CAPITOLO XIX. Presentimenti.

Nella famiglia del marchese Gian Paolo si aspettava intanto colla più viva impazienza il ritorno dello straniero. In quella notte che dovea precederne la venuta, e madre e padre e fratello aveano avuto per la povera fanciulla uno sguardo in cui eravi espressa tutta l’ansia d’una speranza cara come un sogno di felicità.

La fanciulla sorrideva col suo mesto sorriso di rassegnata, e volgeva il raggio de’ suoi belli occhi celesti verso un angolo della stanza da dove Adolfo stava contemplandola triste ed abbattuto. Parea che non una di quelle soavi illusioni facesse velo alla fatalità d’una sinistra previsione che gli stava fissa nel cuore. Egli aveva tanto combattuto contro sè stesso, si era detto pazzo, avea cercato di sorridere ad Angela quando parea richiesto di un pensiero che ella avrebbe accarezzato con fede!

Quel senso indefinito, indefinibile era là.... s’era cacciato nel suo cuore e non valeva a strapparvelo!... Esso sfuggiva all’analisi, era vago come un sogno... Era nulla... era un’ombra nel vuoto.... ma era tale da gelargli il sorriso sulle labbra contratte da un amaro dispetto.....

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Lo straniero è ritornato, egli ha recato seco il prezioso farmaco. Il marchese non si sazia dall’attestargli la sua riconoscenza, la madre di Angela piange di gioia baciando le guancie della giovinetta, che vanno riprendendo il lor colorito vitale. Angela sorride più vaga e più bella al giovane suo amico nel cui animo tutto ciò mette un arcano sbigottimento, e che ella si sforza a cancellare con tutte le dimostrazioni del più tenero affetto.

La gioia, quella vaga silfide dal volo leggiero, ha ripreso il suo posto in quel campestre romitaggio; la primavera lo adorna col suo manto di verzura, l’aria lo circonda dell’olezzo dei fiori rapito alle ricche alee del giardino, la rondine stridendo vi volteggia intorno, e dal trave ospitale saluta il diletto suo nido; s’ode alla sera l’allegra canzone dei campagnoli che ritornano ai loro casolari dove li allieterà il sorriso delle loro donne ed il bacio dei loro figli. Non più quel tetro squallore, non più sugli incolti viali cadono le foglie degli alberi disseccate, nè i fiori dagli steli; non più il paesano riguarda le chiuse imposte e si dice mestamente: là si soffre... e pensa che colei che soffre era l’angelo che si recava al letto delle sue figlie ammalate a portarvi il conforto di una parola; il brodo della sua mensa, il farmaco della sua casa, il fiore del suo giardino!...

È una bella mattina del mese di aprile... l’aria è imbalsamata di profumi... piena di melodie... l’usignuolo ed il capinero gorgheggiano di mezzo alle verdi siepi e si ricambiano le loro canzoni d’amore; la cingallegra volteggia vispa e gaia di ramo in ramo.

Sotto ad un verde chiosco del giardino era raccolta la famiglia del marchese intenta ad un gaio confabulare; Angela appoggiavasi tutt’ora debole per la passata malattia, al braccio del padre; sua madre la contemplava seduta vicino a lei con un lungo sguardo di amore; Adolfo discorreva col fratello d’Angela appoggiati entrambi alla spalliera del chiosco. Lo straniero vi entrava dopo aver colto un fiore da una vicina alea e lo porse alla giovinetta.

Angela gettò uno sguardo sopra Adolfo, il cui occhio avea seguito lo straniero con palese inquietudine.

— È il fiore dell’addio che vi reco, madamigella, disse lo straniero ad Angela; ne avvisai già il marchese; alcuni affari mi chiamano a Mantova onde reclamare dai Gonzaga un appoggio contro le angherie di cui mi fa scopo la Corte dei duchi di Milano.

— Voglio sperare che non sarà un congedo, gli rispose il marchese con confidente premura, non è vero, dottore?

— V’assicuro, marchese, che ho ben poche volte in vita mia fatto uso di pozioni, e lasciai per solito la cura ad altri di guarire qualche parte del corpo a cui l’armatura non sia stata bastevole riparo, gli ribattè lo straniero sorridendo.

— In ogni modo è il titolo che vi fa più caro alla mia amicizia, poichè i vostri colpi di spada non avrebbero salvata la mia Angela. Mi permetto quindi di ripetervi di nuovo: Dottore, la mia casa è sempre aperta per voi, alla mia tavola vi è un posto che vi aspetta.

Lo straniero s’inchinò.

— Il mio cavallo è sellato, diss’egli accommiatandosi coll’atto.

Tutti si alzarono, il marchese passò amichevolmente il suo sotto al di lui braccio e rifecer la via intrattenendosi gajamente.

Angela si strinse al braccio della madre; il suo sguardo scontrossi in quello di Adolfo e mandò un lampo di felicità.

— Avrò il piacere di rivedervi presto, madamigella, gli disse lo straniero che si era rivolto verso lei in quel momento.

