I.
Ho trentacinque anni. Sono invecchiato e stanco. Non ho più voglia di vivere. Se rileggo i miei scartafacci scritti dieci, quindici anni fa, e vedo come la vita mi sembrasse già allora disperata, e come poi abbia potuto vivere ancora altri dieci, quindici anni, ho un desiderio pazzo di aprire la finestra e di precipitarmi giù nella strada, per schiacciare questa mia testa contro il selciato e impedirle per sempre di ragionare. Io mi rivolto, con un'irascibilità nella quale riconosco pur troppo i segni della mia malattia e della mia precoce senilità, mi rivolto contro me stesso, perchè m'è intollerabile pensare, come risulta dalle pagine scritte per Daria e per Silvina, che io abbia potuto per lunghi anni considerarmi una vittima del destino e circondare di pietà gli atti più stolti della mia vita, e di tutte le cose avere un'opinione falsa e sbagliata, senza che la verità mi balenasse mai per un istante alla mente, quantunque pretendessi di penetrare il segreto delle cose e a tutte dare un significato. Se mi affaccio alla finestra, solo che abbassi gli occhi sul fondo della strada buia che s'inabissa fra le case, con quei lumicini, laggiù, languidi e opachi e quelle formiche nere che silenziosamente corrono sbucando dall'ombra per rintanarsi in altra ombra, la vertigine mi prende alla nuca e mi tira giù a precipizio nel vuoto. Basterebbe che mi abbandonassi. Ma invece, vile, e in perfetta contraddizione con quanto ho ideato poco fa, mi abbranco con tutte e due le mani alla ringhiera, e chiudo gli occhi per non vedere, e mi ritraggo spaurito, e ripiombo qui, dinnanzi a questo tavolo, dove m'attende e m'inchioda quel pensiero che vorrei uccidere per sempre in me.
Il piccolo Isacco se ne è andato or ora. Mi ha lasciato qui, accanto, un modulo stampato che debbo riempire. Povero ragazzo! Non dimentica nulla, lui. Ora lo sento nella stanza vicina che si toglie le scarpe e le sbatte contro la porta. Sempre così, ogni sera. Luisa non poteva soffrire questi rumori che Isacco fa spogliandosi nella sua camera, e la sottigliezza della parete, che divide questa stanza dalla sua, fu sempre per lei cagione di grandi preoccupazioni, di profonda infelicità. Veramente sembra che Isacco sia ancora qui, accanto a me, e che si spogli in mia presenza, come se nulla ci dividesse, togliendoci l'uno alla vista dell'altro. Ora sento perfettamente che sospira, e dallo scricchiolio della sedia su cui è seduto (la sedia è accanto al letto) capisco che si sta sfilando le calzette di lana bianca, e forse il sospiro è dovuto ad un buco, che, nel cavarsi le scarpe, ha scoperto sulla punta o nel tallone. Durante la notte, lo sento che si rivolta nel letto, e poi percepisco il suo respiro pesante e calmo, quando si è addormentato. Spesso sogna, e allora chiama con voce lamentosa e lontana i nomi più strani, e fa lunghi dialoghi con qualche invisibile e misteriosa ombra.
Faceva così anche prima quando c'era Luisa, e non esisteva nessuna intimità tra noi. E Luisa mi diceva: — Se noi sentiamo tutto, persino quando inghiottisce lo sputo, sente tutto anche lui. Che tormento! E non parlava che sottovoce, e non camminava che in punta di piedi. Oh! lo sapevo benissimo anch'io quanto lei. Quella stanza dove ora sta Isacco è stata prima la mia stanza. E Luisa abitava appunto questa stanza, quando io abitavo quella. Non l'avevo ancora mai veduta, e già, Luisa, la conoscevo intimamente. Che strano caso! La sua vita non aveva più segreti per il mio udito, quando ancora i miei occhi non si erano posati neppure una volta su lei. Tutto è proprio nato dalla trasparenza di questa maledetta parete.
