IX.
Ad un angolo di strada, in un giardino tutto di palme incappucciate, Silvina vide una serra piena di fiori, e comprò un gran mazzo di rose rosse, che sembravano sbocciate allora nel più tepido sole di maggio. Stringendosi al seno quelle rose, tutta così stupendamente fiorita, attraversò mezza città, salì le scale della sua casa, ed entrò in quella stanza dalla quale la sera innanzi era uscita tremando. Quantunque per l'abbaino piovesse un po' di sole, quella stanza non le sembrò meno squallida. Ma il color vivo delle rose riscaldò con i vaghi riflessi di una aurora il candore nudo di quei muri.
Poco dopo la porta lentamente si socchiuse, e Silvina, sorpresa e intimidita, vide apparire fra i due battenti la faccia gialliccia dello zio Stanislao. Senza attendere un suo invito, egli si fece avanti a piccoli passi di danza, e, baciandole umilmente la mano, le domandò:
— Mi perdonate, signora?
Il tono della sua voce era così dimesso, i suoi modi così modesti, che Silvina non potè fare a meno di perdonarlo con un breve sorriso. Gli indicò una sedia, ed egli subito pronto a quel gesto si sedette, mentre Silvina, sedutasi dinnanzi a lui, lo contemplava con uno sguardo pieno di studiata indifferenza, così freddo ed estraneo che il poveretto si sentì d'un tratto mancare la voce.
— Signora, disse alfine, balbettando, vi chiedo scusa se ho osato salire quassù senza il vostro permesso. Ma Silvio non vi parlò mai del principe Stroztki, suo amico?
S'interruppe, e poichè Silvina ebbe assentito con un lieve cenno del capo, s'inchinò e soggiunse:
— Il principe Stroztki sono io...
Pronunciate queste parole, egli abbassò gli occhi modestamente ed attese. Silvina ricordava benissimo quel nome, e ciò che Silvio le aveva detto di lui, e cioè che, avendola ammirata all'Alhambra, l'aveva paragonata ad una viola mammola. Ma dovette compiere uno sforzo per scartare l'immagine dello zio Stanislao, che fino a quell'istante ella aveva considerato con un senso di invincibile ironia, e sostituirla con l'immagine ben altrimenti rispettabile e interessante di un principe. Silvina aveva scoperto allora allora il trucco del parrucchino nero che stava leggiadramente posato sulla fronte di Stanislao, e pensava di vedere la sua testa brillare d'un tratto denudata da un colpo di vento; la sua testa tutta pelata, che doveva essere tonda gialla e liscia come il suo viso. Non s'era mai incontrata con un uomo simile, che non avesse un pelo in faccia, così irrimediabilmente calvo, nonostante quella perfetta parrucca, e così giallo da non parer fatto di carne, ma impastato di una carta pesta ingiallita. Poteva avere qualunque età, fra i trenta e i sessanta anni; eppure, piuttosto che d'un vecchio, aveva l'aspetto di un uomo non finito, d'un burattino al quale, passata sul viso una prima mano di vernice e incollata in fretta sul tondo della zucca una parrucchetta di peli neri, senza appiccicargli nè sopracciglia, nè ciglia, nè baffi, nè barba, e dare alle sue labbra e ai suoi pomelli una spennellata di rosso carnicino, fosse stato mandato per il mondo, a vivere in compagnia d'altri burattini tutti rifiniti per bene. Il sarto, sì, aveva compiuto perfettamente l'opera sua, vestendolo con abiti di un taglio, come si dice, irreprensibile e secondo l'ultimo figurino; alti colletti a pizzi rotondi, cravatta di seta colorata, biancheria finissima immacolata di seta, tutto tirato a lucido, e infine scarpine con tomaie di pelle di un delicato color tortora, che stringevano il suo piede sottile e lungo come in un guanto. Ma una volta scoperto che quel burattino era un principe, bisognava riconoscere che non sarebbe sembrato un vero principe se non avesse avuto quell'aspetto di burattino. Gli antichi videro metamorfosi ben più stupefacenti di questa. E se Mirra potè mutarsi in pianta, e Nictimene in gufo, e Niobe in roccia, a maggior ragione potè lo zio Stanislao, agli occhi di Silvina, mutarsi in un principe, la cui calvizie altro non fosse se non un indizio dell'antichità della razza, stanca ormai di produrre tanti principi polacchi tutti adorni delle più sontuose zazzere d'Europa.
