CAPITOLO XXI. La lettera.

Imprevvisti avvenimenti avevano tolta la famiglia del marchese Gian Paolo alle delizie di quel campestre ritiro e chiamarono il marchese in tutta fretta a Mantova ad adempiervi i suoi doveri di cittadino e di suddito alla signoria dei Gonzaga.

Occupava egli un posto d’onore alla corte del duca Ferdinando, posto che fu sempre ereditario della sua famiglia che già più d’una volta avea offerto vita ed averi in difesa dei principi a cui erasi consacrata.

Correva una trista epoca allora... in cui il dovere assumeva mille aspetti e cangiava di forme ad ogni scorrer di tempo, e subiva più l’andazzo delle cose, di quello che si rivelasse come un’inviolabile divinità... tenuto forse è vero in maggior concetto che oggi nol sia... Ma svisato, mal menato dai mille pregiudizi che si metteano a capo delle azioni individuali, in quel azzuffarsi continuo di partiti che l’un l’altro contendevansi il diritto di poter arbitrariamente seder despoti sovra le atterrate libertà in nome della libertà stessa che a guisa di ganza prendevasi a noleggio come meglio tornava il conto di adoperarla a vantaggio dei pochi che se ne facevano arma...

Queste bisogna tolsero come dissi la famiglia del marchese Gian Paolo a quella tranquilla vita dei campi!... da quell’eliso che sono le quattro mura d’una parete domestica e le fiorite ajuole d’un ben coltivato giardino, per vincolarla all’etichetta della città che li circuiva colla sua pompa di lusso, indispensabile necessità d’una corte così libera in fatto di costumi come la era quella dei Gonzaga, il cui scialar grandioso e dispendioso toccava talvolta alle fantastiche forme della leggenda.

Basta dare uno sguardo alle vestigia che ancor rimangono del palazzo ducale, che si può visitare liberamente, per avere un’idea di ciò che dovea essere quella splendida dimora dei duchi che v’avean stanza e lo facean campo aperto al banchettar nei tripudi alle spalle del popolino!... questo eterno Lazzaro di tutti i secoli che ne pagava le spese...

La vastità di quell’imponente edificio ha tutta l’impronta d’una storica grandezza. In uno de’ suoi vasti cortili, tenevasi un ricco mercato di gioje, ad uso delle epoche così dette di fiera. Superbo ne è il teatro or caduto in disuso, e che serviva ai principeschi trattenimenti, vi si vedono sale ornate di stupendi dipinti, ad attestare che l’arte dovette cercare le sue forme più vaghe per adornare quel soggiorno della potenza. Quanti vaghi sorrisi di donna avranno dato vita al capolavoro d’un pittore... quanti misteri nascosti sotto a quelle salette damascate... quante volte con ardente impazienza su’ quei tappeti di velluto si sarà aspettato il fruscio di una veste che dovea far beato un cuore... e quanti cuori furon freddati dal pugnale di un sicario mentre anelanti vagheggiavano il bacio d’un roseo labbro che forse era quello d’una ganza!...

Visitai un giorno il palazzo, e vidi una fuga di piccole stanze che doveano essere gli appartamenti prediletti dalle belle odalische!... mobili di lusso annessi al corteo ducale...

Dalle ampie vetriate a larghe onde entrava il sole; vedeasi qua e là qualche vestigio di quegli antichi fregi che le avran fatte splendide di reale magnificenza... E la mente vagando nel passato vi si spingea ad interrogare quella vita passata come un turbine gravido di folgori... Sotto a quel vago appartamento nei di cui specchi dorati si sarà ammirata la cortigiana felice e superba della propria abiezione, si sprofondavano lugubremente terribili i sotterranei del castello... Di faccia ad un ricco poggio intorno a cui il gelsomino si sarà avviticchiato prodigo di fiori e di olezzo, vedevasi una specie di vôlta praticata nel muro dalla parte rustica dell’edificio; si metteva su quella piattaforma per mezzo d’una angusta porticina; ai piedi di quell’arco aprivasi come un abisso minaccioso il largo fossato del castello, l’acqua ne lambiva le basse fondamenta cupa e verdacea... l’aria vi parea più fredda... sotto quella vôlta era stata decapitata l’infelice Agnese Visconti, creduta, o voluta rea d’infedeltà da uno dei duchi Gonzaga... Quella piattaforma dove si moriva; dove il carnefice arruotava la sua scure inesorabile ed omicida sorgeva rimpetto a quella terrazza inondata di luce... A quella sala profumata si saliva da una scala di marmo, sopra i di cui gradini la galanteria avrà steso il suo tappeto a fiori arabescati... a quell’angusta piattaforma si saliva da una piccola scala, vi si veniva da un angusto pertugio; era tanto che bastasse a passarvi per morire!.. là... si andava per vivere!.. Mentre l’ultimo gemito della vittima si spegneva sotto la scure del carnefice, l’arpa di qualche sirena avrà inneggiato al piacere!.. il calice spumante si sarà vuotato sul seno ebbro di voluttà!.. Mentre lo sgherro stringeva dentro ad un cerchio di ferro due esili mani di donna che si volgevano a lui coll’atto della preghiera, e che ei rendeva inerti perchè gli fosse più agevole colpire il collo bianco e denudato che si offriva al taglio della sua scure...

