CAPITOLO XVI. In cui il Romanzo s’imbroglia maledettamente.
Margherita la vecchia governante che aveva veduto il giovane Adolfo correre a tutta furia fuori di casa colla sua carabina alle spalle, stava attendendolo con molta impazienza e s’andava intanto scervellando a tutta possa per capire qualche cosa; ma per quanto ci si mettesse non veniva certo a capo di nulla, e conoscendone l’umore fantastico che di giorno in giorno gli montava al cervello, vi attribuiva non sapea qual sua matta bizzarria a cui si lasciava andar di sovente.
Essa mandò un grido di gioja quando lo vide venir dalla strada, e neppur accorgendosi dei due forestieri che lo seguivano e di cui egli conduceva un cavallo gli saltò diffilata a bracciacollo con tutta l’espansione de’ suoi muscoli ancor ben in vigore.
Adolfo si lasciò abbracciar ben bene, le contraccambiò un bel bacio, proprio con quella gioja d’un cuore che è contento di sè dopo d’aver compiuta una buona azione ed a cui sembri che sia un suo diritto bell’e buono quello d’esser vezzeggiato, quando infine se ne abbia il merito!...
E in quel momento Adolfo pensava quello che non diceva, e lo diceva ricevendo quegli atti d’affetto della buona vecchia con tutta la compiacenza possibile.
I due forestieri stettero guardando quella scena coll’animo commosso ed intenerito. Eran cuori onesti e leali; non potevano non sentirsi compresi da un gentil senso d’ammirazione. V’aggiunga il lettore, che essi venivan dall’aver salva la vita per opera di quel giovane sconosciuto che loro offeriva ospitalità, e troverà che per essi non era allatto estranea quell’espansione, e vi partecipavano con tutta la soddisfazione dell’animo loro.
La buona donna fece tutta lieta le feste di casa ai due forestieri; lor preparò le più belle stanze, fe’ scontar al migliore dei suoi polli che correvano il cortile, l’impeto della sua dimostrazione; si diè tutt’anima a metter in mostra quanto vi era di buono e di bello con quella cura con cui un antiquario imprende le eterne riviste dei suoi quadri, e ne spiegherebbe le origini, e i come ed i perchè, trenta volte al giorno, se gli capitasser giornalmente trenta vittime su cui sfogare la tortura delle sue erudizioni storico-artistiche. — Per buona sorte erano di tutt’altro genere le dimostrazioni della buona Margherita, e non avevano a che fare colle dissertazioni storico-artistiche... Essa ci teneva a far un brodo che potesse esser trovato la fenice dei brodi dai suoi ospiti!... fe’ munger la sua manza favorita; loro ammanì un’eccellente frittura di sardine del lago; burro fresco della casa, e tutto quanto poteva insomma far tornar loro gradita quell’ospitalità che lor venia offerta col cuore sulle labbra, e con un cuore senza maschera di convenienze.
Quando la cena fu messa in tavola, la si onorò d’un appetito che compensava ad usura le premure della vecchia Margherita; Adolfo raccontò i dettagli di quella strana bizzarria che impedì per quella volta un assassinio; gli ospiti gli dimostrarono tutta la loro gratitudine e stabilirono che l’indomani egli li accompagnerebbe a Lugano dove si recavano per farvi l’acquisto a cui erano diretti.
Venne l’indomani; si sostituì una sedia da posta alle cavalcature che restarono in una scuderia del paese, ed accommiatatisi dalla vecchia Margherita a cui promisero un sollecito ritorno, preser le mosse verso Capolago.
Il tragitto da Capolago a Lugano che si fa oggi col solito termine medio dell’orario postale, si faceva allora sopra a delle barche a remi; vi si impiegava più tempo, ma non era men divertente: le amene sponde del Ceresio vestite della vaga verzura dei suoi colli lussureggianti al cui fianco contrastano quelle imponenti roccie di granito or nude e luccicanti sotto i raggi del sole, or folte d’abeti, e di noci, in mezzo alle quali saltella il camoscio, e squittisce il faggiano, sono nel loro insieme uno splendido panorama, dentro cui l’immaginazione si perde, e sol ne resta quel senso d’impressione profonda che si subisce innanzi a quel portentoso fenomeno che è la creazione!...