Mentre in Silvina avveniva una così ardua revisione della sua persona ridicola, il principe Stanislao pensò che fosse inutile procrastinare di qualche minuto ancora il momento in cui, divenuto insostenibile quel silenzio che durava già troppo tempo, egli avrebbe dovuto in ogni modo parlare, confessando a Silvina la segreta ragione di quella visita. Egli dunque chiamò a raccolta tutti i suoi spiriti coraggiosi, e composto il gesto in una specie di ieratica immobilità, abbassò il capo per non vedere come Silvina avrebbe accolto le sue parole. Quindi con voce velata di commozione disse:
— Silvina, sono venuto per confidarvi un segreto: un segreto così grave, che da esso dipende tutta la mia vita. Se sentiste, Silvina, (e si premette una mano sul cuore) come il mio cuore batte in questo istante, sono certo che credereste subito a quanto sto per dirvi, senza dubitare mai mai che io possa fingere o mentire. Così come mi vedete, non più giovinetto, ho ancora l'anima semplice d'un fanciullo. Sì, ho anch'io vissuto intensamente, ho amato e sono stato amato, ho viaggiato molto, e, frequentando uomini e donne d'ogni razza, posso dire d'avere più d'ogni altro un'esperienza assai estesa del mondo. Ma io vengo da un paese freddo, dove l'ingenuità è degli uomini oltre che dei fanciulli, e perciò ancora oggi soffro di una ingenuità quasi infantile. La mia prima giovinezza trascorse tutta tra severe regole, nell'isolamento assoluto di un vecchio e tetro castello lituano. La solitudine di quegli anni influisce ancora su molti lati del mio carattere. In ogni caso io sono incapace di mentire, così come sono incapace di nascondere i palpiti del mio cuore; e quando il mio cuore parla, sono incapace di tacere. Mi promettete almeno, Silvina, di ascoltarmi con benevolenza, e di giudicare poi non tanto le mie parole, quanto le mie intenzioni? Sì, Silvina, soggiunse con un tono di voce più bassa, ciò che io sto per dirvi è molto grave. Tutto dipende da voi...
Silvina, senza distrarsi dallo studio accurato della persona del principe, lo ascoltava con un vago senso di noia. Ma a quel mutamento di voce, che egli fece improvvisamente, ebbe un breve palpito di paura e domandò:
— È di Silvio che volete parlare?
Il principe scosse il capo negando e sorrise con malinconia.
— No, Silvina, soggiunse, io non debbo darvi nessuna grave notizia di Silvio. Spero che Silvio non corra nessun pericolo, ma non senza dolore vedo ora come voi lo amiate. Forse sarebbe più prudente per me che io rinunciassi senz'altro a parlarvi... Forse commetto una pazzia, giuoco disperatamente la mia felicità. Ma come potrei ora andarmene, senza sembrare ai vostri occhi il più ridicolo degli uomini? Ascoltatemi, dunque, e siate buona con me. Dovete sapere, Silvina, che da quella sera, in cui vi vidi per la prima volta all'Alhambra, la vostra immagine non mi ha più abbandonato. Considerate fino a che punto la nostra felicità sia alla mercè del caso! Chi può non credere alla fatalità? Mille volte, incontrando una donna non mai veduta prima in nessun luogo, ho esclamato: — È lei, è lei quella che ho sempre sognato d'amare! La sola che potrebbe rendermi felice! Ma, dopo averla ammirata per tutta una sera, dopo aver costruito progetti su progetti, fantasticando di tutto il mio avvenire, quella donna, com'era apparsa improvvisamente sul mio cammino, così improvvisamente scompariva, e per quanto cercassi, non riuscivo più a rintracciarla. Sempre, sempre, tutte sono scomparse, come se il destino, dopo avermele spinte incontro per tentarmi con la loro presenza, poi subito se le riprendesse, riportandole via, lontano da me, per modo che io non potessi mai più rivederle. Debbo dirvi, Silvina, che ho temuto anche per voi la stessa sorte? Quando interrogai Silvio ed egli mi disse: — È mia moglie... — sentii che la sua gelosia avrebbe provveduto a tenermi lontano da voi forse anche più di quanto non avesse fatto il destino per tutte le altre; e rassegnato rinunciai ad ogni mia speranza. Ma, ieri sera, incontrandovi inaspettatamente una seconda volta, pensai (debbo confessarlo, Silvina?), che io avevo disperato del destino forse nel momento stesso in cui era pronto a soccorrermi...
Il principe parlava con voce uguale, commossa. Silvina pensava: — Come è lungo! E per quanto non tradisse alcun pensiero, era impaziente e curiosa di giungere alla conclusione.
— Mi ascoltate, Silvina? domandò il principe ad un tratto.
