tormentosa e inflessibile meditazione, dopo la visione raccapricciante dell’abisso, era un comando cui dovevo obbedire, o morire.
Il caso, il destino, forse l’oscura logica delle cose aveva voluto che, finalmente, io fossi costretta a mostrare all’uomo di cui ero schiava tutto il mio orrore per il suo abbraccio. Dopo dieci anni. Miseria! Lo strappo furibondo alla catena non era avvenuto nelle lunghe ore in cui essa mi dilaniava l’anima: la carne era stata più ribelle, aveva urlato, s’era svincolata; ad essa dovevo la mia liberazione.
Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblìo, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!
Mio figlio.... Ma come poteva l’innocente venir condannato? Come poteva la legge volere, che il povero bimbo rimanesse legato al padre, che fosse impedito a me di proteggerlo, di educarlo, di sviluppare in lui tutto ciò di cui avevo già formato la sua sostanza?
Questo era l’atroce dilemma. Se io partivo, egli sarebbe stato orfano, poichè certo mi verrebbe strappato. Se restavo? un esempio avvilente, per tutta la vita: sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia.
Mi veniva accanto, il bimbo, m’accarezzava le tempie su cui principiavano alcuni capelli ad incanutire.... Ed il grido del mio sangue trionfava per qualche momento: era mia quella creatura, io la volevo contro tutto; volevo serbarmi i suoi baci a costo della sua e della mia salvezza; non potevo, non potevo pensare ch’egli si sarebbe sviluppato, trasformato, senza che i miei occhi si confortassero del suo fiorire, e che la sua puerizia, la sua gioventù avrebbero sorriso ad altri e mai più a me, forse!...
Una volta gli chiesi: «Piuttosto che restar qui solo col papà, andresti in collegio?»
Io stessa non avevo mai accolta l’idea della reclusione per la creaturina.... Ma quando bisognasse scegliere?...
Il poverino disse di sì col capo.... Impallidiva spesso, nel corso della giornata, al suono della mia voce. M’interrogava: «Che cosa ti scrive il nonno? Mi lascerà venire con te il papà a Milano?» Dubitava anch’egli, ora. Ma quando mi vedeva uscire smarrita dalle dispute col padre, o mi sorprendeva con lo sguardo fisso nel vuoto, dimenticava la pena sua per farmi coraggio, per dirmi che lui mi voleva tanto bene, che per lui sarei sempre esistita io sola, sempre, sempre....
«Mi ricorderai sempre, vero? Se morissi, se dovessi lasciarti....»
«Sì.»
Non era assente l’anima sua mentre affermava di sì, tra le lagrime: non cercava in un misterioso labirinto il motivo del nostro dramma. Faceva a sè stesso una promessa che, sepolta, un giorno risorgerebbe e lo illuminerebbe.
Quanto tempo in tale alternativa di lotta e di accasciamento? Due settimane, forse. In paese qualcosa era trapelato; indovinai che si credeva ch’io mi ribellassi per la malattia del marito, la quale pure era conosciuta e commentata. Era venuta la madre di lui, piangendo: «Povera donna, non sapete quante altre sono nel caso vostro.... La tale, la tale altra....» E mia cognata: «Eh, si sa, debolezze. Fu quand’era soldato....» Ella appunto trattenne una sera il braccio del fratello in preda a parossismo: «Vuoi comprometterti? Non domanda che questo lei....»
Ore di dibattito incoerente, esasperante. Ero esausta, avrei voluto piangere sommessamente come una bimba fino a chiuder gli occhi per sempre; non resistevo che per una forza segreta. Chiedevo di esser lasciata partire, di andare a consultar mio padre, di trovar un po’ di requie: lontani, entrambi forse avremmo visto le cose sotto un punto di vista nuovo....
Essi, tutti d’accordo, negavano, negavano. Tratto tratto, mi si gettavano in viso l’esempio di mio padre, la sventura di mia madre, la mia mancanza di religione, le dicerie del passato....
Forse facevo paura, come in quei giorni lontani, ch’essi invocavano con acre malignità. In certi istanti sorprendevo perfino in fondo agli occhi di mio marito come una vaga espressione di stupore, quasi di rispetto: ed era dopo ch’io avevo parlato nel delirio della mia certezza ulteriore, trasportata oltre la vita.... Allora la speranza mi balenava, mi riafferrava. Ah, se quell’uomo non mi fosse vissuto inutilmente accanto dieci anni, se fosse capace di non far scontare al figlio il proprio danno! Non mi scongiurava di restare, anche solo per il bambino, per la sua educazione? Forse, quando avesse compreso l’impossibilità dell’esistenza in comune, avrebbe ceduto per amore di lui.... Egli era ancor giovine, avrebbe potuto rifarsi una vita. Se il perdermi ora gli procurava veramente dolore, questo poteva essergli benefico, nobilitarlo....
Finalmente una sera egli accondiscese a che io andassi a Milano, per qualche giorno, ma senza il figlio. Appunto quel giorno mio padre m’aveva scritto di nuovo, promettendo d’interporsi del suo meglio per ottenermi il bambino, ed esortandomi intanto a partire anche sola, per troncare il pericoloso conflitto. Quando ebbi deliberato, mio marito principiò a stralunare gli occhi, ad emettere gemiti inarticolati. Gli andai vicino, lo scossi: mi guardò trasognato: era in preda ad un momentaneo smarrimento della ragione? O simulava? Gli feci a forza trangugiare un liquore, tornò lentamente in sè. Mi ringraziava: «Non lasciarmi, non lasciarmi! Ti amo tanto, vedi!» E mi afferrava le ginocchia. Continuò a scongiurare, come in preda a un leggero delirio. Tentavo parole di calma; quando cercò di attirarmi a sè, mormorando frasi tronche....