Il Ceresio svolta, si contorce come una serpe e scorre tranquillo e limpido, poi si fa scuro, cupo, verdaceo: è uno specchio che vi sorride e nella sua vaga ondulazione riflette la vostra immagine; è talora un abisso in fondo a cui sentite un fremito che vi spaventa.
L’orrido ed il sublime, l’orridezza del bello dirò così, e la bellezza del sublime, vi abbaglia e vi colpisce; passando in mezzo a quelle schieravisi innanzi una natura che vi si offre in tutte le molteplici sue forme... Avete alla vostra destra un’amena casetta inghirlandata da colli verdeggianti, sentite l’olezzo dei fiori, il belar del capretto; vedete il sorriso d’un bimbo accarezzato dalla madre, il sole indora questo vago spettacolo col suo raggio più bello, vi volgete a sinistra e sul vostro capo giganteggia orrendamente una nuda scogliera dal color del ferro, non vi vedete vegetare un arbusto, non vi sentite un canto d’uccello!...
Il nibbio vi volteggia intorno in larghe ruote... quell’immenso masso arde, quella parte di lago su cui esso projetta la sua ombra; è diversa da quella che voi scorrete, quell’ombra vi fa paura... quell’onda vi pare più fredda, il suo colore è cupo come il pensiero che vi corre alla mente... Avete vagheggiata la vita, e vi trovate d’innanzi la morte!...
Adolfo ed i suoi due ospiti lasciavano tante meraviglie di bellezza e di orrore dietro di loro; avvicinavansi a Lugano, facendo sosta nei varii paeselli che ne fiancheggiano la strada, ed avevan bell’agio d’intrattenersi delle loro cose.
In un viaggio di tal genere si discorre molto ed il discorrere invita alla confidenza.... Il vecchio seduto alla prua del battelletto che vogava tranquillo, disse quindi ad Adolfo il perchè del suo viaggio; Adolfo parlò della sua posizione, parlò di suo padre e di sua madre, con quell’affetto di cui si sentiva pieno e traboccante il cuore; parlò dell’uomo che gli era sfuggito di mano, e del proposito suo inalterabile di vendicare i suoi genitori vittime d’un odio vile come la persona che fu causa di tanto male.
Per mandare ad effetto questo suo voto non restavagli che un mezzo; la ricerca di questo scapestrato avventuriere che aveva lasciato il servizio del duca e di cui nessuno potè mai più sapere cosa fosse avvenuto.
Ma dove anderebbe egli?... a chi volgersi?... come rinvenirlo?...
Eran queste le domande affannose che succedevansi nell’animo del giovane, e che davan motivo a quelle sue impazienti fantasticaggini a cui doveva l’incontro dei due signori che il lettore avrà al certo riconosciuti per il padre e per il fratello di Angela che s’eran messi in cerca d’una villa onde tentare se era possibile un miglioramento alla salute della cara quanto amata giovinetta.
Il vecchio marchese Gian Paolo era uomo esperto delle cose del mondo, e dotato d’intelligenza non scompagnata dal cuore. Compiangendo l’infelice giovane a cui la vita appena incominciata era già causa di tanti affanni, lo fece forte di ragioni e di consigli, e gli propose anzi ove egli credesse d’accettare, di concambiargli la ricevuta ospitalità onde toglierlo per ora a quei luoghi per lui di penose seppur care memorie, per avvicinarlo forse ad una vita che potrìa più facilmente metterlo sulle traccie dell’uomo ch’egli cercava con tanta ansia e che non avrebbe trovato al certo in un paese, da dove le sue colpe istesse l’avrien tenuto lontano; per sè stesso essendo il male consigliere di prudenza, e nella tema poi di trovarvi un vendicatore, era più che certo, che egli ben si saria astenuto dall’andarvi incontro.