Mi ricordo come fosse ieri quando la vecchia Savina mi fece salire fino al sesto piano di questa casa immensa, e m'introdusse in quella stanza. Veramente non è una stanza. È il fondo di un corridoio, al quale la sua finestra dava luce prima che vi alzassero contro un tramezzo di legno e un uscio. Poi il corridoio rimase buio e Savina ebbe una stanza di più da appigionare. Ci sta appena appena il letto, che è di ferro sottile e nero, e a due passi, di lato, è appoggiato, contro l'altra parete, il cassettone, con sopra una specchiera rotta in più parti. Sotto la finestra si trova il lavabo pure di ferro, con un catino, una brocca e un secchio. In tutto non c'è che una sedia. Io sorrido se penso al senso di repulsione e di tristezza che ebbi, quindici anni or sono, entrando in quella povera camera di casa Sterpoli, che mi parve tanto inospitale, squallida e fredda, non appena v'ebbi posato il piede, da sentirmene il cuore piccino. Venivo da casa mia, dove tutte erano cose amiche, tutto era tepido e accostante, tutto bello e buono! Eppure quella, al confronto di questa, poteva considerarsi una reggia.
Ma quando entrai per la prima volta dove Isacco dorme e russa, or sono sei mesi o poco più, non venivo da casa mia, non lasciavo nè il letto caldo e soffice, con le sue belle lenzuola profumate di spigonardo, che la mia buona mamma faceva ogni mattina con le sue mani, nè la grande poltrona imbottita sulla quale passavo ore ed ore rovesciato a sognare stupide e meravigliose fantasie. Come la mia buona casa era già lontana, perduta, dimenticata! Come tutto era finito molto prima d'allora! Dal giorno in cui, morta mia madre, Marta la seguì per quel cammino così silenzioso che neppure sotto i suoi grossi zoccoli levò un rumore (anche la sua vita tanto semplice finì misteriosamente come tutte le altre), e mia sorella Adalgisa si sposò con un giovane di Pra che se la portò piangente di là dai monti, e mia sorella Maria volle entrare in convento, sono passati pochi anni, ma eterni. Quale esperienza della vita, in questi anni! Poco dopo anche mio padre morì, ed io, venduta la casa, la cascina e il podere, me ne fuggii per non ritornare indietro mai più. Lo stambugio che allora Savina m'offriva per pochi soldi, gli ultimi, finiti i quali non ne avrei posseduti più, mi sembrò quanto di meglio il caso potesse offrire a un disgraziato mio pari.
Nevicava. Con una voluttà disperata andai a schiacciare il viso contro i vetri della finestra, ficcai gli occhi in quella notte buia tutta punteggiata di bianco. Finalmente c'era qualche cosa fra me e il gelo dell'inverno, fra me e quelle tenebre odiose, fra il mio viso e il vento che turbinava veemente spazzando le strade tutte deserte e bianche! Io volevo volevo morire. Ma per quel ridicolo senso di pietà, per quell'assurdo amor di noi stessi che neppure l'idea della morte sopprime, come se importasse qualche cosa ciò che potrà accadere quando tutto sarà finito per noi, mi faceva orrore il pensiero di essere sepolto dalla neve ad un angolo di strada, e poi calpestato, e poi urtato e forse ferito dalle pale degli uomini che all'alba raschiano la neve dai marciapiedi per ammucchiarla in mezzo alla via, e forse anche morso e divorato dai cani. Tutta l'estate avevo passato le mie notti all'aperto, disteso ora su questa ora su quella banchina del parco. Le notti erano serene e tepide, e faceva quasi piacere passarle coricati all'aria libera, nella dolce frescura. Ma poi, sopravvenuto l'autunno, avevo dovuto cercare una casa, e tutte erano troppo ricche per me, che non avevo se non il mio modesto salario d'amanuense, appena appena per mangiare, e non più: non per avere anche una casa. E così era passato anche l'autunno. M'avevano ricoverato le arcate dei portici, certi anditi fetidi nel quartiere basso della città. Ormai da molte e molte notti non conoscevo un letto, non potevo distendermi e riscaldarmi sotto una coperta di lana, posare il capo sopra qualche cosa di soffice. Quel letto su cui Isacco ora sogna e sospira, io lo palpai come un innamorato tocca voluttuosamente la sua donna la prima volta che la può stringere nuda fra le braccia. Mi gettai lungo e disteso sul suo duro materasso di crine, e mi sembrò di affondare in una nuvola di bambage e di essere trasportato lontano, in alto, da un vento silenzioso e dolcissimo.