CAPITOLO XXII. Fatalità!...

Il castello ducale, ora castello Sangiorgio, opera imponente di cui l’antico feudalismo fece dono alla città colle sue lugubri e tetre memorie... torreggiava imponente nelle tenebre. L’acqua del lago che ne bagna i piedi pareva uno strato nero ed immobile, quasi drappo di morte steso intorno a quel tetro edificio; cupa verdacea ne lambiva le massiccie fondamenta, l’aliga cresceva sul suo fondo fangoso, rasente a quell’acqua aprivansi i suoi angusti spiragli, intorno ai merli anneriti, in larghe ruote volteggiava il falco, il gufo squittiva dai fessi della rocca.

Veduto allora che le tenebre della notte conciliano lugubri pensieri, quando la leggenda sembra evocare le sue ombre a popolare lo spazio, quel tetro edificio assume l’aspetto d’un immane fantasma; i suoi angoli scanellati sembrano tante braccia mostruose, la corona de’ suoi merli ti pare l’anguicrinita chioma d’una testa infernale. Tale era allora, e ben molti gemiti echeggiavano sepolti nelle oscure vôlte delle sue segrete e soffocati dal fragore delle danze che facevan risuonar di evviva! le vaghe sale dei ducali appartamenti allietati dalle risa e dai canti delle ganze dei Duchi. — Semi nascosti dall’ombra sinistra del castello, due uomini stavansi a tenebroso conciliabolo... l’orologio del palazzo suonava la mezza notte... Era uno di questi un omicciatolo tozzo e tarchiato, vestiva un abito castigliano su cui il tempo aveva segnata la lunga data di sua vita, e ne mostrava palese l’agonia, rattenuta a rappezzi. L’altro era alto di statura, aveva avvolta la persona da un nero mantello, portava in capo un feltro a lunga piuma parimenti nera; del volto non si vedeva che l’occhio bieco, fisso in qualche indiavolato pensiero: egli guardò dalla parte del lago... tutto era quieto... l’aria della notte umida e grave stendeva sovra le valli circonvicine un fitto manto di nebbie... si sentiva il batter d’ali ed il gracchiare delle anitre sparse a frotte dentro le acque paludose.

Tutto ad un tratto i nostri due uomini trasalirono. Essi attendevano al certo qualcuno, come lo dinotava l’attitudine inquieta dell’uomo dal mantello nero; l’altro impassibile e muto, aspettava. Di mezzo ai canneti che sorgevan dall’acqua tutt’intorno alla riva del lago, s’intese un rumore, come d’un serpente che strisci; si vide un’ombra guizzare sulle acque, un corpo nero romper di mezzo ai canneti, ed urtare la riva, era un battello guidato da un sol uomo che salutati con un cenno i due che l’attendevano disse loro, con tuono reciso saltando a terra:

— Eccomi!...

— È mezz’ora che t’attendiamo, marrano!... gli susurrò a bassa voce l’uomo del mantello.

— Vengo dall’altra sponda, eccellenza... e l’acqua è bassa là in fondo... preferisco lottare col diavolo che col pantano di queste maledette rive!...

Quegli che così aveva risposto all’uomo del mantello al quale avea dato il titolo di eccellenza, era una specie di gigante dalle forme erculee aveva una mano grossa e larga con dita e braccia pelose, portava in capo una calotta alla marinaja e vestiva un abito da pescatore; fosse egli o no finto, o fosse quello il suo vero mestiere, maneggiava la barca da maestro, e ne diè prova avvicinandosi alla riva senza che i due che l’attendevano s’avvedessero del suo battello che strisciava leggiero sull’acqua protetto dalla nebbia della notte.

— Non importa, gli rispose l’uomo del mantello, abbiamo tempo, e chi abbia volontà di lavorare, in poco tempo si fa molto e presto.

Il gigante legava il suo battello alla riva. Ad un cenno tutti e tre si scostarono dalla valle e presero per una straduccia che girava dietro al castello ed andava a sboccare in quella parte della città che fu cinta di mura e di bastioni dalla paura del dispotismo austriaco che vi si era trincerato speranzoso di eternarvisi.

— A domani, eccellenza? domandò il gigante.

— Domani, rispose l’uomo del mantello, e se sbagli il colpo, marrano, ti fo far cento leghe per corrergli dietro finchè tu l’abbia raggiunto, se te lo lasci scappare.

— Non fallo mai, eccellenza, gli rispose il gigante con truce sorriso, raddrizzandosi in tutta l’imponenza delle erculee sue forme.

L’uomo del mantello parve compiacersi di quella bravata, gli sorrise in aria di protezione e gli gettò una borsa.

— Per l’acquavite... il resto quando avrete finito, aggiunse salutando.

