II.

Forse, se la nostra casa non fosse stata prossima alla strada maestra, Silvina, già così pallida allora, sarebbe a poco a poco sfiorita in questa specie di semplice e riposante clausura in cui si vive qui forzatamente, fra usanze antiche, e da molti anni sempre uguali. Sarebbe oggi o fra poco una zitella taciturna ed arcigna, come se ne incontrano di domenica in questi dintorni, brutte più di anima che di corpo, con cuffie strette e begli abiti passati di moda nei quali ancora per dispetto si pavoneggiano. Ma la nostra casa, i vecchi, la costruirono sulla strada, con giardino ed orto alle spalle, anzichè tutto intorno, e per di più con una grande e bassa terrazza che si affaccia sul via vai, alle cui ringhiere s'intrecciò poi il glicine, che ora fiorisce e la ricopre. Molti bussano alla nostra porta. Molti che passano, molti mendicanti, molti curiosi, non possono fare a meno di fermarsi e di bussare, di guardare in su alle finestre e di scambiare parole con la gente di casa. Anche noi apparteniamo alla strada. Io capisco benissimo che è una tentazione troppo forte questa casa signorile a portata di tutti gli occhi e di tutte le mani, dinnanzi alla quale si passa impolverati, stanchi dopo ore ed ore di strada attraverso colline brulle e campagne in gran parte desolate, prima di arrivare al paese. Anch'io forse farei come tutti gli altri, se fossi dalla loro parte.

Vi sono ancora oggi dei giovani romantici, molte idee romantiche nel mondo. Si subisce la seduzione delle vecchie idee, unicamente perchè se ne stanno silenziose e sconosciute dentro di noi, che le crediamo lontane e morte, e a nostra insaputa generano idee e fatti che a noi paiono nuovi. Dico questo perchè mi riesce estremamente difficile procedere diritto nel mio racconto. Io sono stato senza dubbio del numero: anch'io un romantico. Zotico, campagnolo, con la mia faccia plebea, i miei capelli disordinati, i miei abiti modesti e senza eleganza, io non ho mai somigliato per nulla a quei bellissimi giovani del decimonono secolo che si vedono nei dagherrotipi. Ma colui di cui voglio parlare, ricordava in tutto uno di quelli. Era alto della persona e bruno, con lunghi capelli, grandi occhi, un viso ovale e malinconico, labbra appena segnate e languide, lunghe mani bianche, abiti molto attillati e scuri, e di taglio che imitava la moda antica. Io non ho mai capito che cosa sia l'amore di una fanciulla, come nasca, e che cosa le faccia innamorare. Ma credo che egli fosse appunto uno di quei giovani per i quali le fanciulle, guardandoli mentre passano per la via, piangono, di sera, sole, nei vani delle finestre, e sospirando pensano di morire. Lo vedevo qualche volta venire dalla parte della città, cavalcando un bel cavallo irlandese, e, subito dopo la nostra casa, uscire dalla strada maestra e piegare per i prati verso il greto del fiume. Lo seguivo mentre caracollava fra gli alberi fino alla grande siepe d'ontani, e dietro quella poi scompariva. Al ritorno, verso sera, si metteva di passo lungo il fossato, come uno che non ha gran fretta di camminare. Eravamo allora al principio dell'estate. Le notti erano luminose, anche quando mancava la luna; e cadevano molte stelle. Io trascorrevo lunghe ore alla finestra, a respirare l'aria profumata dai fieni appena tagliati, ad ascoltare i grilli e tutte le indefinibili musiche che l'ombra stellata delle sere estive suscita per i campi e disperde poi nell'infinito. Quel giovane, passando, stendeva la mano e strappava al nostro glicine, che già era sfiorito, una delle sue foglie. Anche Silvina stava a quell'ora dietro le persiane socchiuse della sua finestra a guardare. Ma io non pensavo che ella guardasse quel giovane. Pensavo che stesse là, come me, a fantasticare i suoi strani sogni, e che semplicemente lo vedesse passare.

Per un giorno solo, in tutto l'anno, questo tratto di strada che corre dalla nostra casa al paese, si riempie di popolo; non pare più di stare in campagna, ma nel sobborgo di una città; i mercanti girovaghi di tutta la provincia vi si fermano con i loro carretti, legano i cavalli magri e i loro ciuchi pelati agli alberi, piantano i loro banchi riparati da tende d'ogni colore, e si mettono a vendere come in tante botteghe. Vengono pasticcieri che filano zucchero bianco verde e rosa, e tagliano le caramelle con le forbici, e giocattolai che vendono giocattoli di legno e di latta, bambole di cartapesta in camicia, e sopratutto trombette e quegli strumenti a fiato che solo i contadini suonano e si chiamano «organini»; sotto ripari di frasche verdi, che poi ingialliscono al sole, si aprono spacci di vino, e in un campo si pianta un ballo pubblico, dove i bei giovani del paese e di tutti i dintorni, che portano fazzoletti di seta sgargianti intorno al collo e grandi ciuffi arricciati sulla fronte, intrecciano senza donne, fra loro, interminabili e sudate danze al suono di un violino o di un flauto.