Vi era una strana accentazione in quelle parole. Angela se le sentì vibrare sinistramente nell’anima come la minaccia d’una sventura, e guardò quasi impaurita sua madre, che volgendosi allo straniero dicevagli colla sua voce più calma:

— Ella sarà sempre il benvenuto, signore.

Adolfo raccolse tutto il fuoco della sua anima avvampante nello sguardo, e fissò lo straniero; questi parea non si fosse neppur accorto della presenza del giovane, che si morse le labbra di dispetto.

Si era arrivati al cortile della casa; un paesano teneva per la briglia il cavallo dello straniero. Era un magnifico baiardo che nitriva salutando il suo signore. Ei gli si fe’ vicino, lo accarezzò, in un salto snello e leggiero fu in sella, strinse di nuovo la mano al marchese, salutò colla mano Angela, Alberto e la madre, e dopo alcuni istanti non si sentiva che il lontano scalpitare del suo cavallo sulla strada di Mantova, verso cui correva a tutta briglia.

— È partito!... mormorò con senso di rincrescimento il marchese, volgendo lo sguardo per dove era scomparso il cavaliere.

— Finalmente!... mormorarono con un sospiro Angela ed Adolfo.

La marchesa Isabella, la madre di Angela, non disse nulla. Essa guardava Angela, il cui volto s’era fatto sorridente di felicità. Il cuore della madre si arrestava d’innanzi un quesito di cui non sapeva trovare la soluzione. Il cuore della donna rispettava uno di quei mille sentimenti per cui l’analisi non trova che il mistero d’un’impressione che alle volte è rivelatrice dei più terribili arcani della vita.

V’era diffatti una strana contradizione nel vincolo di quei varii sentimenti che si erano svolti sotto a’ suoi occhi ed innanzi al suo cuore nella durata di quella breve scena. Donna Isabella era madre, e madre in tutta la santità di quella soave parola, che compendia in sè quanto v’ha di grande e di nobile nell’anima umana!... Se v’ha qualche cosa in questo vasto organismo della creazione, così strano per le sue inconseguenze.... nei suoi rapporti... nelle sue stravaganze inqualificabili... atto a far ricredere dall’ateismo da questo pensiero per cui si sconoscerebbe anche sè stessi, per non maledire a tutto ciò che è intorno a noi, saria il sublime mistero, che è il cuore d’una madre!... Donna Isabella dunque, come dicemmo, compendiava in sè una delle mille fasi di questo misterioso enigma.

Esser madre è avere in sè la divinazione di quei non nulla che sono il tutto dell’esistenza!... è leggere col pensiero nel sorriso del labbro per strappare di sotto a quella forma che è una menzogna il gemito dell’anima... L’esser madre è il non vivere per sè, ma è l’identificarsi nell’esistenza de’ suoi figli, è quasi un fondersi con essi con tal legame d’affetto, che i dolori di questi gli sieno proprj... è il rendere impossibile la menzogna del labbro, come quella della mente, è sentire quell’uniformità di sensazioni mediante le quali il cuore non ha bisogno della parola per rivelarsi.

E Angela... quel tenero virgulto cresciuto ai miti raggi di quel sole fecondatore si svolse lussureggiante e bello; si svolse anima nobile e peregrina interrogando il gorgheggio dell’usignuolo che cantava tra le rose del suo giardino; interrogando lo schiudersi del fiore che non volea spiccare perchè gli incresceva vederlo sì tosto appassire, fissando gli occhi in quelli della madre per cercarvi un conforto a quel sentimento che serpeggiava fuoco sottile, ma ardente nelle sue vene, ed allorchè le informi larve della sua fantasia modellate a poco a poco dalle arcane indagini del pensiero ridessero ai suoi occhi una forma, indefinita sì, ma che vestivasi di ognor più potente attraenza, allora ella sentì il bisogno d’una parola che diversa da quella della madre gli mormorasse all’anima avida di emozioni la prima nota del sublime poema della vita...

Come era bella, appoggiata talvolta al suo balcone illuminata dalla mistica luce di qualche astro gentile, a cui la sua anima sembrava favellare misteriose parole!

Era pur bella!... china la fronte sul suo seno d’alabastro, simile alla Margherita di Goethe che sfoglia il fiore della rivelazione, sfogliava essa i fiori del suo pensiero cercandovi il più bello ed il più olezzante.

Era pur bella, assorta in melanconico atto eppur raggiante di vita e di speranza... stretto l’esile corpiccino dalla bianca sua veste, puro giglio fragrante che mano impudica avria dovuto arrestarsi dal toccare, che alito umano non avria dovuto avvizzire!..

Perchè si agita così il tuo seno di neve?.. perchè balbetta inarticolati accenti il tuo labbro?.. forse un nome... il suo!... prima ancora che tu lo sapessi, chi sa quante volte hai sognato una larva vanescente... ma che importa?.. la tua anima la vestiva d’un’immagine... nel silenzio delle tue notti di vergine, tu ascoltavi un’arcana melodia a cui univi il tuo sospiro, il tuo voto, puro come la prima preghiera che insegnava tua madre al tuo labbro di fanciulla, al tuo cuore di donna... santo come tutto ciò che è giovinezza, perchè giovinezza è fede... Giovinezza è amore... ed al senso arcano che molcea le tue fibbre di diciassette anni rispondevi con un suono indefinito... ti sovvenivi della prima parola con cui chiamandoti ti baciava tua madre e l’hai mormorata stemperando la tua anima in un sospiro. — Mio Angelo...

