CAPITOLO XVIII. Ambrogio lo stregone.

V’era un fatto semplicissimo, vestito dalle fantastiche forme dell’immaginazione in tutto il grande avvenimento che susurravano a bassa voce compiutosi nella casa della valle nella quale gli spiriti eran tornati ad abitare.

Verso la mezzanotte vi entrava un uomo tutto avvolto in un mantello andaluso, quell’uomo veniva da una casuccia che è situata tra il vicolo bargello e la taverna del Gallo Nero.

Nessuno forse vi poneva mente, era una casa bassa, le finestre n’eran sempre chiuse... pareva ch’essa fosse disabitata ma non l’era.

Consentimi, lettore, ch’io te la faccia conoscere, sarà un capitolo di più che avrò aggiunto al mio romanzo, e dopo tutto, la noja di leggerne uno invece d’un altro tu l’avresti avuta ugualmente... Aperta la piccola porta il cui battente di bronzo rappresenta un pipistrello colle ali tese, si salgono tre gradini di marmo, i gradini erano rozzamente scolpiti, ed eran forse qualche pezzo di granito lavorato tolto chi sa da qual luogo per farlo servire all’uopo, e ciò lo desumo perchè nulla del restante della casa era in armonia con quel non so di stranamente artistico che vi si scorgeva al primo fissarvi lo sguardo. In una vasta sala dalle nere pareti, ardeva un fornello su cui arroventavasi un bastone di ferro, v’era presso al fornello un bacile contenente una sostanza liquida, e presso al bacile una storta di vetro... sopra un tavolo situato nel mezzo della sala vedeansi due maschere di vetro opaco, vicino alle maschere due grandi manopole di pelle di camoscio, in un angolo varii alambicchi di rame... di fianco al fornello un seggiolone a bracciuoli; nel mezzo, sospesa ad una corda annerita dal tempo e dal fumo, una lanterna spargeva d’intorno una semiluce; che dava a quel luogo un aspetto cupo e fantastico.

Ambrogio lo stregone se ne stava abbandonato dentro alla sua seggiola assorto nella lettura d’un grosso libro che avea d’innanzi, e sovra cui fissava il suo sguardo avido ed attento.

Quell’uomo aveva circa cinquant’anni, di fattezze regolari, ma alterate dalle strane vicende di quella sua vita d’astrazione e d’orgia, cose che egli alternava come un vero filosofo tedesco alla cui scienza avea attinte le sue cognizioni in fatto di diavoleria nelle quali lo si teneva riputatissimo dal volgo, che l’avea veduto più volte in relazione con Paride Ceresara il mago della casa della valle.

Era esistito in fatti tra Paride Ceresara il distinto alchimista ed Ambrogio lo stregone, quella relazione che suol correre tra persone che professino l’arte istessa e che i rapporti della scienza non possono a meno di avvicinare per quanto dispari possa anche essere lo stato della loro posizione sociale.

Pel volgo e l’uno e l’altro eran gente perduta che patteggiando col diavolo avevangli venduta l’anima per comperare i godimenti della terra... in faccia alla scienza, l’uno era maestro all’altro, e Ambrogio avea di lui quel rispetto che suole imporre il genio in chi vorria col pensiero elevarsi tanto alto quanto quelli a cui l’animo tributa il senso della propria ammirazione... In faccia a sè stessi, Paride Ceresara era contento d’insegnare al suo discepolo, come questo era lieto d’imparare; siccome però, dice il proverbio, nelle cose di questo mondo il diavolo ci vuol sempre mettere la coda, così avvenne che la sfortuna cacciate le mani ne’ suoi affari e scompigliatili per ogni verso, lo portò dal campo dell’astrazione poetica in quello della realtà... vale a dire che ridotto a non aver altri mezzi di sussistenza dovette lasciar l’estasi delle contemplazioni e far della scienza un mestiere che gli fornisse di che vivere. Il suo maestro moriva verso quell’epoca, e se la sua morte gli portò fortuna aumentandogli il numero degli avventori, non per questo ei men riguardava con occhio di compianto quei beati giorni passati nei vaghi studii fatti per dar pascolo al loro desiderio di spaziare in quel vasto campo della scienza, non circoscritta come or la vedea a servire basse e stolte superstizioni, senza le quali ei non avrebbe cavato una moneta.

I tempi correvan tristi affè!... e l’esser fabbro di sortilegi in modo d’averne lucro non era la posizione più sicura del mondo, nè la meno scevra di pericoli, nè quella in cui fosse facile tirar dritto per la via, con una mano sulla coscienza.