I due uomini ristettero parlando tra loro finchè l’uomo dal mantello allontanatosi frettoloso si tolse ai loro sguardi: imboccata allora la via oggi detta Fossato dei Bovi, passato il vicolo del Bargello, a cui guardarono di sghembo con una brutta smorfia, mossero dietro a sant’Andrea e s’appostarono come due vampiri nei dintorni della locanda del Giglio.

La locanda del Giglio era situata di fianco a quel vecchio casamento ove si stabilirono oggi le carceri della Pretura Urbana. Oggigiorno pure vi si vede una casa di vecchia apparenza vicino a cui fanno capo i carrettieri colle loro rozze ed i rivenduglioli nei giorni del mercato.

Alla locanda del Giglio stazionavano vetture da noleggio. Alle tre del mattino d’ogni venerdì e d’ogni lunedì ne partiva una per Cremona a treno fisso. In casi speciali però si davano mezzi di trasporto per dove avesser desiderio di recarsi i viaggiatori. Era una locanda accreditata per le premure dell’albergatore che vi tenea pronto servizio e buoni cavallari che facevano allegramente schioppettare le loro fruste sugli stradali battuti nelle corse.

La sera nella quale Adolfo aveva ricevuta la lettera che lo chiamava ad essere messo a parte del segreto che era per lui il tesoro più prezioso a cui riguardasse con un culto selvaggio ed ardente, cadeva appunto in lunedì ed ei si era recato alla locanda accompagnato da Roberto, il fratello d’Angela, che fissò rimanere con lui finchè ei si fosse partito.

Usciti quindi di casa ad ora ben tarda, scambiati gli addii e rinnovati gli abbracci, consumate le ore in quei nonnulla che sono le espressioni più vere per cui il cuore svolge tutte le sue sensazioni d’affetto nei momenti supremi d’una separazione, entrambi intrattenendosi della partenza, della famiglia d’Angela, del vicino ritorno, di una sperata felicità, d’un ridente avvenire; comunicandosi dubbi, sogni e speranze in quel confidente abbandono di due giovani cuori legati insieme dall’amicizia più tenera, si eran recati alla locanda del Giglio e vi avean chiesto da cena onde aspettare l’ora della partenza.

Sedevano ad un tavolo intrattenendosi tra loro; tutto ad un tratto Adolfo fe’ un atto di sorpresa.

— Che hai, Adolfo? gli domandò Alberto guardandolo fisso in viso come chiedendo una spiegazione a quell’atto repentino.

— Nulla, disse Adolfo, ognor più inquieto.

Nell’agitazione dell’addio egli avea dimenticato un piccolo amuleto che Angela gli aveva donato come pegno del suo affetto acciò gli ricordasse di lei nel breve tempo di sua lontananza.

Lasciare un dono d’Angela nelle mani istesse che glielo aveano donato, era nulla; egli l’avria ripreso con un bacio al suo ritorno, avrebbe sentito un rimprovero accompagnato da un sorriso. Gli avrebbe potuto rispondere che essa era tutto per lui e che nel momento della partenza egli non potea vedere che lei.

Eppure egli sentì un tristo presentimento impadronirsi del suo cuore; gli parve che separandosi da quel dono egli si dividesse da lei... gli parve che tra lui e quella donna che era il suo angelo, sorgesse un fantasma!... Egli si spaventò come di una sinistra predizione di sventura, ebbe paura del suo pensiero.

Alberto s’avvide tosto delle impressioni che dominavano lo spirito del suo giovane amico.

— Hai perduto qualche cosa? gli domandò.

— Sì, l’amuleto d’Angela, gli rispose Adolfo.

— L’avrai lasciato a casa.

— Certamente.

— E t’inquieti per ciò? disse gaiamente Alberto; vado a prendertelo e te lo reco. Alberto si era alzato.

— È troppo tardi per lasciarti andar solo, gli obbiettò Adolfo.

Alberto diè in una allegra risata.

— Affè! per bacco! cosa credi? Che abbia paura dell’orco?... va là, pazzo!... e gli battè sulla spalla con gaiezza confidente. In due salti sono di ritorno e ti reco il tuo fatato amuleto. Avrò agio a fare un nuovo saluto ad Angela prima che tu parta.... ed ecco tutto... Non gli diè tempo neppure a rispondere e corse fuori dalla locanda.

Egli avea appena svoltato l’angolo della via che due ombre si mossero nelle tenebre, si udì uno squittir come di civetta che pareva venisse dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisciò carponi dentro il vano d’una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e corse anelante sulla via... gli parve d’aver inteso un gemito. Tutto era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all’orologio del palazzo. La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori, e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra sè perchè Alberto non fosse tornato.