Al loro ritorno da... dove il marchese Gian Paolo aveva trovata un’amena villa situata sovra una delle sponde del lago più che adatta ai suoi progetti, ripresero la via per Milano; Adolfo, s’accommiatò dalla vecchia Margherita che lasciò custode delle sue cose, non senza ch’ella si disperasse con tutto lo strepito dei suoi polmoni pieni di fiato, e de’ suoi occhi ricchi di lagrime, e fece parte di quella nuova famiglia che a lui si era interessata con affetto, e nella quale entrava attorniato da tutti quei riguardi e da quelle premure che danno all’uomo la stima di sè stesso e lo fanno migliore!... Ma affè e più che pazza cosa la perfettibilità di questo logogrifo ambulante che dicesi uomo, mentre percorre le fasi di questa ridicola commedia che dicesi vita.. passando in mezzo a questa mascherata eterna che dicesi società!...
Al loro arrivo, la casa di campagna del marchese presentava uno degli aspetti più squallidi... Nel giardino incolto, languivano i fiori delle arse aiuole... serrate eran le griglie della casa, i fanciulli della corte non correvan come altre volte pel prato vicino inseguendosi l’un l’altro mandando dal petto il loro grido di gioja, briosi ed allegri come le vaghe rondinelle che volteggiando per l’aria si gorgheggiano le loro canzoni d’amore!... Tutto v’era triste; tutto inclinava gli animi a quel senso che vi dominava in tutte le sue dimostrazioni.
Angela!... il vago angioletto cullato dal bacio dell’affetto, cresciuto sotto la carezza, era peggiorata di mille doppi, dopo la partenza del padre e del fratello. Erale ora mai impossibile l’intraprendere un viaggio da cui speravano di veder rifiorire quella salute che lentamente moriva sulle sue guancie fatte ad ogni volger di giorno più pallide e macilenti... La vita fuggiva, e gli sguardi pieni d’angoscia dei suoi cari ne notavano il mortale progresso. Adolfo s’era stabilito nella casa del marchese e s’era dato tutto cuore e premura ad alleviarne le pene col dimostrargli la possibilità d’una speranza che non era del tutto perduta... Vegliava egli la povera giovanetta intanto che in essi col riposo succedesse nuova vigoria da continuare in quella pia opera... Egli fu presentato ad Angela con tutti i dettagli di quell’avvenimento che lo pose sul sentiero di quella famiglia, e che il buon marchese gli veniva raccontando in quelle ore in cui il male lasciava un po’ di tregua al suo spirito abbattuto... Egli le parlò del coraggio con cui s’era slanciato in mezzo a quell’orda di malandrini che avevan presa la fuga al suo comparire, come con un colpo della sua carabina ne avesse lasciato uno sul terreno: dell’ospitalità avuta, della buona vecchia che loro fu tanto cortese... delle sventure che gravarono sulla giovane sua vita tanto da lasciargli un retaggio di sangue!... A questo racconto fatto dal padre con tutta la foga d’un animo leale, e con tutto lo slancio d’una profonda riconoscenza, le guancie pallide della giovinetta si venivano animando d’un fuggitivo incarnato... Il suo occhio esprimeva quanto tesoro di riconoscenza e di gratitudine si svolgesse in quel giovane cuore; quanta ammirazione ingenua, ardente, abbracciasse il suo pensiero... E quando il giovane Adolfo, vestito colla sua bella casacca da montanaro, coi suoi bei capelli a nere ciocche che gli contornavan la fronte alta ed intelligente, gli fu presentato dal marchese, con queste semplici parole che terminavano il suo racconto... Ecco Adolfo... e mentre gli stringeva la mano conducendolo presso il letto d’Angela, la giovinetta levò di sotto alle coltri la bianca sua destra, lo guardò con quel suo sguardo così splendido d’espressione... con quello sguardo in cui pareva si fosse concentrata tutta la vigoria della sua anima per dar vita al palpito del suo cuore!... Signor Adolfo, gli diss’ella, colla sua voce a cui il languore dava una dolcezza indefinibile... mio padre e mio fratello vi devono la vita, vi devo quindi anche quella poca che mi resta perchè io sarei morta all’annuncio d’una sventura... che siate il benvenuto in questa casa che è vostra ed in cui siete per me un fratello... ed a mio padre un figlio!...