Là in quella stessa sala... così vicino alla morte... una di quelle ganze coperte di gemme e che si venerano regine!... con languida voluttà affidava alla diligente damigella d’onore, la sua mano alabastrina perchè gliela calzasse col guanto profumato, prima d’accingersi a trapuntare qualche gentil ricamo, in attesa che suonasse un’ora... quella d’un appuntamento che doveva farla credere a sè stessa superba della sua beltà!..

Non è a dirsi come ad Angela cresciuta tra la semplicità di quella vita domestica che formava tutta la sua delizia, tornasse a noja quel cambiamento di stato che implicava un così diverso modo di contenersi e che la vincolava in ogni suo atto...

Anche quando qualche consiglio di corte chiamava il marchese alla città, ella come che malaticcia non erasi mai dipartita da quel tranquillo soggiorno dove avea i suoi fiorellini da coltivare, da veder crescere, da veder sbucciare; dove le rondini col lor stridire gajo ed allegro la salutavano all’alba... dove il rosignuolo l’allettava colla melodia delle sue canzoni!

Il marchese credette bene che ripristinata come ella era in salute, lo seguisse alla città ove preser stanza, persuaso che una vita meno monotona di quella della campagna potesse anche influire a riordinare la sua gracile costituzione.

Se ne richiese il dottore, come si ostinava a chiamarlo il marchese, e questi fu sollecito a convenirne, aggiungendo essere anzi quel nuovo metodo di vita, affatto necessario onde dare al corpo quella vigoria che erasi estenuata nei replicati assalti del male; in quella lotta vinta a forza di opposizioni, ed a cui la monotonia di quell’esistenza non poteva che essere pregiudichevole... in quanto che lo spirito avesse bisogno di maggior campo movimento onde ringagliardirsi!..

Il marchese aveva cieca fiducia nelle parole dello straniero della cui lealtà, del cui zelo, e della cui maestria parevagli aver avuto ampie prove; prove che nessun suo atto palese valse mai certo a smentire per quanto l’oprar suo lo si fosse diligentemente interrogato in ogni suo minimo dettaglio!...

Fu la prima volta che dopo un periodo abbastanza lungo di tempo, in Angela ed in Adolfo si ridestassero le vaghe loro apprensioni riguardo al dottore, come al suo primo introdursi nella famiglia del marchese.

Si danno strani contrasti nell’anima umana di cui a sè stessi non si sa molte volte render ragione!... Forse a sviluppare questo senso disgustoso, era per i due giovani bastevol causa il sapere come ei col suo consiglio fosse causa che venisse loro tolta quella libertà che ivi così ampiamente godevano, che molto loro pesava quel doversi vincolare a que’ legami di convenienze e di formule imposte a legge dal rigore dell’etichetta aristocratica delle Corti, al cui contatto era pure indispensabile che si fossero trovati benchè interamente non ne facessero parte, e solo vi fossero annessi per la posizione politica occupata dal marchese!...

Il dottore s’era da qualche tempo diffatti reso con assiduo scopo quasi indispensabile alla famiglia del marchese; si ricorreva a lui per consigli in ogni più ardua emergenza, tanto più poi per la cura igienica ch’egli aveva diritto di tracciare pel completo sviluppo della salute di Angela, ad onta che ella dicesse al padre sentirsi tanto bene da non abbisognare di nulla!...