Il professo d’allora nelle scienze, dovea essere un uomo in relazione cogli spiriti e votato al diavolo fin dal suo nascere. Era medico, era astronomo, era mago insomma, e non troppo raramente avveniva che a qualche vecchia comare saltasse in mente ch’ei dovesse risuscitare qualche morto e a qualche marrano che dovesse alla spiccia far morire qualche vivo... Era un navigare tra Scilla e Cariddi, colla prospettiva poco seducente di urtare un giorno o l’altro in uno di questi scogli, e farla finita, o coll’onestà... o forse con qualch’altra cosa che a seconda dei casi può valere di più o di meno.

Nel momento in cui noi poniamo piede nel vasto stanzone dell’alchimista, egli tolse lo sguardo dal libro e si volse con atto di mal umore.

Erano stati battuti alcuni colpi alla porta della casa.

Egli attese un istante.... il battente martellò di nuovo; si alzò ed andò ad aprire!... Fu un’esclamazione di sorpresa e di disgusto che suonò sul suo labbro — Voi!...

— Io!... rispose con voce franca e quasi impudente il visitatore.

— Se avete bisogno dei miei servigi nel modo in cui ve li ho ricusati altra volta, vi prevengo essere affatto inutile che noi ci tratteniamo...

— Non è la morte che vengo a chiedervi, maestro Ambrogio... è la vita.

— Ho io il potere di Dio?...

— Avete la facoltà della scienza.

— Cosa chiedete?..

— Un farmaco che renda la vita ad una donna.

— E perchè volete farla vivere?... gli domandò il negromante fissando sul suo interlocutore uno sguardo a cui pareva non potesse sfuggire un men che menomo attimo del pensiero.

— Che v’importa?... rispose questi confuso.

— Importa molto... a colui a cui si venga a dire, fate vivere un’anima, fate palpitare un cuore!... la morte è la cessazione delle sensazioni umane, perchè dovrei io far vivere? per permettervi forse la tortura?...

— Maestro Ambrogio, siete molto bisbetico questa notte... affè... parmi vi passino ben strambe idee pel capo...

— Spicciamoci dunque?.. È la vita che voi volete?..

— La vita.

— Per utilizzarla come una merce?..

— No; per rendere la pace ad una famiglia.

— È questo il vostro pensiero?..

— Questo...

Il negromante stette alcuni istanti meditabondo, si volse verso un uscio che metteva ad una scaletta e chiamò: Bianca, Bianca...

Una vaga giovinetta pallida, pallida, dallo sguardo color cielo, dai capelli d’ebano, dai labbri di cinabro, bella come uno di quegli angioli che il pennello del Buonarotti dipinse, tipi eterni di bellezza sulle immortali sue tele, si affacciò alla soglia.

— Eccomi, diss’ella.

Il visitatore la contemplò affascinato, poi volse il pensiero sul negromante che muto non vi fe’ risposta: fissava immoto la giovinetta e puntandogli le mani stese verso il petto la fe’ ristare come sotto l’influenza magica di un fascino strano... Bianca.... gli domandò egli poichè la vide calma, tranquilla ed immobile a sè d’innanzi, serena la fronte, sorridente il viso, e seduta con dolce abbandono sovra una sedia vicina.

La fanciulla provò un tremito.

— Bianca, ripetè Ambrogio, vedi tu?..

— Sì... vedo, rispose la fanciulla con voce dolce e soave.

— Leggi tu nel mio pensiero?..

— Vi leggo.

— Sai chi sia a me d’innanzi in questo momento?..

La fanciulla pronunciò il nome dello straniero, con un atto appena percettibile di disgusto.

— Perchè ti agiti?... cos’è che ti fa male?...

— Nulla.

Il vecchio Ambrogio guardò inquieto lo straniero che sorrise con piglio di disprezzo.

Il negromante non gli badava più. Tutto assorto come era nella sua operazione, tutto il fuoco della sua anima parea fosse passato nella sua pupilla, larga, fissa ed immota... Il lume della lampada oscillava sprizzando all’intorno pallidi raggi di luce. Il vecchio girava intorno alla giovinetta agitando le braccia, descrivendo colla mano scarna magici circoli intorno alla sua bella testa che sorrideva; lo straniero si sentiva suo malgrado dominato dallo strano svilupparsi di quella scena, egli si trovava in faccia a quell’apparenza del soprannaturale alla cui impressione si dovettero i fatti più strani e più terribili che lasciarono pagine di sangue sul libro della storia di tutti i popoli.