Come era bella la giovine fanciulla, schiudendo così dall’animo tanta cortesia d’affetto e di parole!... quel suo viso pallido che si tingeva d’un rosso sfumato, l’espressione angelica del suo grande occhio nero fisso nel volto del giovane, rendevano l’immagine d’un bello a cui il pensiero non s’avvicina che dandovi la forma ideale d’un sogno... il padre la contemplava, e gli parea di veder affluire la vita in quelle fibbre spossate dalla malattia... sua madre la baciò in fronte con quello slancio d’affetto che s’attacca alla speranza per non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Era un quadro di Rubens palpitante di vita; v’era uno strano contrasto di soavità e di tristezza, nella scena che si compiva in quella casa intorno a cui regnava il silenzio della campagna colle sue armonie di pace, col susurro delle sue fronde, coll’olezzo dei suoi fiori, colla splendidezza del suo cielo placido e sereno che pareva sorridere, vago della sua bellezza, ed inneggiare alla gioja, là dove l’arcano presentimento del cuore intravvedeva il dolore di sotto alla fatuità d’una menzognera illusione!...
E Adolfo?... Era la prima volta che egli stringeva colle sue mani avvezze al maneggio della carabina la piccola mano della giovinetta morente... Ei ne sentì la voce come s’ascolta un’armonia di cielo... fissò lo sguardo umile, bagnato di lagrime nei suoi occhi e vi trovò l’indefinibile senso di una dolcezza che intorpidiva le sue intellettuali facoltà... se è possibile essere sciocchi in quell’impossibilità d’esprimere ciò che passa nella nostra anima allorchè per la prima volta ci troviamo al contatto dell’ignoto, dell’inqualificabile, di una cosa di cui non sappiamo renderci ragione se non per il senso che esercita su noi... quella prima impressione che porta con sè lo sbalordimento... l’atonia... Egli fu tanto sciocco, quanto si possa esserlo nella sua posizione d’uomo per nulla affatto conscio d’ogni atto di convenienza sociale; ignaro di tutte quelle formule per cui si esprime gentilmente quello che si sente e quello che non si sente!... Egli fu un imbecille, secondo tutte le regole del Galateo moderno. Non trovò un complimento nella fraseologia convenzionale dell’etichetta per rispondere ad un complimento tanto gentile e compito... Egli non disse nulla, non rispose; si ritenne l’elogio come pagamento d’una cambiale girata a nome della gratitudine e della riconoscenza.
V’era però un fatto semplice che lo toglieva all’obbligo della fraseologia indispensabile in buona società per non passare da sciocchi; e per avere l’alto onore d’esser presi per uomini di spirito. Ed era questo; che le parole di Angela valevano quanto il silenzio di Adolfo... non erano un complimento, ma un’espressione pura e spontanea del cuore, come il silenzio d’Adolfo ne era l’accettazione riconoscente.
In un attimo, nel volgere d’un istante quei due cuori, giovani, vergini, leali, si compresero. V’era per essi una strana affinità; in Adolfo l’espressione d’una forza materiale esercitata alla vita, che permetteva al pensiero di svilupparsi allora nella sua potenza; che lo ridestava dirò così, appunto allora dal letargo dove si giaceva; animato dall’intuizione di ciò che era: creato in quell’istante dal soffio rigeneratore che v’era passato sopra a dirgli il fiat!... Egli amava!...