V’era un sentimento che taceva soffocato nell’animo di Adolfo, e che insensibilmente ne assorbiva tutte le aspirazioni; un’idea che egli sentiva come se si fissasse nel suo pensiero; era il ritorno al suo passato, alla vecchia Margherita che aveva lasciata al suo villaggio natale, e che gli rendeva conto delle sue cose, lamentandosi sempre della sua assenza; in ogni lunga lettera ch’essa faceva scrivere dal Curato del villaggio eravi una preghiera ardente che ne sollecitava il ritorno acciò potesse prima di morire chiudere gli occhi, baciata dal figlio della sua Giulietta!... Ella, che aveva alimentato col latte del suo seno e per cui avrebbe data volontieri la vita. Collo scorrer dei giorni, in quella novella vita del giovane che non era più tutta assorta nel pensiero della sua felicità, quelle memorie del passato a cui egli si sentiva legato per un voto terribile quanto sacro... rivivevano in lui ardenti come il pensiero che le evocava... gli ritornava in pensiero la ricordanza terribile d’una notte di sangue; quella notte in cui egli aveva veduta sua madre moribonda stringersi al di lui seno e farsene egida contro un uomo che sul suo letto di agonia veniva ad insultare beffardamente alla sua vittima; egli ricordava vagamente quel suo sogghigno da demone, si ricordava che sua madre cadendo... gli aveva mormorato... è l’assassino di tuo padre!... si ricordava che il nome di quest’uomo era rimasto soffocato sulle labbra della morente; che con lei era sceso nel suo sepolcro!... Una lagrima ardente gli rigava le gote a quel terribile ricordo che ridestava nel suo animo il pungolo del rimorso. Cosa aveva egli fatto per vendicare sua madre che moriva maledicendo al miserabile?... che aveva egli fatto per vendicare suo padre?...

Egli si era addormentato sul seno dell’amore, aveva lasciata la casa dove era morta sua madre e nella quale viveva la ricordanza del suo giuro di vendetta!... quel giuro che adulto aveva sciolto sulla tomba della vittima. Egli aveva tutto dimenticato!... Ma d’altronde lascierebbe egli Angela?... quella vaga creatura che era tutto per lui!... l’angelo che la previdenza aveva collocato sul suo sentiero, quasi per riconciliarlo colla vita, per lanciarsi verso un avvenire ignoto?... d’innanzi a lui... di faccia al suo giuramento di vendetta v’era l’impossibile... v’era il segreto d’una tomba e le tombe sono fedeli custoditrici dei loro segreti!...

Tali pensieri si agitavano nell’animo del giovane la di cui anima fremeva nell’impotente sforzo d’un pensiero che lottava invano contro la fatalità!... Angela ne calmava i subiti trasporti, le tetre concentrazioni, con qualcuna di quelle sue dolci parole che sì care gli scendevano all’animo come balsamo vivificante!... Il dottore continuava assiduo le sue visite, e nella mente di Adolfo crescevano le apprensioni... ei si richiamava quel volto, che doveva aver veduto altra volta... egli intravvedeva quel sorriso che aveva veduto su altre labra, forse su quelle istesse!... e ve lo avevano modificato gli eventi che tutto distruggono o variano col loro incedere travolti nella corsa impetuosa del tempo. Ma in lui, nulla pur sempre poteva svilupparsi oltre a questa indefinita e lontana rimembranza verso la quale affannavasi il suo spirito e che vestiva le forme d’uno stravagante e vago delirio!...

Una sera mentre tutta la famiglia era raccolta nella sala di conversazione del marchese, è recata una lettera all’indirizzo di Adolfo.

Il giovane la legge, la sua fisonomia si altera, un senso feroce di gioja traspare dai suoi lineamenti... Involontariamente nel volger degli occhi, si trovò d’innanzi lo sguardo freddo, severo del dottore che parea ne scrutasse l’emozione evidente.

La lettera era in brevi termini concepita.

«Se volete conoscere l’assassino di vostro padre, il persecutore di vostra madre, trovatevi la notte del 18 marzo sullo stradale di Chiasso, al ponte della Croce.

«Un uomo vi attende e vi rivelerà il segreto che da tanti anni cercate invano di penetrare...»

— Finalmente! mormorò egli coll’animo ardente d’odio e di vendetta...

Era il 10 di marzo... non restava che il tempo di mettersi in viaggio per arrivare al convegno, egli addusse presso la famiglia del marchese che fu oltremodo sorpresa di quella subitanea risoluzione, motivi d’interesse che lo richiamavano per pochi giorni al suo paese... disse che quella notte stessa doveva partire, fu fissato che il fratello d’Angela l’accompagnerebbe sino alla diligenza che partiva alle tre per Cremona e di là per Milano... ond’ei prendesse di poi la via di Como.

Fu quella una triste sera di addii, di conforti e di speranze susurrate a fior di labbro e di lagrime che si raggruppavano sul cuore; il dottore stimò conveniente di ritirarsi, egli lanciò uno sguardo inquieto sul giovane, parve che un truce pensiero fosse balenato alla sua mente, lo guatò per un istante minaccioso e perplesso, Angela gli porgeva la mano con tenero abbandono, dal suo ciglio scattò un lampo, salutò di nuovo ed uscì!...