Come mi sentivo chiusa in me, estranea! E com’era vile colui, vile e illuso nella sua forza d’uomo! Egli voleva trattenermi col suo desiderio....
Rimasi rigida, dissi: «Partirò stanotte....»
Di nuovo padrone di sè, non lasciando trasparire l’onta, egli annuì. Sì, mi lascerebbe partire, ma il bambino no, il bambino restava con lui, e io da lontano avrei sentito che non potevo vivere senza la mia famiglia.... E quando fossi tornata, avremmo stabilito la nuova regola d’esistenza.
Andò nella sua stanza. Io non dormii. Seduta accanto al letto del bimbo, non pensavo, non sentivo più nulla: attendevo, che cosa non so: la luce, il tepore, qualcosa che mi facesse sentirmi viva. Avevo tanto bisogno di forza!
Oh quel respiro tranquillo che le notti seguenti non avrei più ascoltato! Suonavano delle ore lontane: trasalivo. Ma com’erano lente quelle ore!... Forse mio padre m’avrebbe aiutata, anche colla violenza, a riavere il povero bimbo.... L’avvenire mi si raffigurava pieno d’enigmi, di agitazioni, di lotte. Nella mischia il viso di mio figlio mi riappariva. Nella strada, ad uno svolto ov’egli passava, io mi sarei affacciata d’improvviso, di tratto in tratto, ed egli sarebbe sempre stato in attesa della mia apparizione.... Intanto gli uomini mutano, mutano le leggi. Una persona che sia un’idea vivente, un’ossessione, può persuadere i più restii.... E poi, la morte!
La morte! Un brivido, come in una notte lontana. Ma io avevo superato il desiderio della morte, anche di quella del mio nemico. Non l’odiavo. Egli non era più che una larva confusa e cupa, che s’ergeva insieme allo spettro della legge nella notte indecifrabile del destino.
Accesi la lampada, la coprii. Un fruscìo. «Mamma?» Mi slanciai sul lettuccio: pose la mano nella mia e si riaddormì. Rimasi senza muovermi, quasi senza respiro.
Mezzanotte. Mancavano tre ore. Le ginocchia mi si piegarono. Seduta sulla poltrona sentivo il freddo invadermi, e raccoglievo tutto il mio calore, gli occhi chiusi, ritirando la mia mano per non agghiacciare la manina. E d’un tratto sentii tutte le mie forze fondersi: mi assopivo? Ero tanto stanca: non avrei potuto partire....
Scoccarono le tre. Balzai in piedi. Mi posi il cappello e m’appressai all’uscio. Poi tornai al letticciuolo, svegliai il bimbo: «Vado—gli dissi piano—è già l’ora; sii buono, sii buono, voglimi bene, io sarò sempre la tua mamma....» e lo baciai senza poter versare una lagrima, vacillando; e ascoltai la vocina sonnolenta che diceva: «Sì, sempre bene.... Manda il nonno a prendermi, mamma.... Star con te....» Si voltò verso il muro, tranquillo. Allora, allora sentii che non sarei tornata, sentii che una forza fuori di me mi reggeva, e che andavo incontro al destino nuovo, e che tutto il dolore che mi attendeva non avrebbe superato quel dolore.
Mi trovai sul treno senza sapere come vi fossi venuta. I primi urti del carrozzone si ripercossero in me come se qualcosa si strappasse dalla mia carne. E il senso dell’ineluttabile m’invase ancor più quando mi vidi portata lontano su quella forza ferrea. Avevo camminato come una sonnambula. Ora la coscienza di quanto avevo compiuto mi appariva. Oh, la suprema agonia!
Come avevo potuto? Ora il mio bimbo, mio figlio, riaddormentato sotto il mio bacio, mi avrebbe chiamata, forse mi chiamava già.... Pensai che l’avevo ingannato. Non avrei dovuto svegliarlo del tutto, dirgli che non sarei mai più tornata, e che non sapevo s’egli avrebbe potuto raggiungermi presto? Forse mio marito era là, ora, presso il letticciuolo, e mentiva a sua volta dicendogli che sarei tornata fra poco, e il bimbo credeva, o lo interrogava con diffidenza.... Che farà domani, e dopo? E tutta la mia vita d’ora innanzi sarebbe forse piena di queste interrogazioni senza risposta....
Come avevo potuto? Oh, non ero stata una eroina! Ero il povero essere dal quale una mano di chirurgo ne svelle un altro per evitar la morte d’entrambi....
Quanto durò l’orribile viaggio? Ad ogni stazione m’afferrava la smania di scendere, di aspettare un treno che mi riportasse indietro: poi, quando la corsa riprendeva, mi balenava a tratti l’idea del suicidio, così facile, lì, a quello sportello: istantaneo....
Ma all’arrivo la stessa volontà quasi estranea, superiore a me stessa, mi s’impose: mi avviai triste ma ferma, tra il fumo e la folla, fuor della stazione, m’inoltrai, misera e sperduta, nelle strade rumorose ove il sole sgombrava la nebbia.