A riscontro di ciò, eravi in quella vece in Angela la debolezza materiale e fisica animata solo dalla vitalità del pensiero. L’amore si sviluppava aureola lucida d’intelligenza intorno quel decomporsi del corpo in cui tutta la vita altro non è che l’aspirazione morale che abbraccia l’infinito; l’ideale allora appunto che i legami materiali dell’esistenza si sfasciano avvicinando l’agonia della materia. V’ha nei moribondi quello slancio d’intuizione; quella pienezza di vita, dirò, resa spiritale, che cresce a seconda che scemasi la forza fisica, e conduce gradatamente a quello stato di estasi che gli antichi profeti si procuravano collo sfinimento del corpo onde lasciare più libero il senso dell’anima; pratica che portarono ad una formula religiosa e che loro serviva a lanciarsi per mezzo dell’astrazione nelle ideali regioni dell’infinito.
Angela... viveva appunto questa vita dell’intelligenza così sensibile ne’ suoi attimi febbrili, onde è che talvolta basti un’impressione per quanto leggiera a troncarne il filo. Il suo pensiero analizzando rapidamente tutte le varie impressioni dell’animo, coloriva con ardente passione ogni circonstanza di quel fatale incontro che quasi era per esserle così funesto. Quella via deserta sulla quale l’assassinio meditava l’opera sua; quegli uomini appostati che attendevano al varco la vittima, l’attimo che scorre avvicinando l’ora contata coll’impazienza convulsa del delitto, il galoppo dei cavalli... e su quei cavalli suo padre, suo fratello, che per lei movevano ad affrontare i pericoli del viaggio; la detonazione mortale d’un’arma!.. poi il grido di rapina dei banditi!.. e poi!... d’innanzi al pensiero v’ha l’orrore d’un fatto che sta per compiersi; una lotta disperata in cui si combatte corpo a corpo, e due uomini che potevan cadere insanguinati ai piedi di quattro banditi che colle mani lorde di sangue li spogliano insultando ai loro cadaveri; tutta la possibile orridezza di questa scena s’era affacciata al pensiero della giovinetta... E in mezzo a questo tetro orrore, come faro di luce tra le tenebre d’un uragano devastatore, vide un’immagine d’angelo; un genio tutelare messo dalla Provvidenza sul sentiero del delitto per attraversarne la via... lo vide tutto solo colla coscienza del proprio valore e del proprio dovere lanciarsi in mezzo a quella scena di sangue, e quella scena scomparve; sparvero gli orridi ceffi, cessarono le grida, si fe’ silenzio e vide amena e bella la via, verdi le fronde degli alberi, e guardò il giovane che gli stava d’innanzi umile, confuso, e gli parve più bello e più grande di quanti eroi popolaron le leggende di Hoffman!... ed i canti di Byron!...
Erano scorsi due mesi dal ritorno del marchese Gian Paolo; nulla di nuovo era avvenuto nella famiglia, uguale sempre lo stato di Angela... ben vedevasi che il tempo col lento suo scorrere portava con sè istante per istante il resto di vita che scorreva ancora in quelle gracili fibbre animate appena da un soffio, che il primo alito d’una crisi avria spento per sempre.
S’era avanzato l’inverno, la neve copriva la campagna col suo strato uniforme come un lenzuolo funebre steso sulla terra a ricoprirne le zolle verdeggianti. Ardeva il fuoco nella stanza dell’ammalata, ardeva nel salone di famiglia. Il vecchio marchese sedeva presso al deserto focolare assorto in pensieri, la madre vegliava al letto della figlia, il fratello Enrico era uscito, Adolfo muto e melanconico, stavasi ad una delle finestre guardando la campagna e ne contemplava forse la mesta squallidezza.
Il cielo era bianco, bianco, attraversato da nuvoloni gravidi di pioggia o di neve; non spirava alito di vento che scuotesse le cime degli alberi coperti dalla bruma; la notte scendeva tacita sulla terra, le ombre si raddensavano, in breve la neve cadde a larghi fiocchi e un soffio di vento che incalzò da ponente le nubi le fe’ correr ratte per lo spazio in cui turbinarono quei mille atomi agitati dalla buffera.