La scienza vestiva a quei tempi una forma atta a colpire lo spirito, incapace come era di rivelarsi alla ragione, ond’è che quelli che ne traevan lucro assumevan in faccia al volgo qualità strane di enti diabolici ed altro.... Nè per volgo s’intenda quella parte di popolo che costituiva la plebe. Nelle case di maggior locazione non si pensava diversamente che dalle donnicciuole di piazza.... si accettava un fatto... per non analizzarlo; si avea paura del demonio e lo si evocava per trarne gli oroscopi a mezzo di qualche suo rappresentante.

— Presto, sbrigati!... o che il malanno ti porti!... borbottò lo straniero, mal potendo frenare un senso d’impazienza e nello stesso tempo impedito da una panica apprensione a dar sfogo al suo mal umore.

Il vecchio non fe’ moto... dalla pupilla della giovinetta parve uscisse un lampo di luce, egli passò ambe le mani sulle sue ciglia, ne premette le tempia, e raccogliendo tutta la forza della sua volontà, le domandò con voce chiara:

— Vedi?...

— Come è bella!... mormorò la giovinetta, e sulle sue labbra corse un sorriso quasi salutasse col cuore l’imagine che le vagava nel pensiero. Come è bella! ripetè ancora fra sè.

— È quella che vedi la donna ch’egli vuol salvare? interrogò il negromante.

La fanciulla si raccolse un istante. — Sì, rispose ella con voce debole... si agitò, alzò la mano come accennasse a seguire un pensiero fatto vivo nella sua mente, e disse con accento d’indicibile tristezza: — Muore...

Lo straniero fremette, e interrogò Ambrogio con uno sguardo inquieto.

Questi continuava a fissare la fanciulla.

— Guarda, guarda... Bianca... gli replicò egli con forza.

— No, no... diss’ella rasserenandosi in viso, vi è ancora della vita nel suo petto!.... Oh ella è forte!... aspetta...

I due testimoni di questa scena bizzarra ascoltavano assorti con tutte le facoltà della loro anima in ogni parola che usciva dalle labbra della giovinetta, in ogni atto che palesasse un pensiero.

Pel negromante era il miracolo della scienza che si svolgeva ai suoi occhi abbagliati.

Nello straniero v’era un senso di avida curiosità che andava svolgendosi a norma che si incalzavano quelle rivelazioni a cui parea fosse annesso chi sa qual misterioso interesse.

Era successo un istante di pausa... si sentiva l’ansia dei loro petti alitare con febbrile violenza. Il negromante parea che raddensasse con forza crescente la vigoria d’un pensiero che dovesse soffiare sulla vita artificiale che parea accendersi nella mente della fanciulla.

— Aspetta, continuò essa, io la vedo... Come è bella!... quanto soffre!... La fanciulla mandò un debole grido, stette anelante incerta... indi proseguì accennando tutti i sintomi di una emozione vera: Aspetta... C’è una frase di convenzione, una specie di modo di dire di tutti i magnetizzati. Il suo occhio è infossato... Dio!... come soffre da tanto tempo!... Sua madre veglia al suo letto... essa l’interroga... l’ammalata sorride.... ella non crede di guarire!... Eppure la sua famiglia aspetta... Un uomo ha promesso di salvarla... quell’uomo... Essa ristette un momento come oppressa dalla foga del pensiero; aspetta... mormorò a bassa voce usando di quella formula come di una sosta onde riprender lena. Quell’uomo....

Lo straniero sentì un brivido corrergli per l’ossa.

— Ebbene?... ebbene?... domandò con ansia il negromante.

— È qui, seguitò la giovinetta. Ti ha chiesto un farmaco... salvala!... Essa muore... La fanciulla come sfinita dallo sforzo operato lasciò cadere con abbandono il capo sul guanciale della poltrona.

— Sono con voi, disse Ambrogio allo straniero, facendogli segno colla mano che andasse seco.

Lo straniero obbedì. Il negromante s’avvicinò ad una scansia chiusa a chiave e scelse una fiala di vetro ermeticamente chiusa fra le tante che v’erano dentro accatastate.

— Sul vostro onore, gli diss’egli, è la verità ciò che ha detto Bianca?

— Lo giuro, rispose lo straniero.

— Sta bene!.... Poche goccie è la vita, qualche goccia di più è la morte.

— Iddio vi guardi!

Ambrogio consegnò la fiala allo straniero, questi porse al negromante una borsa ed uscì fuori da quella casa fantasticando bizzarre immagini di diavoli e di streghe, che gli parea avesser dovuto ronzare intorno al suo letto a turbarne le notti insonni agitate forse da un pensiero che dal fondo dell’animo sorgeva a giudicarlo inesorabile e severo.