Ella accennò di sì, e il principe continuò:
— Da principio credetti di essermi ingannato. Come potevate essere voi, proprio voi, in quella casa? Quelle ragazze mi chiamano lo zio Stanislao, perchè io le tratto con confidenza, come un vecchio amico. Ma non giudicatemi male, Silvina. Io sono un uomo debole, ma non un libertino. Cerco di sfuggire allo spleen unendomi a qualche allegra compagnia, senza per questo abbandonarmi al vizio. Del resto ognuno prende un'ora di spensierato oblio, un attimo di piacere, là dove li trova. Da questo lato la casa di madama Humbert è migliore di tante altre. Ma voi? Eppure, passato il primo momento di dubbio, ebbi la certezza di non avervi confusa con nessun'altra donna. No. Eravate voi, proprio voi, seduta in quella poltrona rossa, in compagnia di Odette e di Manon, di Mimì, di Soave. E Silvio? Ammalato. E voi? Sola. Lo credete? Rimasi così profondamente turbato da questo incontro che quando Odette volle trascinarmi nell'altra stanza perchè l'accompagnassi al piano, non ebbi la forza di rifiutarmi. Così, mentre non avrei mai più voluto allontanarmi da voi, fui costretto a rimanervi tutta la sera lontano. Ma quali sofferenze, dopo! Una voce interna mi diceva: — Meglio così, Stanislao, meglio averla sfuggita! E un'altra voce diceva: — Vile, vile! Odette ha potuto separarti da lei ancora una volta. Tu perderai anche questa, e poi incolperai il destino di non averti aiutato. Vergognati, Stanislao! E allora io riconobbi in questa seconda voce la vera voce del mio cuore, la voce dell'anima mia...
Giunto a questo punto critico del suo discorso, egli si arrestò impaurito dal pensiero che oramai non era più possibile divagare ancora. Levando per un attimo gli occhi su Silvina, la vide, rannuvolata, posare su di lui uno sguardo freddo ed ironico. Il suo silenzio e la sua immobilità lo spaventarono, ma pensò che gli era ormai impossibile indietreggiare. Allora, come uno che, dopo essersi tenuto per lungo tempo con inauditi sforzi in equilibrio sull'orlo di un precipizio, d'un tratto disperatamente si abbandona, il principe chiuse gli occhi e disse:
— Per aver ubbidito a quella voce, Silvina, io mi trovo ora qui, dinnanzi a voi. Credete che non veda come la mia situazione sia piena di pericoli, nello stesso tempo dolorosa e ridicola? Ebbene, ora vi domando: — Silvina, siete veramente la moglie di Silvio? Siete almeno la sua fidanzata? E se non siete nè moglie nè fidanzata, è vero che amate Silvio teneramente? E se neppure lo amate con passione, lo amate almeno per capriccio? E se questo capriccio fosse finito, permettereste ad un altr'uomo di occupare un posto nel vostro cuore? Pensate, Silvina, pensate quanto questa vita sia indegna di voi! (e con un gesto egli abbracciò la miseria di quella stanza). La vostra bellezza esige ben altra cornice. Voi potete avere tutto ciò che desiderate da un uomo che vi adora...
Pronunciando con forza queste parole, il principe Stanislao cadde in ginocchio ai piedi di Silvina. Ma prima che egli avesse toccato terra, Silvina s'era alzata, e saettava sulla sua testa prona i fulmini di uno sdegno che le riempiva gli occhi di lampi. Egli udì la sua voce sarcastica che diceva:
— Perchè Silvio non è qui per rispondervi?
Poi udì il suono di un riso beffardo, e la voce di Silvina che diceva:
— Alzatevi! Siete un principe, voi?
Ma quand'egli infine si decise a sollevare il capo per alzarsi in piedi, vide che Silvina non rideva più.
— Ciò che mi proponete è infame! — esclamò Silvina con voce rotta dall'affanno. E balbettando: — Uscite! uscite! si abbattè sulla sedia e, nascosto il viso, scoppiò in un tumulto di lacrime.
Il principe Stanislao scosse desolato il capo.
— Silvina, Silvina, sospirò, voi non mi avete compreso...
Poi, tesa timidamente la mano, le sfiorò il capo con una lieve carezza.
— Addio, disse. Ricordatevi... in ogni circostanza della vita... potete contare... su me...
E in punta di piedi, senza più voltarsi indietro, se ne andò.
Non appena egli ebbe varcata la soglia dell'uscio, Silvina raddrizzò il capo, e rise da sola, a lungo. Il suo viso non aveva traccia di lacrime. Le sue ciglia erano perfettamente asciutte. Quindi si alzò, andò a vedere nello specchio se quella scena di finta disperazione, che ella aveva recitata come nei vecchi drammi, le avesse sciupato il contorno rosso delle labbra, il contorno nero degli occhi. Ma, la sera, prima di addormentarsi col capo dolcemente posato sul suo seno, Soave le disse:
— Come sei fortunata tu, Silvina. C'è Odette che aspetta da un anno che lo zio Stanislao la prenda con sè. Non sai quanto è ricco? Avresti carrozza, cavalli, servitori, una bellissima casa con tutti i mobili nuovi, dove potresti dare dei gran pranzi... Vestiti, pellicce, gioielli, quanti tu ne volessi... E poi chi ti impedirebbe di sceglierti un bel ragazzo, magari di tenerti Silvio, se preferisci per forza un uomo alla tua piccola Soave? Lo zio Stanislao è brutto, ma il mondo è pieno di bei giovani, anche più belli di Silvio. E tu hai rifiutato? Soltanto Odette può ringraziarti. Povera Odette! Ha già più di trent'anni...