Quando la notte fu alquanto avanzata si intese un lontano scalpito di cavalli, il marchese si scosse dal suo letargo, corse alla finestra a cui era tuttora intento il giovane assorto nelle sue meditazioni. Due cavalieri entravano nel viale che conduceva al cortile della casa. Uno dei due era Enrico... l’altro era uno straniero; montava un cavallo bajo con squisita eleganza e caracollava gajamente nel viale ad onta che la neve infuriasse alla dirotta. Vestiva un abito di velluto alla foggia di quel tempo; aveva gettato alla bandoliera un lungo mantello nero che il vento gli agitava alle spalle, portava in capo un largo feltro sormontato da una lunga penna d’aquila, segnale distintivo di cacciatore valente.
Lo straniero ed il fratello d’Angela, lasciate le cavalcature agli uomini di corte montaron poco dopo lo scalone. La porta della sala di ricevimento si aperse ed ambedue entrarono.
Il marchese salutò il figlio con un bacio, e strinse cordialmente la mano all’incognito che gli fu presentato da Enrico. L’incognito rispose al saluto con dignitosa cortesia; egli si scusò d’aver abusato della gentilezza del giovane marchese che incontratolo sulla via sorpreso da sì mal tempo gli offerse generosa ospitalità nella sua casa; disse poi non permettergli alcune circostanze momentanee di palesare il suo nome... essere esso però di famiglia milanese, ed aver lasciato Milano perseguitato per ragioni politiche, essendosi immischiato in alcuni affari contro l’attuale signoria; e concluse che stava recandosi a Mantova cercando alla corte del duca Federico protezione ed ospitalità.
Il marchese Gian Paolo gli strinse di bel nuovo la mano in segno di stima e l’accertò che mal non s’apponeva volgendosi alla corte del Gonzaga magnanimo sempre ne’ suoi atti e che sotto la tutela del lor diritto feudale egli potrà riparare sicuro dalle tirannie dei Visconti.... tanto più che tra le due corti eravi scissura di puntigli politici e di rivalità di poteri...
La fiamma ardeva sul focolare; crepitavano gli accesi tizzoni ed invitavano a sedervisi intorno. L’incognito si slacciò il mantello, si tolse il feltro ed invitato dal marchese s’assise al fuoco... Egli gettò un rapido sguardo a sè d’intorno quasi volesse persuadersi del luogo dove si trovava, come se la sua mente avesse per un istante vagato lontano dalla realtà della vita, rapita da un’astrazione che accennava forse all’indagare attento della memoria. Aveva scorto Adolfo ritto sempre ed immobile, appoggiato alla finestra da cui guardava sin dal momento che dal viale erano apparsi i due cavalieri. S’avria detto che sulla sua fronte alta ed aperta fosse balenato un lampo, che dentro al suo occhio nero, acuto, penetrante fosse lampeggiato un pensiero.
Adolfo lo guardava... pareva che egli pure cercasse una lontana memoria, quell’uomo egli l’aveva visto... dove poi?.. Era la domanda che volgeva a sè stesso non staccando lo sguardo da quelle sembianze dalle quali gli veniva un rimescolio convulso che era impotente a dominare, e di cui non sapeva come rendersi ragione. Egli aveva ascoltate le parole di quello straniero così cavallerescamente dette, e con tanta dignitosa semplicità esposte... e gli vagavano nel pensiero, come l’eco d’una voce che s’abbia altre volte intesa; quella dichiarazione di patria, di intrighi, di un appoggio che egli andava cercando presso la corte dei Gonzaga contro le tirannie d’un’altra corte, gli pareva avesse la forma d’una menzogna che vuol vestire l’abito della verità... Egli non sapeva cosa pensasse... sindacava in certo qual modo le parole di quello straniero poichè vi era nella sua anima un pensiero inquieto che lo spingeva a ciò... Era forse un sentimento d’antipatia?... Poteva essere l’effetto d’una di quelle impressioni momentanee che si cancellano poi dalla mente e ci impongono quasi a castigo della nostra malignità od inconsideratezza, una maggiore stima che redarguisca la persona da noi offesa con un pensiero che si cancella affatto dalla memoria.