La marchesa aveva compreso quel suo cuore di fanciulla, ne aveva seguito fin dalla culla il rapido sviluppo. L’avea veduta crescere sotto i suoi baci, interrogando ogni palpito del suo petto... in lei non potea esservi atto nel quale non leggesse l’impronta del pensiero come il senso del cuore... Eppure le pareva strana quell’impossibilità di interrogare un sentimento che ella non arrivava a comprendere, forse perchè era un mistero anche per l’animo istesso della giovinetta... Una di quelle sensazioni che sono in noi, che ci dominano, che vivono d’una vita loro propria, che interrogate svaniscono, che assopite ritornano, che ci assediano, ci tormentano, e contro cui la ragione trova l’inutilità de’ suoi sforzi, per l’impotenza appunto di questi!..

Perchè mai sentiva Angela un senso d’avversione dirò così, per un uomo che l’aveva sottratta alla morte?.. per un uomo al quale il marchese avrebbe data la vita?... che sua madre avrebbe baciato qual figlio?... L’irriconoscenza non è per sè stessa una colpa?... e come poteva quel bel cuore d’angelo schiuso ai più puri affetti, alle più nobili aspirazioni, nutrire un senso che fosse una violazione di queste sante leggi della natura?... No, si dicea essa, in queste leggi istesse che agli animi incorrotti tracciano la via delle loro azioni, deve essere la causa di questa sensazione, che un’altra sensazione attutisce nel suo sviluppo... Il pensiero non le rendeva conto di ciò, ma vagamente la madre si faceva sue le indefinite sensazioni che s’agitavano nel cuore d’Angela...

Ella osservò che Angela avea impallidito ricevendo dallo straniero quel fiore che ei le porgeva in segno d’addio come in lei volesse lasciare una memoria. Avea notato lo sguardo furtivo, inquieto che la giovinetta avea lanciato verso Adolfo, e come questi impiegasse tutta la vigoria della sua volontà per imporre una calma artificiale alla segreta tortura del suo animo. Angela si era appoggiata a lei come ricorrendo ad un conforto allorchè lo straniero le avea fatto presentire la possibilità del suo ritorno; Angela temeva quello straniero appunto perchè sentiva che egli voleva attaccarsi alla vita che aveagli resa in modo sì strano!... ma lo temeva essa nel dubbio che un giorno egli potesse reclamare un diritto?.. oppure questo timore istesso accusava in lei un affetto già formatosi nel cuore e che avea paura d’ogni ombra che potesse frenarne lo slancio?..

Nel pensiero della madre, sorse uno di quei lampi che sono la parola della rivelazione parlata al cuore colle mille voci dell’animo; ella sentì che Angela avea scelto tra l’uomo che l’avea resa alle braccia del padre, e l’uomo che l’avea resa all’amore dei suoi cari... Quel sentimento di freddezza verso lo straniero che l’avea salvata dalla morte, proveniva dall’aver lo slancio del suo cuore assorbite tutte le facoltà sensuali della sua anima vergine d’affetti, che s’era abbandonata tutta intera alla sua prima e pura rivelazione!..

Angela amava!.. amava un cuore devoto che l’avea conquistata con un eroismo; più che con un eroismo!... con un atto di disinteresse tutto umano!.. affrontando un pericolo per salvare una vittima che era uno straniero per lui, e che era suo padre!.. V’era la fatalità!.. questa figlia della poesia delle menti giovani e vergini in quell’avvenimento che avea segnato una meta sul sentiero della sua esistenza!..

Angela amava!.. era un affetto a cui sorrideva come una benedizione il pensiero di sua madre!.. Ella accarezzò più dolcemente la sua vaga bambina dalle belle chiome di corvo, dal bel guardo celeste e soave; essa strinse con più affetto la mano di Adolfo!.. Essa lo chiamò figlio collo slancio più tenero del suo cuore!... ed Angela le si gettò confidente tra le braccia, mormorando col cuore ebbro d’affetto!.. Oh come l’amo, madre mia!...

FINE DEL PRIMO VOLUME.

[ INDICE]

VOLUME PRIMO
CAPITOLO
I. Che può servire d’introduzione [Pag. 5]
II. Una notte infernale [19]
III. La taverna del Gallo Nero [27]
IV. La ballata dei morti [39]
V. Il Testamento [43]
VI. Il fratricidio [47]
VII. In cui si parla di ciò che si dice [51]
VIII. Giulietta [55]
IX. Il vendicatore [65]
X. Schiarimenti [75]
XI. La trama [81]
XII. La capanna del carbonaro [89]
XIII. L’agguato [95]
XIV. Dieci anni dopo [109]
XV. Adolfo [115]
XVI. In cui il Romanzo s’imbroglia maledettamente [125]
XVII. Ancora il Palazzo del Diavolo [151]
XVIII. Ambrogio lo stregone [157]
XIX. Presentimenti [169]

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.