Ora, eravamo alla vigilia di quel giorno, e, all'imbrunire, si stava tutti dinnanzi alla porta, a guardare gli operai che con lunghe scale appendevano lampioncini colorati a certi fili tesi attraverso la strada, quando s'udì la voce di mia madre, che dall'alto di una delle nostre finestre, esclamava soffocata:

— Ma che cos'è? Che cosa è stato?

Alzammo il capo e la vedemmo affacciata al davanzale, pallida, che guardava lontano, verso il fiume, dove noi non potevamo vedere nulla perchè la siepe ce lo impediva.

— Mio Dio! gridò mia madre. Poi si ritrasse dalla finestra, poi si riaffacciò, e mi disse, agitando le mani: — Corri, Paris! Silvina, Silvina è caduta...

Mi buttai attraverso la siepe e, correndo per il viottolo lungo il fosso, vidi finalmente Silvina che mi correva incontro, con le mani strette sul cuore, così pallida che mi fece paura. Ci incontrammo ed ella mi cadde fra le braccia, tremando, con gli occhi chiusi, il respiro soffocato, incapace di parlare. Il suo piccolo cuore batteva nella mia mano come se fosse nudo; i capelli, nella corsa, le si erano sciolti, e le cadevano sulle spalle come serpi d'oro. Con uno sforzo riaprì gli occhi e sospirò:

— Laggiù... Sull'argine... è caduto...

Allora guardai verso il fiume, vidi un cavallo libero che galoppava attraverso i prati, e subito lo riconobbi.

— Lasciami sedere sull'erba, mormorò Silvina.

La posai sull'erba e ripresi la mia corsa verso il fiume. Mio padre, seguito da altri uomini, apparve al di qua della siepe. Egli si fermò accanto a Silvina, e gli altri continuarono a correre dietro di me. Giunto in fondo al sentiero, là dove esso sale lungo l'argine, vidi quel giovane disteso immobile sulle pietre bianche del greto. Giaceva supino, le braccia aperte, la bella fronte macchiata di sangue rivolta al cielo che tutta l'illuminava.

— Presto! Presto! gridai spaventato. Portiamolo via di qui!

Lo prendemmo in quattro, lo sollevammo e incominciammo a portarlo. Non un gemito uscì dalle sue labbra. Il suo corpo era inanimato, e pesante della pesantezza che ha la morte. Quando giungemmo sulla strada, Silvina rientrava allora in casa, sostenuta da mio padre. Nemmeno si voltò.

Appena adagiato sul letto il ferito riaprì gli occhi, e li posò su mia madre, che con le mani gli teneva distesa sulla fronte una benda inzuppata d'aceto. A lungo le sue pupille estatiche, vaghe, stettero ferme su lei, che pure lo guardava con amore. Poi, richiuse le palpebre, si assopì. Mia madre annodò la benda intorno al suo capo, gli aggiustò i riccioli sulle tempie e dietro le orecchie, e ordinò a tutti di camminare in punta di piedi.

Fummo chiamati per il pranzo, ma il posto di Silvina rimase vuoto. Ella si era chiusa nella sua camera e non voleva mangiare. Uno per uno andammo a pregarla attraverso l'uscio, ma non rispose a nessuno. Quando mio padre l'aveva raccolta sull'erba, dove io l'avevo lasciata, Silvina piangeva. Il cavallo s'era imbizzarrito proprio passando accanto a lei, mentre ritornava per il sentiero a casa, dopo essere stata a cogliere fiori sull'argine. Il cavaliere era stato sbalzato di sella, s'era disteso senza un grido, e Silvina l'aveva creduto morto. Poi aveva temuto che il cavallo, galoppando per il sentiero, la travolgesse, si era messa a fuggire disperatamente, ed era anche caduta una volta, inciampando in un sasso. Allora l'aveva veduta mia madre dalla finestra, e fortunatamente noi avevamo potuto accorrere subito, soccorrere lei e il ferito. Ma Silvina, che nessuno aveva più veduto piangere da un pezzo, era stata presa da una crisi di singhiozzi, tanto era stato in lei lo spavento per quel tragico accidente. Mio padre era convinto di ciò che diceva, parlandone a tavola a noi tutti che lo ascoltavamo in silenzio.

Intanto fuori, lungo tutta la strada, avevano accesi i lampioncini di vetro bianco rosso e verde. E mentre la gente, andando da un mercante all'altro, incominciava appena ad alzare il tono della voce, e i ragazzi provavano le prime timide trombette e ridevano ai sibili ancora incerti delle lingue di Menelicche, le campane della chiesa maggiore, spalancando d'un tratto le loro gole sonore, soffocarono in un sol frastuono confuso e ondeggiante quei rumori, quelle voci, quei suoni ancora distinti e isolati. Allora chi volle salvarsi da quella sommersione dovette moltiplicare la voce. La strada si mise così in gara col campanile, e quando infine, stanco, il campanile tacque, la strada rimase piena di grida, di strombettii, di fischi assordanti, che da quel momento non si placarono se non a tarda notte.