Non era questo senso vago, indefinito che giganteggiava nell’animo del giovane; era qualche cosa di più profondo che un’antipatia; egli sentiva in sè, che mai avrebbe potuto ricredersi dalla sua impressione; ei sentiva che coll’indagine del pensiero quel sentimento invece di quetarsi si ampliava: gli parve di sentire un disgusto di fronte a quella fisonomia calma, scherzevole, animata dallo scoppiettio cavalleresco della parola, facile, melliflua, dolce!... un disgusto che aveva qualche cosa di affine coll’odio... Ei si disse d’avere innanzi un nemico, e si dispose quasi ad una possibile lotta trasportato da quella foga che è la convulsione d’un’idea quando si slancia anelante nell’infinito campo delle ipotesi, le une talvolta più assurde delle altre e che pure vestono dall’illusione del senso una forma di vaga realtà.
Intanto che tali pensieri andavano con ansia affannosa succedendosi nella mente di Adolfo; mentre che la sua fantasia vi si abbarbicava imbavagliata, come un molosso che lotti per lacerare un brano di tela in cui si è infitto il dente che non può trarre dalla pastoja e che per la sua impotenza istessa alla resistenza ei non può lacerare... Il marchese era attratto da un vivo senso di simpatia verso l’incognito. Questa sensazione s’andava ognor più sviluppando in lui per i modi cavallereschi che riscontrava nello straniero; entrava seco lui nei dettagli più confidenti della sua posizione e lo metteva a parte delle pene che affliggevano la sua famiglia tenuta in tanta angoscia dalla malattia di Angela.
— Affè, marchese Gian Paolo... disse l’incognito gajamente, chi non vi dice che accompagnato dalla buffera di questa notte non vi sia capitato un angelo a portarvi la pace?... affè non ch’io mi tenga tale, marchese!.. che so non aver sembianza da mettere abbaglio, ma se la cosa è nel limite del possibile io mi metto a vostra disposizione!...
Il marchese ascoltava lo straniero come chi rinvenga da un sogno delizioso, e tema che quella fatua percezione del pensiero non gli fugga coll’atto dello svegliarsi... Egli fissava lo sguardo in quello di lui, vivo e penetrante, come per domandargli se ei doveva credere; se era il suono d’una parola di conforto reale quella che era suonata ora al suo orecchio...
Lo straniero diè in uno strano riso... Il marchese trasalì, Adolfo fremette; egli sentì corrersi un brivido per le fibbre tese nello sforzo di quella lotta che durava da qualche momento che gli pareva un secolo.
— Marchese.... rispose lo straniero con accento sì dolce da dare alla sua voce la melodia d’un suono.... ve lo ripeto, io sono a vostra disposizione, e sarei ben trista creatura se avessi voluto coll’insinuazione d’una vana speranza farmi giuoco dell’affetto d’un padre.
— Sareste medico, signore? domandò il marchese.
— No, non sono medico, ripigliò lo straniero con un sorriso di confidente persuasione, ma grazie al cielo, non sono affatto estraneo allo studio delle scienze occulte e chi sa... Volete voi mostrarmi vostra figlia, marchese?... dopo un esame di breve momento io vi dirò sulla mia parola d’onore se potete ancora sperare!...
— Iddio vi ricompensi, se egli vi avrà inviato in questa casa ad operarvi un miracolo, mormorò il marchese alzandosi per condurre lo straniero verso la camera della figlia.
Adolfo vide passarsi innanzi lo straniero seguito dal marchese: sulla sua fronte splendeva un lampo di gioja, nel suo sguardo brillava il raggio sereno della speranza!..
Egli si diceva perchè non poteva cadere ai piedi di quell’uomo che parlava la parola del conforto in quella casa abitata dalla disperazione.
Egli lo vide entrare nella stanza di Angela... da cui doveva uscire per dire forse al marchese: Vivrà... Essa!.. Angela!.. L’essere per cui egli avria data la vita... Il soffio rigeneratore che era passato sulla sua anima a dirgli vivi!.. Vi è un palpito anche per te, povero figlio della sventura!... Ed in fondo al cuore del giovane, ove sentiva il presentimento che quell’uomo salverebbe Angiola... sentimento strano a cui s’attaccava un non so quale idea di amara superstizione!... in fondo al suo cuore che si sarebbe spezzato per animare coi suoi battiti quello sì debole ed appena palpitante della giovinetta... v’era un solo senso... egli aveva paura!...
Quando lo straniero uscì dalla stanza dell’ammalata e strinse la mano al marchese affermandogli con voce sicura. — Vostra figlia vivrà ve ne do la mia parola d’onore.
Adolfo fremette!... Una vampa di fuoco passò sul suo cervello... Vivere Angela!... Era toccare il cielo col dito... (Era vedersi schiudere il paradiso)... Angela vivere!.. Era la melodia più dolce che potesse far battere d’un palpito sovrumano la sua anima... era toccare quel punto a cui il suo pensiero si fermava impaurito dal fulgore d’una speranza come rocchio che fissa il sole allora che egli arde nella pienezza della sua luce di fuoco... Eppure il suono di quella voce che avea pronunciate quelle parole gli gelò dentro il cuore quello slancio che stava per irromperatomo..
Angela salva per opera di quell’uomo, era in quella vece un’idea tormentosa che non gli dava tregua!... era un aspide cacciatosi dentro al suo cuore, era la smania indefinita d’una lotta contro l’impossibile, vale a dire contro il ritorno del passato che era la continuazione dell’agonia, contro la speranza dell’avvenire che era il ritorno alla felicità, alla salute, e tutto ciò egli avrebbe voluto fare spendendo giorno per giorno della sua vita, stilla per stilla del suo sangue, atomo ad atomo della sua esistenza!... La parola dell’incognito valeva — veder Angela bella, soave, colla sua voce da bimba, colla espressione del suo viso animato dalla vita affluente al suo cuore, levarsi da quel letto di dolori, tornare quel che fu altra volta... la vispa bambinella che giocava colle farfalle del suo giardino, che avria saltellato per le alee dei verdi viali che deserti così gli avean lasciato nell’animo tanto senso di tristezza... Era veder farsi bello d’una bellezza di paradiso tutto ciò che essa avrebbe avvicinato... Era tutto ciò che pensiero umano potesse ideare di soave!... era cosa a cui parola umana non avria trovato una forma per definire... Eppure egli ebbe paura di quella parola, e ciò che ora per lui la più delirante delle speranze gli suonò come il presentimento della più terribile delle sventure....
Per tutta la famiglia del marchese Paolo, quella notte passò agitata dai mille fremiti a cui assoggetta l’animo il trasporto d’una speranza contro alla quale lotta ancora il dubbio nel timore di un disinganno.
Lo straniero avea promesso un farmaco che ridonerebbe la vita ad Angela.
All’albeggiar del domani, egli correva a briglia sciolta sullo stradale di Mantova. Le pieghe del suo nero mantello svolazzavangli dietro le spalle agitate dal vento che spirava ancora frizzante e freddo... Ei levò il feltro in aria salutando il marchese che lo ricambiava con cordiale saluto dal cancello del suo palazzo.
Adolfo, seduto presso il letto d’Angela la contemplava con uno sguardo in cui avrebbe voluto trasfondere tutta la vita della sua anima per ripeterle una parola che la giovinetta aveva già sentita susurrarsi all’orecchio ed al cuore coll’alito ardente dell’affannoso suo petto!..